Stefano Jurgens: "Ad Avanti un altro il clima della vecchia Corrida. Tira e Molla? Primi mesi difficili, poi Bonolis lo trasformò"

Stefano Jurgens a Tv Blog: "Con Corrado una lunga amicizia, i miei figli lo chiamavano zio. Il Ministro dell'Interno ci chiese di andare in onda dopo il rapimento di Aldo Moro, dovevamo tranquillizzare gli italiani. La ruota del Pranzo è servito? Girava grazie ad una bicicletta, dietro alle quinte c'era un operaio che pedalava. Avanti un altro se lo togli a Bonolis non funziona più"

Ha dato colore alla tv, in senso metaforico e non. Sì perché Stefano Jurgens il giorno in cui Domenica In archiviò il bianco e nero era dietro le quinte. Una prima volta pure per lui, chiamato ad appena 25 anni ad affiancare un monumento come Corrado, di cui sarebbe diventato il fidatissimo braccio destro.

Avevo scritto Sei forte papà per Gianni Morandi e il disco vendette milioni di copie”, racconta Jurgens a Tv Blog. “Quando si sparse la voce venni chiamato dalla Rai. Mi comunicarono che Corrado cercava un giovane autore per completare il suo gruppo di lavoro. Risposi subito di sì, per me era già un mito, lavorarci assieme sarebbe stato un sogno. Da lì cominciò una lunga ed affettuosa amicizia”.

Subentrato alla seconda edizione del programma, Jurgens si trovò subito di fronte ad una rivoluzione epocale. “A casa c’era curiosità per i colori degli abiti degli ospiti, mentre a livello di scrittura la trasmissione rimase pressappoco la stessa. Buttavamo giù le battute per Corrado, qualche spunto per le annunciatrici, ma all’epoca Domenica In era ancora un contenitore con tante cose dentro, dal telefilm, a Discoring, passando per Novantesimo Minuto”.

La storia però regalò anche il suo lato più tragico quando, il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro massacrando i cinque agenti della sua scorta. Tre giorni dopo Corrado andò in onda e cercò di rassicurare un Paese sconvolto. “Venne pregato dalla direzione della Rai, che a sua volta aveva ricevuto un messaggio dal Ministro dell’Interno”, svela Jurgens. “Domenica In era un programma molto visto, nato per promuovere le domeniche a casa in tempo di austerity. Chiesero a Corrado di tranquillizzare gli spettatori, ancora ricordo il suo discorso di apertura: ‘Al mondo i buoni sono più dei cattivi. Se i buoni fossero solidali, forse i cattivi non troverebbero il terreno adatto’. Fu un periodo spaventoso, io abitavo dietro via Fani e proprio quel giorno uscendo di casa per recarmi da Corrado ad Arezzo trovai il traffico bloccato. Non sapevo ancora cosa fosse accaduto, lo appresi dalla radio”.

Tornando alle canzoni, per Corrado scrisse Carletto, che in realtà era nata per Mike Bongiorno.

“Per Corrado scrissi tutte le sigle di Domenica In, che cambiavamo ogni tre mesi. Carletto invece era perfetta per Mike, andai a casa sua per fargliela ascoltare. Impazzì, gli piacque così tanto che chiamò Gianni Ravera, allora patron di Sanremo, per farsi inserire al Festival come ospite”.

Insomma, sembrava fatta.

“Corrado realizzò un provino imitando la voce di Bongiorno, ma Mike sparì per i 2-3 mesi successivi. Lo cercavamo, ma si faceva negare. Finché un giorno lo trovammo e ci confidò che la moglie Daniela si era opposta”.

Il motivo?

“Mai saputo. Fatto sta che dicemmo a Corrado: ‘Cantala tu’. Stavamo preparando Fantastico e accettò. A quel punto serviva un bambino e gli prestai mio figlio (ride, ndr). Fu la prima e unica esibizione. In pochi giorni scalò le classifiche e andò in vetta. Corrado era felicissimo, prese anche il disco d’oro. E pensare che nessuna casa discografica voleva produrla”.

Nello stesso periodo di Fantastico 3 esordì Il pranzo è servito.

“Si presentò Silvio Berlusconi, voleva un programma che coprisse la fascia di mezzogiorno, non c’era nulla. Ci spiegò il suo modo nuovo di fare tv, che consisteva nel mandare la stessa videocassetta in onda in contemporanea sulle varie emittenti locali che aveva acquistato, così da ottenere un prodotto identico a quello di una piattaforma nazionale. Lo guardammo come se fosse pazzo”.

Invece vi convinse.

“Realizzammo una puntata pilota e gliela facemmo vedere. Ne volle trecento. La scenografia era minimal, la famosa ruota con le portate girava grazie ad una bicicletta posizionata nel retro. C’era un operaio che pedalava. Andammo avanti così per molti anni, solo nell’ultimo periodo il procedimento diventò elettronico”.

Il 1986 fu l'anno della trasposizione televisiva della Corrida. Chi si occupava dei casting?

“I provini si svolgevano in varie città d’Italia e ce ne occupavamo noi autori. Andavo quasi sempre con il maestro Pregadio. Registravamo le performance e le mostravamo a Marina Donato. Incontravamo personaggi divertenti, per loro non era importante il posizionamento in classifica, ma farsi vedere in tv, con luci e orchestra alle spalle. Diventavano le star del loro paese”.

