Home Notizie Alberto Manzi e la didattica in tv: dal provino improvvisato ai fogli di carta da pacchi attaccati al muro, come nasce “Non è mai troppo tardi”

Alberto Manzi e la didattica in tv: dal provino improvvisato ai fogli di carta da pacchi attaccati al muro, come nasce “Non è mai troppo tardi”

Alberto Manzi avrebbe oggi 101 anni. L’uomo è passato alla storia per un programma televisivo: “Non è mai troppo tardi”, la trasmissione che ha portato alfabetizzazione e didattica in tv.

4 Novembre 2025 15:48

Alberto Manzi, per le nuove generazioni, suonerà come un inedito. Invece per chi ha vissuto determinate epoche è il riferimento televisivo rispetto a quella che è stata definita televisione didattica. Manzi, in qualche maniera, è l’antesignano dei content creator: coloro che, attualmente, si dilettano – fra piccolo schermo e Web – con i tutorial. Video che insegnano come svolgere un’attività o come compiere determinate azioni più o meno utili all’interno del nostro vissuto.

Questo faceva Alberto Manzi, oggi avrebbe compiuto da poco 101 anni, quando non era di moda e quando non c’era nulla. Se non la televisione come nuova scoperta con cui fare i conti. Nel 1960, in Italia, infatti, il piccolo schermo era arrivato nelle case relativamente da poco. Era uno strumento nuovo con cui tutti dovevano ancora familiarizzare. Allora, dalle parti della Rai, pensarono a un contenitore che agevolasse l’alfabetizzazione tra i più e i meno giovani.

Alberto Manzi, un docente in televisione

Nello specifico, l’Italia viveva ancora una fase di assestamento rispetto alla fine del secondo dopoguerra. Il clima, ormai, non era più ostile. Centinaia di migliaia di italiani, però, avevano bisogno di ritrovare una dimensione. Rimettersi in sesto e fare la pace, idealmente, con una cultura di base che mancava. L’alfabetizzazione era considerata ancora un lusso e non tutti potevano permettersi un’istruzione completa, come magari (e per fortuna) avviene oggi.

Rai Cultura ripropone un'intervista ad Alberto Manzi
Alberto Manzi in una celebre intervista (Screenshot RaiCultura profilo ufficiale) – TvBlog

In questo particolare contesto sociopolitico e culturale, entra in gioco – mediaticamente e non solo – Alberto Manzi. Docente, pedagogista, scrittore e politico italiano. Il quale venne chiamato in causa da Oreste Gasperini e Carlo Piantoni. Autori e curatori del programma “Non è mai troppo tardi”. Alla base del format, prodotto dalla Rai in collaborazione con il Ministero della Pubblica Istruzione, c’era l’esigenza e la volontà di insegnare l’Italiano a chi non lo conosceva. Leggere, scrivere, migliorare la dialettica oltre alla pronuncia delle singole parole.

“Non è mai troppo tardi”: un’esigenza sociale diventa format

Una vera e propria esigenza sociale trasformata in occasione di apprendimento e approfondimento. Il programma, nello specifico, venne trasmesso per otto anni: dal ’60 al ’68. Anno in cui, fra le altre cose, in Italia cominciarono anche le rivoluzioni studentesche sull’onda dei movimenti britannici e non solo. La beat generation, Beatlemania e un senso di emancipazione mai provato prima. La fase precedente a questo moto evolutivo vedeva – nello Stivale – la Rai come ultimo baluardo utile a preservare l’importanza della cultura.

Un programma come “Non è mai troppo tardi”, nella sua concezione e idea di base, venne subito accolto bene. Era necessario, però, trovare una figura istituzionale che facesse da cerimoniere e maestro. Una personalità in grado di condurre, quindi stare davanti al mezzo televisivo, e spiegare l’Italiano in maniera tale che la platea di spettatori potesse comprenderlo senza affaticarsi. Qualcuno, insomma, con una buona dose di pazienza ed empatia.

Il provino a Viale Mazzini

Dopo alcuni provini, quel qualcuno è arrivato ed era proprio Alberto Manzi. Su RaiPlay è possibile visionare alcuni estratti delle teche Rai, dove vengono tenuti i programmi d’archivio, per rintracciare le parole del docente, pedagogista e scrittore subito dopo aver affrontato il provino dalle parti di Viale Mazzini. L’uomo racconta, senza mezzi termini, che la prova andò bene proprio perchè fu lui a stravolgere le direttive iniziali degli autori: “Alle 14.00 di pomeriggio mi chiamano in sede Rai per fare la prova e io dissi subito: posso fare come mi pare o devo per forza attenermi a un testo scritto? Mi lasciarono margine di manovra. Premetto che io ignoravo che esistesse una sala regia che era fuori dallo studio”, ha precisato subito Manzi.

