Ratched su Netflix, la recensione in anteprima: nella mente di un’epoca Ryan Murphy trova il suo nuovo gioiello (Video)

La recensione in anteprima di Ratched, la serie tv disponibile su Netflix dal 18 settembre 2020, scritta da Evan Romanky e da Ryan Murphy, che esplora il passato dell’infermiera Ratched di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”

Nel 1976 Louise Fletcher vinceva l’Oscar come Miglior Attrice Protagonista per il film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” diretto da Miloš Forman. Il ruolo grazie a cui si portò a casa la statuetta, l’infermiera Ratched, prima di essere assegnato a lei era stato rifiutato da altre attrici. Peggio per loro: quell’infermiera, in breve tempo, è diventata una delle antagoniste più celebri della storia del cinema americano.

Questa premessa è necessaria per capire come mai l’attesa per Ratched, disponibile su Netflix da domani, 18 settembre 2020, sia davvero tanta. Ratched, infatti, esplora il passato proprio di quel personaggio, prima che diventasse la capoinfermiera della struttura psichiatrica in cui nel 1963 finisce Randle Patrick McMurphy, protagonista sia del libro di Ken Kesey che del film. E chi meglio di Ryan Murphy poteva creare un mondo praticamente da zero, costruendo intorno a Ratched una marea di personaggi uno più interessanti dell’altro?

Benvenuti a Lucia, Monterey

Le origini di Mildred Ratched (interpretata da una perfetta Sarah Paulson, qui più che in odor di Emmy Award) ci portano indietro nel tempo rispetto al periodo storico in cui sono ambientati libro e film. Siamo nel 1947: la protagonista giunge nella cittadina di Lucia, nella contea di Monterey, in California.

Mildred, apparentemente inflessibile, ha un obiettivo ben preciso: farsi assumere dal Dr. Richard Hanover (Jon Jon Briones) nella struttura psichiatrica da lui diretta, con l’assistenza della capoinfermiera Betsy Bucket (Judy Davis). Intorno a lei, pazienti bisognosi di cure per condizioni che la medicina ancora non ha compreso del tutto. Il lavoro di Hanover -che si autodefinisce un pioniere del campo- è quello di aiutare queste persone con nuove terapie: lobotomia ed idroterapia.

Tra questi pazienti ce n’è uno, in isolamento: Edmund Tolleson (Finn Wittrock), reo di aver commesso una strage mossa dalla sua follia. Ratched si ritrova a dover interagire con tutti questi personaggi, ma anche con altri: Charles Wainwright (Corey Stoll), l’assistente del Governatore Gwendolyn Briggs (Cynthia Nixon) e Lenore Osgood (Sharon Stone). Personaggi che, nel corso delle puntate, vedono le loro storie intrecciarsi insieme a quella di Mildred che, all’insaputa di tutta, ha una missione segreta da portare a termine, spinta da motivazioni che ci ricordano che mostri non si nasce, ma si diventa.

La nascita di Mildred

La realizzazione di Ratched (di cui Netflix ha annunciato la produzione di due stagioni da nove episodi ciascuna, sebbene la prima sia composta da otto) si deve a due situazioni particolari. La prima è, come detto l’operato di Ryan Murphy, che da tempo cercava un’idea per raccontare sul piccolo schermo il periodo storico che la nostra società sta vivendo. “Ryan ha una percezione della cultura che molti non hanno”, ha detto Ian Brennan, autore e produttore della serie, “è come se avesse un sesto senso su quello che è sulla punta della lingua di tutti ma che ancora non è stato tradotto in parole”.

L’altra è l’idea di Evan Romansky, creatore effettivo dello show che, appena uscito dalla scuola di cinema, era in cerca di un lavoro come assistente. Il suo progetto su un prequel di “Qualcuno volò sul nido del cuculo” attirò l’attenzione di un manager, che gli permise di entrare nella stessa agenzia di Murphy. “L’idea di Evan era spettacolare, prima ancora che si incontrasse con Ryan”, ricorda la produttrice esecutiva Alexis Martin Woodall, “era differente da come è stata realizzata, più clinica dal punto di vista delle malattie mentali, e Ryan sapeva che il modo per trasmettere quel messaggio era tramite i personaggi”.

Da lì, la definizione del cast creativo e produttivo: tra questi, anche Michael Douglas, che detiene i diritti per lo schermo della storia originale. Quindi arrivò Netflix, che si aggiudicò la serie dopo -pare- una battaglia con Hulu ed Apple (a tempi Murphy non aveva ancora siglato il contratto multimilionario che oggi lo lega alla piattaforma).

Con l’annuncio della produzione della serie, fu detto anche che la protagonista sarebbe stata interpretata da Sarah Paulson. Attrice ben nota ai fan dei telefilm di Murphy, il suo lavoro su Mildred Ratched stupisce ed ha stupito coloro che l’hanno vista sul set ogni giorno (la protagonista compare praticamente in tutte le scene): “Questo è il tipo di personaggio che è noto per la repressione della sua umanità”, ha raccontato Michael Uppendahl, regista del quarto e del quinto episodio. “E’ un ruolo duro, avevamo bisogno di un’esperta, nessuno era meglio di lei”.