Corrado li vedeva per la prima volta in diretta?

“No, li vedeva il giorno prima. Però si trovava davanti tantissime esibizioni, la scrematura la facevamo noi successivamente. La prova musicale invece avveniva il pomeriggio stesso, i concorrenti accennavano una piccolissima parte del brano”.

Una parte della critica stroncò il programma e anche Corrado nella lettera di commiato lasciò trasparire un certo malessere. Recito testuale: “Vi giuro, ho un po’ le tasche piene di udire la peggiore delle offese che alla Corrida fanno la domanda soprattutto gli scemi del paese…”. Soffriva per i giudizi negativi?

“Non soffriva, ma essendo una persona perbene e sensibile ci teneva a difendere questi personaggi che venivano trattati dalla critica come gli scemi del paese. Era gente normale, senza la pretesa di diventare famosa a tutti i costi. Erano contenti così, pubblicizzavano il loro negozio in diretta, salutavano gli amici. E venivano accolti sempre con un grande applauso. Durante l’esibizione il pubblico fischiava e batteva i coperchi delle pentole, ma l’uscita avveniva sempre tra gli applausi”.

Con Corrado ideaste Tira e Molla per Paolo Bonolis. Gli inizi non furono facili.

“Corrado e Paolo avevano e hanno stili diversi. Non conoscendo il carattere di Bonolis, il programma venne scritto immaginando come l’avrebbe presentato Corrado. Paolo lavorò per adattarlo”.

Le prime puntate non somigliavano affatto al programma che tutti ricordano.

“I primi mesi furono un po’ difficili, la gente non capiva, ma tutti i programmi hanno bisogno di tempo. Pian piano lo adeguammo inserendo le telefonate, accompagnate ad una conduzione più irriverente. Anche Corrado era ironico, ma restava sempre nelle righe. Non che Bonolis non sia una persona educata, ma va volutamente oltre, lo fa apposta. Nella vita è una persona corretta e generosa”.

Ancora oggi viene rimandata la celebre telefonata dei fratelli Capone. Era il primo aprile 1998 e si trattò sicuramente di un 'pesce'. Davvero nessuno dello studio ne era a conoscenza?

“Tutti noi ne eravamo assolutamente all’oscuro. I fratelli Capone furono esilaranti e sono entrati nella storia”.

Avete mai scoperto la loro reale identità?

“No, abbiamo sospettato di qualcuno, ma senza averne mai la certezza. A noi interessava il risultato. Paolo era meravigliato e fu bravissimo a cavalcare la situazione”.

Come nel caso di Tira e Molla, possiamo dire che anche Avanti un altro è un gioco cucito su misura per Bonolis?

“Avanti un altro è un format di Paolo Bonolis, se gli levi Paolo non funziona più”.

Nonostante ciò ci fu la parentesi Scotti.

“Gerry è un signore, gli spettatori lo reputano una persona di famiglia. Fu bravissimo con la sua ironia, ha portato avanti il game a modo suo, ma non era un suo programma. Cortesemente si prestò a condurlo”.

Il clima di Avanti un altro potrebbe ricordare in un certo senso quello della vecchia Corrida?

“Nello spirito la ricorda, soprattutto quando prendiamo il valletto dal pubblico. Lo selezioniamo qualche secondo prima, non viene indottrinato. Ad avanti un altro si gioca col pubblico, se non trovi gente attiva non accade niente. Sì, possiamo considerarlo una sorta di prosecuzione della Corrida”.

Mi pare di capire che fino a quando il pubblico non potrà tornare negli studi televisivi Avanti un altro non ripartirà.

“Finché non ci daranno il permesso di riaprire le porte alla gente noi staremo fermi. Speriamo che lentamente si riesca a sbloccare qualcosa, magari con dei piccoli accorgimenti. Avanti un altro non si può fare senza pubblico, siamo in attesa”.

In magazzino ci sono ancora 50 puntate inedite mai trasmesse.

“Non sappiamo quando le manderanno. Il contratto di Paolo ne prevede altre 120, più quattro appuntamenti serali mai realizzati”.

Tra i flop della sua carriera possiamo inserire Italiani?

“E’ l’unico programma che non ci è riuscito bene. Il format non era centrato, eravamo in tanti a crearlo e probabilmente volevamo inserirci troppa roba. Purtroppo andò in onda pochi giorni dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Era un periodo complesso, registravamo e subito dopo andavamo in redazione per vedere cosa accadeva nel mondo. Tuttavia, non fu tutto da buttare, fu antesignano di cose che poi riproponemmo altrove. A volte si fanno programmi anche per sperimentare delle piccole cose”.

A creare problemi ci furono anche i rapporti tesi con Teo Teocoli.

“Teocoli è un bravissimo artista, ma con un carattere particolare. Fece alcune riunioni, poi sparì”.

Chiudiamo ripartendo dall’inizio: cosa è stato per lei Corrado?

“Per me un parente, per i miei figli uno zio. Ci si vedeva quotidianamente, al di fuori del lavoro. Facevamo tante cene. Era una persona che amava ridere e scherzare, usava l’ironia, senza mai offendere”.

 

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