Pantani: racconto o apologia?

Stasera su Raiuno alle 21.10 andrà in onda il film per la tv “Il Pirata – Marco Pantani” diretto da Claudio Bonivento, già regista de “Il Grande Torino”, e prodotto da Bibi Ballandi (onnipresente). Negli ultimi giorni siamo stati travolti da un vero e proprio uragano promozionale e le interviste, gli approfondimenti su decine di

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Rolando Ravello che interpreta PantaniStasera su Raiuno alle 21.10 andrà in onda il film per la tv “Il Pirata – Marco Pantani” diretto da Claudio Bonivento, già regista de “Il Grande Torino”, e prodotto da Bibi Ballandi (onnipresente).

Negli ultimi giorni siamo stati travolti da un vero e proprio uragano promozionale e le interviste, gli approfondimenti su decine di testate giornalistiche si sono sprecati. Il motivo per una volta non è squisitamente commerciale, il motivo è Marco Pantani. Il ciclista di Cesenatico ha rappresentato per anni il ciclismo italiano, forse quello mondiale, con le incredibili vittorie ottenute nel modo che per quello sport più conta: andando più forte in salita, scattando e lasciando tutti indietro. Sarebbe bastato questo a farlo ricordare per sempre, ma il Giro d’Italia del ’99 ha cambiato tutto e lo ha reso se possibile più famoso, ancora più importante. Quando a Madonna di Campiglio fu trovato con un valore oltre la soglia consentita, che nel linguaggio tecnico significava uso di EPO e quindi doping, il contraccolpo è stato tremendo. I tentativi di tornare in sella con successo tutti o quasi senza risultato e dopo pochi anni, il giorno di San Valentino del 2004, la morte in un anonimo residence di Rimini, una morte che l’ha raggiunto da solo quando la dipendenza dalla cocaina (il suo ultimo rifugio) era oramai incontrollabile.

Complicato raccontare in maniera equilibrata la storia di un uomo che ha animato tante passioni come il Pirata e certo è difficile parlare prima aver visto il film, ma personalmente quanto ho letto e ascoltato nelle interviste del protagonista-sosia Rolando Ravello e del regista mi ha lasciato perplesso.
Si rivendica apertamente la “faziosità”, si delegittima il controllo anti-doping che distrusse la carriera e la vita di Pantani, si lancia l’insinuazione (senza alcuna prova) che si sia trattato di un complotto, di una trappola per distruggerlo, ignorando il controsenso che questa teoria rappresenterebbe, e si decide di non mostrare in alcun modo gli ultimi giorni del ciclista.

Sarà una cosa impopolare ma l’idea mi preoccupa, non perchè sia un colpevolista a tutti i costi, ma questo modo di parlare mi piace poco. Il ciclismo è uno sport che ha perso credibilità e che negli ultimi anni non ha smesso di perderne, con sempre nuovi scandali che hanno coinvolto campioni come Basso, sfiorato leggende come Armstrong e che hanno stravolto le classifiche “sportive” dell’ultimo Tour de France. Pantani non era e non è stato l’unico ciclista ad essere colpiti dall’infamia del doping, non è stato nemmeno l’unico uomo incapace di affrontare la vergogna e di tornare a correre e vincere, ma è l’unico per il quale diventa utile e pensabile avviare un’operazione apologetica che consente di far passare messaggi come questo: “Quella norma ipocrita del 50 per cento sull’ematocrito, per cui il messaggio era fatevi pure di epo, purché non superiate quella soglia. Pantani voleva solo combattere alla pari degli altri“.

Stasera potremmo farci tutti la nostra idea, si potranno formulare delle opinioni coerenti e motivate sulle scelte di Bonivento, di certo tutte le premesse sembrano costruire un’immagine che a mio parere rischia di vanificare quando di positivo possiamo trarre come insegnamento dalla storia di un grande campione come Pantani: qualsiasi cosa si dica, comunque incapace di scollinare per primo nella salita più difficile.

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