Ci vediamo al bar, Giusi Battaglia a TvBlog: “Il cibo è emozione, i bar sono memoria: racconto la Sicilia e anche un po’ la mia vita…”

Ci vediamo al bar è una ‘sfida-non sfida’: l’obiettivo di Giusina è far conoscere i prodotti siciliani da bar, tra memoria, emozioni e cultura.

Giusina Battaglia è diventata una certezza nel palinsesto food di Warner Bros. Discovery: tutto è iniziato in pandemia, con alcune ricette postate su Instagram che sono diventate due programmi tv – Giusina in cucina e la Seacily Edition -, poi due libri, di cui l’ultimo fresco di stampa; ora c’è il ‘gran salto’, ovvero un format originale, da lei ideato, condotto – e, come vedremo, sentito fin dentro il midollo osseo – al via giovedì 27 ottobre su Food Network alle 22.00. Parliamo di Ci Vediamo al Bar – Sapori di Sicilia in sfida, una sorta di gara tra bar siciliani combattuta a suon di tipicità il cui giudice è esclusivamente il gusto degli avventizi intercettati per strada da Giusina Battaglia e da Paolo Briguglia, ‘partner in crime’ in questa prima edizione del programma. Il tutto si svolge tra le piazze di alcune delle città più belle, e in diversi casi meno conosciute, della Sicilia e con alcuni dei prodotti più rinomati e amati nel mondo: si va dal cannolo al calzone, dall’arancina alla pizzetta per arrivare a una bontà misconosciuta come lo Sfoglio delle Madonie. E se vi domandate cosa c’entri tutto questo con i bar evidentemente non siete mai stati in Sicilia.

Il tutto in cinque puntate di un’ora (che immaginiamo siano solo un assaggio) che si muovono tra PalermoPiana degli AlbanesiPetraliaPolizzi Generosa e Cefalù per una formula di programma piuttosto essenziale: in ogni puntata Giusina e Paolo vanno a conoscere i proprietari di due bar che presentano loro il proprio prodotto, aprono le porte dei propri laboratori, coinvolgono i conduttori – Giusina soprattutto – nella preparazione dell”oggetto della sfida’, ne raccontano la storia e raccontano inevitabilmente anche le proprie storie e le storie di famiglia. Perché quella dei bar, soprattutto nei piccoli centri, è una storia di famiglia, personale e al contempo collettiva, fatta di sacrifici e di umanità, di pazienza e di ricerca, di tradizioni tramandate attraverso le ricette e sfide continue per far continuare ‘il nome’ di famiglia. E alla fine si capisce bene come la sfida sia solo un pretesto per raccontare la vita dei bar e con essa quella delle piccole comunità: il tutto attraverso il cibo e le specialità che ‘segnano’ la quotidianità di un locale e dei suoi avventori. Perché non c’è nulla di più quotidiano della’andare al bar, nella dimensione sociale e rilassante dei piccoli centi: e quegli appuntamenti quotidiani diventano memoria e marcatempo. Un percorso di storia e di memoria difficile da far passare con un format tv, ma che si cerca di far arrivare al pubblico tramite la storia dei bar in gara e soprattutto tramite la memoria delle loro ricette: senza esperti a decretare il ‘migliore’, la sfida è – come dicevamo – solo uno spunto. A stabilire il vincitore di puntata, alla fine, è solo il gusto delle persone che Giusina e Paolo fermano casualmente per strada facendo assaggiare i prodotti dei due bar in gara. Il vincitore, insomma, lo stabilisce il gusto, random, degli avventizi; ma in fondo il vincitore non c’è, o meglio sono tutti. Perché alla fine è giusto così. Il cibo veicola storie personali e collettive ed è questo, sembra, essere il punto del programma, prodotto da Casta Diva per Warner Bros. Discovery.

Abbiamo avuto il piacere di parlarne proprio con l’ideatrice e conduttrice Giusi Battaglia, che è riuscita a ritagliarsi un po’ di tempo non solo tra i suoi impegni televisivi ma soprattutto tra gli impegni di quella che fino a due anni fa era la sua unica professione (per niente impiegatizia, verrebbe da dire), ovvero l’ufficio stampa di (amatissimi) talenti tv, cinema e teatro. Ne è venuta fuori (per me) una chiacchierata piacevolissima, di quelle che al bar potrebbero durare ore…

Partiamo subito dall’idea: come nasce il programma?