“Non avevo mai visto uno studio televisivo – prosegue, quindi, il docente – non sapevo neanche l’esistenza di certe dinamiche. Credevo che tutto si svolgesse con le persone che erano lì: c’era quest’uomo in camice bianco che diceva muoviti, parla, tocca a te. Allora ho cominciato dicendo: chi ha scritto questa lezione non capisce niente. Ho strappato i fogli della lezione preparata e ho chiesto un po’ di fogli di carta da pacchi. Così hanno preso questi fogli, io li ho attaccati al muro e ho cominciato a disegnare. La soluzione qual era? Se devo tenere alta l’attenzione del pubblico spiegando l’Italiano devo fare qualcosa di dinamico, quindi o mettevo le ballerine – ma non era all’altezza del contesto che stavo occupando – o mi metto a disegnare quello che voglio affrontare a voce. Questa cosa piacque moltissimo, al punto che gli autori mi chiesero di restare. Così è cominciata la mia avventura in tv”.

Record di ascolto e premio UNESCO

Queste parole così chiare e senza alcun tipo di filtro sintetizzano al meglio quel che è stato per l’Italia e gli italiani “Non è mai troppo tardi”: una zona franca dove si poteva essere sè stessi e imparare qualcosa senza timore di mostrare le proprie lacune. Gli ascolti furono molto importanti e la trasmissione venne presa a esempio in molti altri casi, fra presente e futuro del tubo catodico (se può ancora essere definito in questo modo), perchè Manzi aveva saputo mettere piede nelle case dei cittadini con garbo, rispetto e circospezione portando qualcosa di nuovo e indispensabile: la sua cultura.

La trasmissione venne talmente apprezzata che a Tokyo ricevette il premio UNESCO in qualità di miglior contenuto televisivo per arginare l’analfabetismo. Manzi divenne, dunque, un riferimento internazionale. Il programma, nella fattispecie, è durato 484 puntate: l’ultima apparizione nel maggio 1968, quando potè essere sospesa grazie a un altro obiettivo raggiunto dallo Stivale. L’aumento della frequenza alla scuola dell’obbligo. Alberto Manzi – e un certo tipo di servizio pubblico – ha rimesso in carreggiata un Paese arretrato dal punto di vista didattico dimostrando che, con volontà e tenacia, è possibile sistemare ogni cosa. Colmare ogni tipo di lacuna, senza imbarazzo ma con la voglia di rimettersi in sesto.

L’eredità del programma

Quasi mezzo milione di persone, grazie alle lezioni a distanza di Manzi, è riuscito a conseguire la licenza elementare. Un risultato storico che venne preso a modello da ben 72 paesi, tutti riproposero il format secondo le possibilità di governi e Stati. “Non è mai troppo tardi”, nel giro di otto anni, è passato da scommessa televisiva a esempio da seguire. L’epopea di Manzi e di quella Rai ebbe risalto anche per via della scrittura e trasmissione di una fiction nel 2014 con Claudio Santamaria nei panni di quello che tutti, indistintamente, ormai chiamavano (e chiamano) “maestro”. La regia del prodotto è di Giacomo Campiotti: lo stesso che ha portato al successo il più recente progetto seriale “La ricetta della felicità”.

Tornando ad Alberto Manzi e la sua eredità professionale, il programma venne riproposto in forma diversa prima nel 1990-91 con Gianni Ippoliti alla conduzione: non si insegnava più l’Italiano, ma Ippoliti – sull’esempio di Manzi – era chiamato a spiegare agli anziani i primi rudimenti dell’Inglese e dei termini usati nel linguaggio giovanile. Sentiero battuto anche 13 anni più tardi, nel 2004, quando “Non è mai troppo tardi” cambia nome e diventa “Non è mai troppo t@ardi”: format prodotto da Rai Educational dove al centro di tutto c’erano le basi della cultura informatica. Remake di vario genere che, però, non hanno avuto lo stesso effetto per diversi motivi. In primis per la mancanza di un volto catalizzatore come lo era stato Alberto Manzi. A 101 anni dalla sua nascita è ancora il primo “content creator” ante litteram della televisione italiana.