Lucci incontra Funari, una lezione di (storia del) linguaggio tv (e di coraggio) in prima serata

Due ore nel segno di Gianfranco Funari, riportato in tv senza edulcorazioni e senza retorica dal 'figlio naturale' Enrico Lucci.

Un'ambientazione alla Mister Fantasy, con quel total white e quel set da navicella à la Spazio 1999 ricavato dalla Nuvola di Fuksas, artificiosamente eterea e contemporanea come fu in vita Gianfranco Funari, raccontato col desiderio di rendergli giustizia da un Enrico Lucci che davvero sembra incontrare Funari dopo la sua morte per ricordare ai vivi cosa è stata la sua tv e come abbia precorso, nel bene e nel male, i tempi: questo è stato Lucci incontra Funari, andato in onda lunedì 25 febbraio in prima serata (contro un Camilleri sull'Ammiraglia) che potete (ri)vedere su Raiplay.

Se l'inizio sembra ricordare l'ironica autocelebrazione scaramantica di Morto Troisi, Viva Troisi (1982), la prosecuzione è una cavalcata nella storia della nostra tv e nello stesso tempo una lungimirante proiezione nel futuro del piccolo schermo che sarebbe stato da lì a 30 anni.

Il coraggio è quello di Lucci e dei suoi autori, che avranno certo cassato molto del repertorio più flamboyant di Funari, ma non hanno 'occultato' i brani in cui evocava Guardì ("Ma chi lo protegge?") o quello in cui battibeccò in diretta con Rosy Bindi, che in quell'occasione pensò bene di  dare lezioni di conduzione tv a Frizzi, 'reo', a detta dell'allora Ministro della Salute, di non aver adeguatamente contenuto l'ospite e di aver fatto politica nello spazio a lui concesso. Un momento tv proposto integralmente e indicato da Roberto D'Agostino come la vera causa dell'allontanamento di Frizzi dalla Tv di Stato: anche questa è storia della tv. Le testimonianze raccolte da Lucci - che ha subito e ben contestualizzato la legittima paternità del format a fronte di una dichiarata eredità - hanno contribuito a rendere ancor più smerigliata la già sfaccettata personalità umana e artistica di Funari, raccontato dal già citato D'Agostino, ma anche dalla moglie Morena Zapparoli e da Francesco Rutelli, Chicco Testa, Giovanni Minoli, Antonio Di Pietro e Maurizio Costanzo, la sua 'nemesi' ("La cosa che non perdonerò mai al destino è di avermi fatto nascere nello stesso secolo di Maurizio Costanzo..."). Lui, un 'irregolare' provocatore vs il sacerdote del salotto: uno scontro di scuole che in fondo si è arricchito del contrasto. Il coraggio è anche quello di Carlo Freccero, che ha ridato spazio proprio su Rai 2 a uno dei suoi volti più contestati e divisivi, in un omaggio che - per quanto arrivato 'poco' al pubblico' visti i risultati d'ascolto davvero bassi (588.000 telespettatori, share 2,47%) - ha un significato importante per 'pari' ed eredi.

Lucci incontra Funari, quindi, è quanto di più lontano dall'essere un ritratto compiaciuto di un personaggio tv: è piuttosto un'occasione per riportare in tv un comunicatore a tutto tondo, caratterizzato dall'esplosiva esigenza di esprimersi in ogni modo possibile, dal cabaret al talk, dal giornalismo alla politica, che ha fatto di sé un format anticipando le tendenze, e anche le derive più sanguigne e talvolta sanguinose, dell'infotainment, del people show, del talk pop che "parlava all'intestino" del Paese. Un modo fastidioso, anche arrogante, estremamente raffinato e perspicace in abiti volgari (intesi anche come passaggio dal latino all'italiano, per dirla con Sgarbi), ma di certo diretto: un modo articolato per parlare alle parti più carnali del pubblico, chiamandolo sempre direttamente in causa distruggendo la quarta parete (i fratelli Caponi di Tira e Molla non sarebbero esistiti senza di lui); un modo che ha sempre usato e che, forse, ha finito per usarlo (e consumarlo).

"La tv è come la cacca, bisogna farla ma non guardarla", ripeteva. Ho come l'impressione che se ha visto il programma da lassù ha scalpitato come un demonio per tornare anche solo un minuto sullo schermo, live.

 

 

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