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Enrico Vaime e i suoi inizi di autore tv da quella “propostina”

Enrico Vaime racconta a TvBlog i suoi inizi da autore televisivo. Ecco come venivano presentate le idee ai dirigenti televisivi di allora

di Hit

Ieri è mancato uno degli autori più prolifici e rappresentativi della televisione italiana: Enrico Vaime.

Oggi qui su TvBlog lo vogliamo ricordare riproponendovi un suo intervento che avemmo avuto l’onore di ospitare sulla nostra testata. Era il 2014 e all’interno della rubrica “Fuori gli autori”, timidamente, gli chiedemmo un testo rispetto al tema centrale di quell’appuntamento, ovvero il mestiere di autore televisivo. Lui con grande disponibilità e grazia vergò quell’intervento raccontando i suoi inizi rispetto a questo mestiere di artigiano della televisione. Ve lo riproponiamo qui di seguito.

 Mi faccia una proposta, anzi una “propostina”

“Mi faccia una proposta”. Anzi, la dizione esatta e tranquillizzante era “Mi faccia una propostina”. La “propostina” che un aspirante autore indirizzava (o consegnava personalmente al responsabile) consisteva in una pagina o poco più, ricca di generiche suggestioni, che avrebbe dovuto –se non convincere che sarebbe stato eccessivo- almeno incuriosire il possibile committente. Erano gli anni sessanta, quando iniziai la mia avventura professionale di autore radiotelevisivo, avendo già sperimentato avventure autorali di teatro.

Si trattava, per superare le prime barriere burocratiche, di suggerire possibili programmi che garantissero (sarebbe meglio dire “promettessero”) delle novità accessibili ad un pubblico non ancora evoluto, si pensava. Forse (erano ipotesi, certo) ancora legato a schemi e suggestioni facilmente accettabili da un ipotetica maggioranza. Le due paginette della “propostina” (si giocava al ribasso nelle intenzioni che dovevano promettere evasione, non almeno sulla carta, rivoluzioni di gusti e scelte) rivelavano di solito intenzioni di svago e sano coinvolgimento (ecco perché, nelle “propostine” degli anni sessanta, si suggerivano giochi a premi, concorsi, gare fra rivalità accertate) quelle delle tradizioni definite “popolari”: scapoli-ammogliati, giovani-vecchi e altre categorie facilmente riconoscibili.

Anche legate a vecchi vezzi della società civile fino ad arrivare alle rivalità geografiche o generazionali. La “pro postina” di un ipotetico programma popolare, doveva offrire –sfruttandolo, quello spirito competitivo che ha già influenzato il sale di quasi tutte le iniziative di una collettività che vuole isolarsi in maniera ludica, riferendosi ai sensi di appartenenza che avevano come simbolo pregnante il campanile, i campanili. Si era in piena provincia culturale. Si aveva fiducia nelle “gare”, si puntava sulla competitività: in mezzo a quelle iniziative che costituivano la griglia della “pro postina”, il varietà, in quel  genere ibrido e mai del tutto chiarito, fatto di facili allusioni, battute divertenti, piccoli scherzi di un paese, quale era il nostro in quegli anni lontani, culturalmente depresso e ancora scosso dai danni di una guerra che ci aveva cambiati.

Allora: nella “propostina” dovevano trovare posto le lecite rivalità della nostra provincia, la disposizione alla battuta umoristica, ed il gusto della parodia (a volta involontaria), la gara. Nasceva, ibrido come tanti altri generi di spettacolo, il varietà radiotelevisivo: un tentativo non si sa quanto ingenuo, di compattare una platea non ancora del tutto conosciuta. Poi i tempi sono cambiati. Non dico “evoluti”, ma cambiati. Il genere ha acquisito alcuni ingredienti che hanno ampliato la platea. Gli autori, portatori sani e timidi di “propostine”, venivano chiamati in corsa, a programma già impostato. Una volta erano due o tre per programma. Adesso sono decine.

Preoccupati di esserci ed impauriti, passateci questa considerazione amarognola, di essere confusi con i figuranti, tesi nella difesa della battuta suggerita o poco più e che, fra i tanti padri, finisce per perdersi. Come questi “portatori sani di propostine”  in via di estinzione.

Enrico Vaime

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