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Fabrizio Failla a Tvblog: “A trent’anni ho lasciato la conduzione del Tg2 per fare l’inviato sportivo”

Fabrizio Failla da anni è il telecronista della pallanuoto sulla Rai: a Tvblog racconta gioie e dolori della sua carriera.

Fabrizio Failla, 50 anni, nato a Firenze, dal 1991 in Rai, alle Olimpiadi di Londra 2012 sarà – come sempre – la voce della pallanuoto, al fianco di Francesco Postiglione.

Fabrizio, sei già alla settima Olimpiade estiva.

“Sì, esatto, e in totale fanno otto visto che ho seguito anche i Giochi Invernali di Albertville nel 1992”.

Come sei arrivato in Rai?

“Mi sono laureato in Giurisprudenza con una tesi riguardante lo scontro di gioco avvenuto tra Silvano Martina e Giancarlo Antognoni nel 1981, lavorato in alcune radio private tra Salerno e Nocera Inferiore e poi al Mattino. Quindi sono arrivato in Rai all’inizio degli anni Novanta: prima al Tg2, dove ho anche condotto il telegiornale, poi dal 1994 allo sport, visto che preferivo fare l’inviato. Inoltre faccio parte del Comitato di Redazione e della Commissione Sindacale dell’Usigrai”.

Insomma, racconti lo sport da vent’anni. È cambiato in questi anni il tuo stile?

“No, lo stile rimane bene o male sempre lo stesso, a parte alcuni minimi aggiustamenti. Il modo di raccontare, più che altro, cambia in presenza delle nuove tecnologie, che garantiscono molti più dati e informazioni rispetto al passato. Insomma, se prima gli avversari della Nazionale li conoscevi soprattutto grazie alle informazioni che ti passavano i colleghi stranieri, adesso con Internet sai tutto. Ma non vuol dire che il compito sia più facile. La televisione ha dei tempi che devono essere rispettati: non puoi metterti a raccontare la storia (per quanto interessante possa essere) di un giocatore mentre in acqua c’è un’azione importante”.


E con Internet, sono più competenti anche gli spettatori.

“Certamente. Il pubblico della pallanuoto, in particolare, è molto appassionato ed esperto, pronto a coglierti in fallo non appena commetti un errore. In ogni caso, c’è solo un aspetto che il pubblico non è disposto a perdonare: la presunzione”.

Pubblico competente, sì, anche se poi alle Olimpiadi ci saranno molti spettatori poco esperti.

“E proprio per questo nel raccontare le partite delle Nazionali al mio fianco ci sarà Francesco Postiglione, che è dotato di una capacità straordinaria: sa fornire spiegazioni perfette anche per il pubblico meno esperto. È diretto, e soprattutto sa seguirmi nel mio modo di raccontare. Insomma, se io racconto una cosa che succede, lui spiega perché succede”.

Dopo tante Olimpiadi c’è ancora l’emozione della prima volta?

“Certo, l’emozione e l’impatto rispetto all’evento non cambiano mai. Poi è chiaro che l’emozione aumenta se la tua Nazionale va avanti nel torneo e va a medaglia. In questo senso, la medaglia d’oro conquistata dal Setterosa ad Atene 2004 è stata un’emozione stravolgente, difficile da ripetere”.

C’è, invece, nella tua carriera, un episodio che vorresti dimenticare?

“Due in realtà. Il primo risale agli Europei di calcio del 2000, con il pestaggio subito a Rotterdam dai miei colleghi Mario Mattioli, Ignazio Scardina e Donatella Scarnati da parte dalla polizia olandese. La loro colpa era stata semplicemente quella di riprendere con le telecamere delle persone disabili che venivano portate a mano all’interno dello stadio. Io mi salvai dal pestaggio, ma rimasi sconvolto. Della vicenda si occupò addirittura il Presidente della Repubblica Ciampi.
Il secondo episodio, invece, risale al 2003, quando a Kranj, in Slovenia, andò in scena la finale degli Europei di pallanuoto tra Croazia e Serbia: quel giorno andò in scena una vera e propria guerriglia a bordo vasca, etnica e civile, con la tribuna stampa invasa dai tifosi. Vidi pistole, spari, gente buttata dagli spalti. Per fortuna noi eravamo osservatori neutrali e non eravamo considerati dai tifosi, ma quella fu una giornata indimenticabile”.

Torniamo a Londra 2012: come vivi la concorrenza con Sky?

“Da spettatore sono molto curioso di vedere come si comporterà: per diversi sport, infatti, ha telecronisti esperti, ma ci sono anche numerosi sport di cui a Sky non si sono mai occupati. Detto ciò, sono contrario alla proposizione di una dicotomia Rai/Sky, non vedo mai un conflitto tra colleghi. Credo che sia immaturo e infantile dire ‘Sono più bravo di lui’, ‘Lui è più bravo di te’. Narcisistico e poco professionale”.

Tu sei reduce dagli Europei di calcio: Raisport è stata piuttosto criticata nell’occasione.

“Fortunatamente la rubrica che curavo a Dribbling non è stata criticata, ma chiaramente non mi tiro fuori dalla questione, anche perché ognuno deve essere il primo critico di sé stesso. Io credo che se la Rai si fosse davvero meritata tutte le critiche che le sono piovute addosso, gli ascolti non sarebbero stati così alti: insomma, alcune critiche (non tutte) erano solo pretestuose. Detto ciò, si può sempre migliorare”.

Dove, per esempio?

“Io credo che ci sia bisogno di discontinuità rispetto al passato (per altro, è un discorso che vale per la televisione in generale). Ormai le nuove tecnologie impongono che in tv si debba andare oltre il semplice evento sportivo. L’evento si auto-promuove, va avanti da solo: il compito del giornalista, dunque, deve essere quello di scovare delle storie e saperle raccontare, andare oltre”.

Raisport ha perso la Champions League per l’anno prossimo.

“Si tratta di una rinuncia dolorosa, per me che seguivo le partite a bordo campo soprattutto: è come se avessi smarrito un gioiello di famiglia. Ma d’altra parte gli eventi costano, e la Rai vive solo di canone. Non è una tv commerciale e non si alimenta con gli abbonamenti: può contare solo sul canone, che però deve fare i conti con un’evasione altissima. A questo proposito, credo che l’unica soluzione possibile per risolvere il problema sia quella di associare il canone alla bolletta della luce”.

Come vedi il tuo futuro professionale?

“A me piace fare l’inviato, e se ne avrò la possibilità lo farò sempre. Ho lasciato la conduzione del Tg2 a trent’anni, è stata una scelta coraggiosa, ma ho fatto quello che desideravo. I ruoli di coordinamento non mi piacciono, anche perché credo che se uno fa il capo non può essere operativo. Insomma, se uno scrive, non recita. Mi piace impegnarmi nel sindacato e lavorare per tutti. E poi l’anno scorso ho scritto un romanzo, The Tiger”.

Mai pensato di andare via dalla Rai?

“No, per quanto possa criticarla, la Rai rimane la mia casa, il mio mondo”.

Infine, ti chiedo un pronostico sul destino olimpico delle Nazionali di pallanuoto.

“Credo che siano entrambe da podio, con qualche possibilità in più per il Setterosa in quanto ci sono meno avversarie competitive”.

Insomma, per due settimane diventeremo una nazione di pallanuotisti, dopodiché ce ne dimenticheremo per altri quattro anni.

“Purtroppo”.