Guarda inizio col dirti che ci tengo davvero tanto a questo programma non solo perché l’idea è mia, ma perché io sono cresciuta in questo ambiente: quando ero bambina, infatti, mio padre e i suoi fratelli avevano un bar, il bar Battaglia, l’unico bar di Cerda, un piccolo paese vicino a Palermo. Si può dire che sono cresciuta con questo ‘germe’ all’interno. All’epoca, ma anche oggi in molte realtà dei piccoli centri, si faceva ‘produzione propria’: non esistevano i semilavorati da scongelare e mettere in forno, tutto si faceva in laboratorio. Una cosa faticosa: ricordo che mio padre si alzava alle 4 del mattino per andare a impastare, per preparare pasticceria e rosticceria. Questa cosa mi è sempre piaciuta. E poi, proprio grazie a questo ‘germe’, la mia vita è cambiata…

Certo, tutto è iniziato con una ricetta postata sui social, diventata ‘germe’ di un programma tv e di tutto il mondo di ‘Giusina in cucina’, infatti.

Posso dire che la rosticceria mi ha cambiato la vita, anzi me l’ha proprio stravolta. Anche per questo ho pensato di dare una ‘possibilità’ ai pezzi della rosticceria e della pasticceria dei bar siciliani e ai bar stessi, la possibilità di farsi conoscere al di fuori dei piccoli centri. Perché da noi, soprattutto al Sud, il bar è un luogo di ritrovo importante: conosci tutti, c’è un rapporto con i baristi e con i proprietari, vi nascono storie, amicizie, collaborazioni. È un luogo di vita e di scambio, un luogo a 360° gradi che ho conosciuto e che amo molto.

Da questa voglia di far conoscere rosticceria e pasticceria siciliana nel resto d’Italia, dunque, è partito tutto…

Sì. Ne ho parlato al direttore di rete Gesualdo Vercio, anche lui siciliano e ben consapevole di quanto avessi in mente, e siamo partiti subito. Davvero, ne abbiamo parlato e l’abbiamo girata!

Al di là dell’idea portante, quindi quella di far conoscere i bar e le produzioni proprie, c’è qualcosa che vorresti fosse evidenziato di più di questo format?

Guarda, la cosa che più mi piace di questo progetto è che a giudicare è la gente, senza sovrastrutture, senza calcoli… solo la gente che abbiamo trovato ‘a timpulata’, a caso insomma. Siamo andati in giro con le nostre guantiere, li abbiamo fermati, hanno assaggiato, ci hanno detto la loro preferenze e abbiamo fatto firmare la liberatoria. Così, tutto molto informale, tutto molto reale e diretto. Perché a me da telespettatrice piace vedere cose così, ma non ce ne sono molte in giro…

In fondo la gara, però, è solo una scusa, uno spunto narrativo, l’occasione per far conoscere prodotti e storie di bar, no?

Sì, vero! In fondo la sfida è un modo per arricchire il programma, ma il cuore per me è tutto il resto: è, come dicevo, soprattutto nei prodotti e nelle preparazioni e poi nei bar, per quello che rappresentano per le persone e per le comunità.

Per chi non è abituato, fa strano vedere cannoli e calzoni come prodotti da bar…

E sì! Alla fine da noi il cornetto è l’ultima cosa che si vende al bar: in Sicilia trovi cartocci, cannoli, ravazzate, insomma tutto il resto. Da noi la colazione si fa anche con arancina e cappuccino!

Ho avuto modo di vedere in anteprima la puntata dedicata al cannolo e girata a Piana degli Albanesi…non so se fosse la prima che avete realizzato, ma devo dire che si sentiva molto quella che chiamerei una certa ‘emozione da debutto’. Si vede che tu e Paolo non siete abituati a questo genere di lavoro davanti alle telecamere…

Uhhh, non puoi capire l’emozione! Piana degli Albanesi è un mio posto del cuore, ma davvero! Mio nonno era di Piana e morì molto molto giovane: quando eravamo piccoli mia mamma ci portava lì ogni domenica per andare a mangiare il cannolo. Era un modo per ricordare il padre, per vedere i luoghi in cui aveva vissuto e per farli conoscere a noi. Ecco, lì proprio c’era tutta la mia commozione e ti confesso che mi vengono i brividi solo a pensarci.

