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Elodie e il genere televisivo del monologo dolente della donna

Elodie a Le Iene è solo uno dei più recenti esempi del nuovo genere televisivo: il monologo dolente della donna

Non devo e non posso spiegare niente a nessuno. Noi non dobbiamo mai sentirci in colpa. Noi non dobbiamo proteggere gli uomini perché gli uomini non sono i nostri figli e quando sbagliano è giusto che paghino“. È iniziato così il monologo di Elodie nella puntata de Le Iene di martedì scorso, la prima della stagione in cui al fianco di Nicola Savino si alterneranno donne sempre diverse.

Elodie prosegue il suo discorso spiegando che “mi fa incazzare vedere una ragazza che non può dire no o che si vergogna a farlo come se fosse troppo tardi per tornare indietro“. Poi scandisce: “Io sono libera di cambiare idea fino all’ultimo e dire “non mi va più”, oppure “ho sonno, sono stanca. Levati di torno”. O di darti un calcio nei coglioni piuttosto che stare in silenzio“.

La sensazione è che la televisione italiana negli ultimi tempi non sappia più fare a meno di un nuovo genere, quello del monologo dolente della donna. Un genere che di solito prevede che l’artista (cantante, attrice, conduttrice, ecc) racconti le difficoltà del suo passato, si rivolga direttamente alle donne (ormai di questioni femminili possono parlare solo le donne, altrimenti è mansplaining) e, laddove possibile, rimbrotti gli uomini. Le regole basiche sono: tono appassionato e dolente, un mix di storia personale e di frase dal sapore retorico, e un’inquadratura che tende a stringersi sempre di più sullo sguardo della protagonista.

I temi sono più o meno sempre gli stessi: la libertà della donna di fare ciò le pare, il rapporto con la bellezza, la perfezione che non esiste, gli sguardi degli uomini, quasi sempre colpevoli (Elodie spiega su Italia 1 che “molti uomini vogliono dominarci, controllarci e difenderci come se fossimo una loro proprietà“), la consapevolezza di se stesse, i figli, le violenze subite.

Al Festival di Sanremo la stessa Elodie (il monologo andò in onda a tarda ora, ma fu uno dei momenti più intensi della sua partecipazione alla kermesse) raccontò la difficoltà di mettere a fuoco il suo sogno quando era più piccola, Diletta Leotta sentenziò che “la bellezza capita, non è un merito“, Rula Jebreal portò sul palco del teatro Ariston le gravi discriminazioni e violenze subite dalle donne nel nostro Paese, Vanessa Incontrada in 20 anni che siamo italiani (con tanto di lacrime finali) sottolineò che la perfezione non esiste.

Toni, contenuti e livelli diversi di caso in caso, ma il genere televisivo del monologo dolente della donna è più vivo che mai.