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Anthony Bourdain, la sua voce ricostruita in digitale per Roadrunner: si apre il dibattito sui documentari nell’era digitale

In Roadrunner il regista ha inserito tre frasi lette dalla voce ricostruita digitalmente di Anthony Bourdain: è sempre un doc?

Presentato un mese fa in anteprima al Tribeca Film Festival, il doc Roadrunner: A Film About Anthony Bourdain continua a far discutere. Diretto da Morgan Neville – vincitore del Premio Oscar nel 2014 per il documentario 20 Feet from Stardom -, il docufilm si è posto l’obiettivo di raccontarne la vita e soprattutto provare a capire le circostanze che lo portarono alla morte. Il popolare chef e amato volto della televisione, famoso per i suoi programmi tra etnografia e cucina, tra cultura e fornelli, si tolse la vita nel giugno del 2018 mentre era impegnato nelle riprese di quella che sarebbe stata l’ultima stagione del suo popolare format, Parts Unknown.

Il viaggio intrapreso da Neville alla scoperta di Bourdain sembra voler vedere nel suo continuo girare il mondo, nei suoi oltre 200 giorni spesi a girare i suoi programmi, le cause del suo ‘vuoto esistenziale’, almeno nella critica esposta da Gleiberman  su Variety. Ma c’è un aspetto peculiare di questo documentario che va al di là del personaggio e della sua storia e riguarda l’uso degli strumenti digitali nel racconto documentaristico, che per sua natura dovrebbe più di altri scostarsi dalla fiction, limitare il ricorso alla sospensione dell’incredulità.

 

La questione riguarda la presenza nel documentario di una frase detta da Bourdain, che ascoltiamo direttamente dalla sua voce. Ed è tutta qui la questione sollevata con e in Roadrunners: nella sua presentazione, il doc vuole offrire al pubblico uno sguardo ‘diretto’ su quanto Bourdain ha fatto e ha lasciato dietro di sé, raccontato anche dalla sua stessa voce. Ma c’è una mail nel documentario che sentiamo leggera da lui, in voice over, ma è una mail che non ha mai letto ad alta voce. Una mail che ha scritto, ma non ha mai registrato con la sua voce. Per inserirla nel documentario, il regista ha scelto di ricostruire la voce di Bourdain in digitale per fare in modo che il pubblico la sentisse ‘pronunciare’ quanto scritto all’artista, e amico, David Choe. In tutto tre frasi che però non sono certo passate inosservate a chi lo amato, come la prima moglie Ottavia, che ha contestato su Twitter un estratto di un’intervista rilasciata dal regista che parlava di una “verifica fatta con la moglie e con il suo ‘esecutore letterario’ per assicurarsi che tutti fossero d’accordo con questa scelta: non gli ho messo parole in bocca, ho solo cercato di farle vivere”. L’ex moglie si è dissociata da questa decisione.

 

Al netto delle questioni ‘legali’, degli accordi presi, dei disaccordi produttivi, il caso della voce ricostruita digitalmente per un documentario ci porta nell’ambito del ‘deepfake’. Ed è l’aspetto più interessante della questione, perché apre a riflessioni sull’uso del digitale proprio nel genere che dovrebbe avere più di altri agganci concreti, e non ricostruiti artificialmente, con la ‘realtà’ (o almeno una realtà) dei fatti. Ma sempre Gleiberman, in un suo articolo su Variety, evidenzia come questa ‘deriva etica’ del documentario sia iniziata da tempo, da lontano, con scostamenti rispetto al genere documentaristico che hanno vissuto stagioni, e autori, riconoscibili e lontani dalla natura intrinseca del genere. Si parla di Michael Moore, ma anche di quanti nella costruzione della propria ‘testimonianza’ riorganizzano set e situazioni. Una fictionalizzazione che mina le radici del genere, ma che in fondo nasce col genere stesso, almeno da parte di alcuni autori. Vi lasciamo, quindi, alla riflessione di Gleiberman: l’invito è quello di guardare con attenzione ai vari contenuti del genere. In attesa che il doc Roadrunner: A Film About Anthony Bourdain arrivi anche in Italia.