Devo dire che questo coinvolgimento si sentiva. Non solo emozione da debutto, dunque…

Diciamo un mix. Quella puntata è stata comunque una delle primissime cose che abbiamo girato e questo tipo di produzione è per me una cosa davvero nuova. Io sono abituata a girare a casa mia, neanche in uno studio! Qui abbiamo una produzione con tre telecamere, itinerante… insomma un’esperienza proprio nuova! Spero di essere stata in grado!

Restando un attimo sul piano della produzione, mi riaggancio a quel racconto che facevi su Piana degli Albanesi: per la professione che fai, quella di ufficio stampa che non hai interrotto in questi anni, sei abituata a stare dall’altra parte della telecamera. A vederti, invece, ai fornelli e anche qui ‘al bar’, la sensazione da casa è che tu sia ‘senza pelle’, insomma tutta proiettata nel racconto. Cosa che ha i suoi punti di forza e anche qualche elemento di debolezza, ovviamente. La cifra che restituisce, però, è quella dell’onestà. Tu come hai affrontato questa nuova ‘dimensione’ del tuo lavoro?

Anche in cucina vengono fuori le emozioni: io faccio sempre piatti che hanno un senso per me, non tanto per farli. Qui questa emozione è all’ennesima potenza. Prima di tutto perché ci sono cose che fanno parte della mia vita, del mio passato e che mi danno emozione. Per dire, io sono cresciuta a pane e calzoni: mia mamma lavorava alle Poste e lì c’era un bar che faceva dei calzoni buonissimi! Quando non andavo a scuola capitava che mamma mi portasse con sé in ufficio e a me piaceva andarci perché sapevo che avrei mangiato quei calzoni! Alle 10 mamma prendeva il caffè e io aranciata e calzone! Non me lo dimenticherò mai…

Insomma, ci sono pezzi della tua vita in questo programma…

Esatto! Come faccio a non emozionarmi? È stato proprio quel calzone a farmi innamorare della rosticceria e della cucina e proprio un calzone mi ha stravolto la vita: fu dopo aver pubblicato la foto di un pezzo appena fatto che ricevetti la telefonata che mi cambiò la vita e che ha portato a Giusina in cucina. Era il 21 marzo 2020.  Se ci pensi è una follia… Proprio un calzone… Per cui andare a visitare quel bar, raccontarlo, è raccontare anche un pezzettino di me.

Come ti dicevo, l’emozione si sente tutta, così come si vede che c’è un canovaccio più che una sceneggiatura.

Nooo, ma io non potrei mai seguire un copione scritto di tutto punto! Non è proprio il mio genere… Si capirebbe che non sono io. Per carattere e per natura sono molto creativa, prendo spunto dalle situazioni. E si vede nel programma. Certo avevamo un canovaccio, ma molte delle cose che abbiano detto e fatto sono nate al momento, proprio dalle emozioni e delle sensazioni che avevamo. Poi avendolo ideato devo dire che ce l’ho chiaro in testa: lo stesso accade per Giusina in cucina, ovvero quel che dico sulle ricette non è preparato prima, ricercato, scritto… È quello che io so e quello che io mi sento di dire. Punto. Fino a quando farò programmi del genere me lo posso permettere; poi non si sa cosa può accadere nella vita, no?

Ma avevi in mente una conduzione di coppia? Paolo Briguglia è intervenuto per avere un ‘supporto’ alla conduzione o era da subito parte integrante del progetto narrativo?

Diciamo che volevo differenziare questo prodotto dagli altri che faccio. Ci siamo comunque confrontati con la rete e la produzione per capire cosa fosse meglio fare e abbiamo pensato che sarebbe stato bello avere un compagno di avventura. Trovare la persona giusta, però, non è stato facile: volevamo un uomo siciliano, che amasse il cibo e ne capisse, che avesse visibilità nazionale, che fosse un volto amato dal pubblico. Dei vari nomi che avevamo immaginato nessuno però era disponibile, anche perché abbiamo girato in piena estate, periodo in cui i set sono aperti. Eravamo in un vicolo cieco quando – e vedi tu il destino come c’entra sempre – una sera accendo la tv, che è una cosa che non faccio mai perché in genere in ‘prima serata’ metto a letto i bambini. Quella sera, però, ci riesco: era periodo di Eurovision e prima della diretta passa una pubblicità sociale e appare lui, Paolo! Era la persona perfetta! Aveva tutti i requisiti! Lo contattiamo subito: lui non mi conosceva, mi ha cercato sui social, ha capito al volo quale fosse la mia idea ed è stato subito conquistato dal progetto. Ha trovato il tempo per fare il programma e ci siamo conosciuti il giorno stesso delle riprese. Anche questa è stata un’esperienza. Si vede che abbiamo bisogno di rodaggio, soprattutto all’inizio, ma mi è piaciuta subito la sintonia che si è creata: abbiamo una stessa visione delle cose e siamo andati per lo più a braccio. La troupe ci guardava sconvolta. Ma è stato davvero molto bello.

