“40 secondi” e “Sulla mia pelle”: la cronaca diventa racconto filmico, come creare appeal senza snaturare la vicenda
“40 secondi”, di Vincenzo Alfieri, racconterà la storia di Willy Monteiro Duarte. Un episodio di cronaca nera che ha risvegliato il Paese sull’importanza di certe tematiche. Lo stesso è accaduto con “Sulla mia pelle”.
Willy Monteiro Duarte e Stefano Cucchi sono due facce della stessa medaglia. Entrambi vittime di abusi. Violenze di diversa natura hanno portato il Paese a domandarsi cosa stesse accadendo. Perchè – ancora – non è possibile arginare determinati atti di crudeltà. Non solo insiti nella violenza di chi li esercita. Fortemente presenti anche nell’ignavia collettiva di chi ignora – volutamente – la presenza di un problema.
Non si vuole vedere. Questione di comodo o semplicemente perchè conviene girarsi dall’altra parte piuttosto che fare i conti con i propri scheletri nell’armadio. Le due vicende di cronaca raccontano, senza sconti, l’epopea di due famiglie spezzate nell’intimo. Costrette a dover fare i conti con le lungaggini di un sistema burocratico e giudiziario che si è trovato a considerare anche l’ipotesi di dover fronteggiare depistaggi di vario genere.
40 secondi e Sulla mia pelle: la cronaca nera arriva in sala e nelle case
Alessio Cremonini, nel 2018, si è chiesto – riuscendo anche a dare una risposta – come il racconto filmico potesse diventare testimonianza e documento utile affinché l’esempio della famiglia Cucchi non passasse inosservato. Senza cadere nell’oblio del tempo che macina tutto. Persino il dolore e la rivalsa di gente comune che è riuscita a ritrovare giustizia quando non sembrava possibile.

Il risultato è un film uscito su Netflix, dopo essere stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Si raccontano gli ultimi giorni di Stefano Cucchi. Dall’arresto al pestaggio, fino all’inizio della vicenda giudiziaria che ha portato successivamente alla condanna di 3 anni e 6 mesi nei confronti del Maresciallo Giuseppe Perri e un’ulteriore pena di 4 anni a Prospero Fortunato. Ex capitano e comandante della sezione infortunistica e polizia giudiziaria presso il Nucleo Radiomobile di Roma.
Come raccontare una vicenda giudiziaria al cinema e in tv
Sentenze a cui bisogna aggiungere 1 anno e 3 mesi per il colonnello Lorenzo Sabatino e quella a 2 anni e 6 mesi per Luca De Cianni. Nell’aprile del 2022 erano stati condannati tutti e 8 i Carabinieri imputati. Un simile impianto accusatorio non poteva essere raccontato in maniera agile e approssimativa, quindi Cremonini ha scelto di raccontare la vicenda nella sua crudezza più autentica senza entrare nel merito della vicenda giudiziaria che sarebbe stata poi dipanata in un secondo momento dagli organi competenti.
Il regista, con la collaborazione degli sceneggiatori, però, ha voluto porre l’accento su due fattori principali: in primis l’abuso che Cucchi ha subìto – sul piano fisico e psichico – dalle autorità, in secundis sull’epopea giudiziaria e personale che Ilaria Cucchi, sorella del ragazzo ucciso, ha dovuto affrontare per venire a capo di questa vicenda.
L’utilità del lungometraggio
Il lungometraggio, nello specifico, è servito proprio a fare luce su un caso che – altrimenti – sarebbe finito nel mare magnum di punti interrogativi che una parte di cronaca nera si porta dietro. “Sulla mia pelle”, invece, ha riacceso l’interesse dell’opinione pubblica e la società civile su quella che è stata (e resta) una pagina buia del nostro Paese.
Lo stesso vale per quanto accaduto quel 6 settembre del 2020 a Willy Monteiro Duarte: il ragazzo viene barbaramente ucciso dai fratelli gemelli Lorenzo e Federico per aver tentato di difendere un amico, Cristian, coinvolto in una lite. Questa vicenda, dal punto di vista giudiziario, è già stata risolta. I due fratelli, autori del pestaggio, sono già in carcere. Quindi, Vincenzo Alfieri – a differenza di Cremonini – fa uscire questo film (non con Netflix ma con Eagle Pictures) – come monito per il futuro. “40 secondi”, nello specifico, racconta una tragedia accaduta ormai 5 anni fa affinché non accadano più vicende simili.
Il dolore degli altri diventa impegno comune
“Sulla mia pelle”, invece, era necessario (anche) a risvegliare le coscienze affinché la vicenda Cucchi trovasse un epilogo giudiziario non ancora avvenuto all’uscita del film. Chiarita la mission delle due opere, simili ma non uguali per diversi aspetti, è importante analizzare come cambia il racconto filmico – a prescindere se sia destinato al grande o al piccolo schermo – quando si deve maneggiare una storia realmente accaduta che rievoca necessariamente un certo tipo di crudeltà.
Fare i conti con il dolore degli altri, per trasformarlo in opera socialmente utile, non è semplice: si deve badare alla resa, ovvero a restituire una versione fedele di quanto accaduto, senza trascurare l’impresa. Il progetto filmico, in altre parole, deve avere anche una trama che interessi e che faccia da cornice al misfatto più atroce. Nello specifico: si deve ricercare un equilibrio tra tempo della storia e tempo del racconto.
Dalla sofferenza al riscatto
Quel che accomuna “Sulla mia pelle” e “40 secondi” è proprio la lucidità con cui vengono messi davanti agli occhi dello spettatore i fatti: non solo nel momento della scena madre e, quindi, più delicata. Anche e soprattutto nelle fasi che anticipano l’atto finale e determinante di ogni vicenda. Le storie di Willy Monteiro Duarte e Stefano Cucchi sono importanti non esclusivamente per quel che hanno subìto, ma perchè dimostrano – senza sconti – che prima delle sevizie, degli abusi e dei soprusi, ci sono stati dei segnali. Alcune avvisaglie di vario genere che autorità e comunità hanno ignorato. Volutamente o semplicemente per questione di superficialità.
Queste due opere, ciascuna a proprio modo, insegnano a guardare il mondo con occhi diversi. Quel che accade intorno a noi, come residenti, cittadini e persone dotate di un codice etico che passa da diritti e doveri, non deve necessariamente continuare ad avere una visione periferica. “40 secondi” e “Sulla mia pelle” restituiscono una visione d’insieme che lascia l’amaro in bocca, ma anche la consapevolezza – e per questo interessano – che nulla (persino nella barbarie) avviene a caso.
Una finestra comune sugli abusi
L’istinto, nella violenza di entrambe le storie, c’entra poco. Quel clima di scelleratezza, rancore e ripicche era presente già da tempo in determinati luoghi e nei contesti dove entrambi i protagonisti si sono ritrovati a risedere. Due film che possono – sia sul grande che sul piccolo schermo – far passare il concetto di impegno e cura. Davanti e dietro la macchina da presa, ma anche e soprattutto nella vita di tutti i giorni. Dove, di fronte a un abuso, non c’è il tasto del rewind per poter tornare indietro.