“Sarah è stata molto coraggiosa e non ha avuto paura ad apparire insensibile”, ha aggiunto Daniel Minahan​, dietro la macchina da presa del season finale. “In qualche modo, è riuscita a giustificare ed a rendere umana anche il gesto più corrotto che Mildred deve compiere”.

“E’ la vera colonna portante della sceneggiatura”, conclude la Woodall, “ha costantemente creato un mondo, non solo per se stessa come personaggio, ma anche per chi la circondava. Ha davvero portato avanti la produzione a fornito la visione esecutiva della serie”.

Nella mente di un’epoca

Il lavoro fatto da Ryan Murphy è encomiabile. Sapevamo già della sua passione per le storie ambientate nelle epoche passate, in quell’America patinata ma capace, una volta grattata via la superficie, di rivelare ombre e segreti. Anche Ratched, che parte una quindicina di anni prima di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ci regala una rappresentazione di quegli anni in vero stile Murphy.

C’è meno (per fortuna) esagerazione nelle ambientazioni, più rispetto per i personaggi, che diventano davvero il traino di una storia che si fa seguire dal primo all’ultimo episodio. Le serie tv a cui l’autore e regista ha di recente lavorato hanno il difetto di perdere ritmo dopo qualche episodio o di addentrarsi in spirali che fanno perdere al pubblico l’interesse originario: Ratched, invece, mantiene lo sguardo sul traguardo, ovvero la formazione della protagonista.

L’effetto prequel, insomma, funziona. E funziona ancora di più se alla base c’è un personaggio diventato iconico per gli amanti del cinema e che è passato alla storia per il suo ruolo da antagonista. La Ratched interpretata dalla Fletcher è sempre stata così o si è trovata costretta a reprimere il suo lato più sensibile? Cosa o chi l’hanno spinta a mettere un muro tra sé e gli altri? Quanto la società circostante l’ha influenzata nel diventare chi poi abbiamo visto al cinema?

Murphy e Romansky hanno intessuto una ragnatela di relazioni, episodi del passato e personaggi che non solo spiegano tutto quello che sulla futura capoinfermiera Ratched ancora era ignoto o a cui il suo creatore letterario non aveva pensato, ma ne evidenziano un’umanità ed empatia che, complice la bravura di Sarah Paulson, ci regalano un personaggio a cui non ci possiamo non appassionare, così come ci appassioniamo ad una storia raccontata anche con dettagli alla regia ed alla fotografia che non possono non sfuggire, come il cambiamento cromatico delle luci di alcune scene, quasi a sottolineare quel distacco che la mente a volte ottiene dal resto del mondo. Senza dimenticarci della sigla d’apertura, un bignamino della psiche di Ratched, che si confronta con la se stessa più giovane tramite un filo rosso che ne ripercorre l’esistenza e che la protagonista decide di tagliare.

Non è, però, un semplice esercizio di stile, perché le intenzioni di Ratched sono quelle di discutere differenti temi nel corso degli episodi: in primis, quello fin troppo poco affrontato delle malattie mentali e del rispetto verso coloro che ne soffrono, ma anche le discriminazioni legate agli orientamenti sessuali, il femminismo ed il ruolo della donna… Sebbene siano tutti temi che entrano dentro l’epoca della narrazione, è impossibile non scorgervi un riferimento ai nostri tempi.

Mildred, Norman ed Hannibal: quei prequel che indagano l’oscurità

Ratched si inserisce alla perfezione in un filone non troppo frequentato ma che regala sempre belle soddisfazioni. Se di prequel ne abbiamo ormai fin sopra le orecchie, sono poche infatti le serie tv che viaggiano indietro nel tempo e scoprono le origini di quei personaggi passati alla Storia come villain ma del cui passato si sa poco o nulla.

Nel 2013 debuttarono Hannibal e Bates Motel, che hanno offerto al pubblico una visione alternativa e suggestiva di cosa frullava nella testa del Dr. Lecter e di Norman Bates prima delle loro gesta raccontate rispettivamente ne “Il silenzio degli innocenti” e “Psycho”.

Delle vere e proprie indagini dell’anima e della mente: nel primo caso non c’era nessuna volontà di riabilitare il personaggio, mentre nel secondo si è cercato di capire meglio da dove nascesse il disagio che lo portò a diventare l’assassino di quel motel in cui arriva Marion Crane.

La stessa cosa fa Ratched, spingendo però di più l’acceleratore a favore di un’evoluzione della protagonista già nelle prime puntate: l’indagine umana e psicologica è comunque accurata e precisa, ma Murphy non si dimentica di dover intrattenere il pubblico di una piattaforma on demand. E ci riesce, eccome.