Abbiamo detto che questa edizione conta cinque puntate e i prodotti scelti sono tutti molto conosciuti, meno lo Sfoglio delle Madonie: un cliffhanger per invogliare il pubblico a scoprire altre specialità in una prossima stagione?

Questa edizione è un po’ un test, è vero. Onestamente spero in una prossima stagione. Il mio sogno è fare ancora tantissime puntate perché ho tantissimi prodotti da far conoscere. Non sai che fatica per scegliere questi primi cinque! Scrivevo e cancellavo, aggiungevo e toglievo! Ecco, per me è stato importante mettere lo Sfoglio, un dolce meraviglioso che non conosce nessuno al di fuori delle Madonie. Mio padre me lo portava sempre quando tornava da lavoro e per me è come la madeleine di Proust. Quando l’ho fatto da sola, a casa, mi è venuto da piangere perché ho risentito quel sapore speciale, quel ricordo. Ha un sapore unico, difficile da spiegare e ha anche una storia particolare perché ci sono due paesi che se ne sono contesa la paternità, tanto da andare davanti al giudice. Il TAR, per non scontentare nessuno, ha denominato il dolce ‘Sfoglio delle Madonie’, indicando così il territorio e non il singolo paese. Ovviamente siamo andati nei due paesi contendenti e ne vedremo delle belle. Sarà la gente, o meglio il gusto delle persone che abbiamo incontrato, a dare il proprio verdetto.

Intanto è l’unico prodotto forse un po’ più particolare di questo ‘primo’ ciclo…

Ma è quello che voglio fare, far conoscere prodotti, ricette, piatti che conoscono in pochi o che conoscono solo in Sicilia! lo faccio già con Giusina in cucina, ma qua ci tengo ancora di più. Non sai come sono contenta quando mi scrivono da lontano ringraziandomi per aver fatto scoprire loro qualche piatto. Ricordo una mail da Udine che diceva “La mia vita non ha avuto senso fino a quando non ho scoperto lo Sfincione”. Capisci che bellezza!

Ecco, l’entusiasmo che ci metti si sente sempre tutto, anche nella costruzione dei tuoi libri…

Ma neanche nei miei sogni avrei mai pensato di scrivere due libri di cucina… Due! Il primo libro è arrivato peraltro in un momento molto particolare per il mercato editoriale, che è saturo da tempo sulla cucina… Eppure è andato molto bene. Ora ho presentato il secondo! Non era scritto da nessuna parte che questa sarebbe stata la mia vita e non sai quanto sono grata per tutto questo. Io mi alzo felice! Stanca sì, perché ho il mio lavoro, la mia famiglia, due bambini e la cucina ed è complicato tenere insieme tutto. Però sono felice perché tutto questo è un dono meraviglioso!

Ora che sei uscita dalla comfort zone della tua cucina e hai rotto il ghiaccio con i cibi della memoria magari hai in mente altri format da proporre…

Beh, qualcosa in mente c’è. Io ti dico solo una cosa: se c’è un programma tv che adoro è Linea Blu! È il mio programma del cuore, da sempre. Per me Donatella Bianchi è un mito assoluto ed è l’unica persona, credimi, alla quale abbia mai chiesto un autografo in vita mia! Ne ammiro il lavoro, adoro il programma… Ecco, per me Ci vediamo al bar si avvicina a quel principio, ovvero al far conoscere luoghi, prodotti e tradizioni anche meno note. Se mi facessero fare un programma così sarei al settimo cielo! Mi piacerebbe raccontare il mare: io non riesco a farne a meno e quando posso mi ritaglio un po’ di tempo per godermelo.

Mare, Linea Blu, cucina: quale potrebbe essere la chiave del racconto di Giusina?

Beh, diciamo che la Sicilia è sempre il mio cuore e la mia vita… Magari raccontare il mare attraverso il cibo e soprattutto far conoscere le tante cose dimenticate o misconosciute della nostra splendida terra. Ma chissà…

Per adesso le scopriamo via terra con Ci vediamo al bar. Perché la divulgazione e la scoperta passano anche per i tavolini di una piazza.