Ballarò, Massimo Giannini: “La RAI può licenziarmi, il PD proprio no”

L’editoriale di Massimo Giannini nella puntata di stasera di Ballarò.

Nella puntata di questa sera, martedì 2 febbraio 2016, di Ballarò il conduttore Massimo Giannini è tornato sulla polemica che l’ha visto coinvolto nei giorni scorsi. Parliamo dell’attacco (con tanto di richiesta di licenziamento) ricevuto da parte di Michele Anzaldi, segretario della Commissione Vigilanza Rai per una frase pronunciata durante una puntata del talk show

Già la redazione del programma di Rai 3 si era esposta e i giornalisti si erano detti indignati:

Stasera Giannini, nel suo editoriale, ha replicato in modo netto e tranchant, alle parole dei vari esponenti del PD che l’hanno contestato:

A leggere il profluvio di dichiarazioni dei parlamentari del Partito democratico, innescati come spesso succede dal membro della Commissione di Vigilanza Michele Anzaldi, non so se ridere o piangere. Anzaldi mi accusa di aver “offeso” il ministro Boschi, perché durante l’ultima puntata di questa trasmissione ho usato la formula “rapporti incestuosi” per definire il pasticcio che si è creato, tra management, politica, massoneria e finanza, intorno a Banca Etruria. Altri esponenti del Pd, generosi, mi offrono almeno una scappatoia: “Giannini chieda scusa”. Qualcuno lo fa a scoppio ritardato. Ernesto Carbone era qui in studio a Ballarò, martedì scorso, magari ve lo ricorderete, e proprio a lui mi rivolgevo con la formula “incriminata”, sintetizzando quanto avevano appena sostenuto il collega Antonio Padellaro e l’onorevole Mara Carfagna a proposito del presunto conflitto di interessi di Maria Elena Boschi e di suo padre Pierluigi. In quel momento, durante la diretta, Carbone non ha battuto ciglio, né obiettato alcunché (non essendoci evidentemente nulla da obiettare, tanto era chiaro e “innocente” il senso delle mie parole). Ma ventiquattrore dopo deve aver cambiato idea, forse folgorato dall’accusa postuma di Anzaldi.

Ma non si è fermato qui e il giornalista ha proseguito, parlando di un vero e proprio attacco strumentale alla libertà d’informazione di Ballarò:

E allora, in mezzo alla bufera, mi preme sottolineare due cose. 1) E’ penoso che, per contestare un programma evidentemente considerato “fuori linea”, si usi un argomento così strumentale. E si trasformi in un’offesa personale al ministro Boschi una frase che, per il significato e il contesto in cui è stata pronunciata, non poteva e non può prestarsi ad alcun genere di “equivoco”. Basta riascoltare la registrazione della puntata, per rendersene conto. Ho parlato di “rapporti incestuosi” per definire un groviglio di relazioni (politiche, affaristiche e finanziarie) molto più larghe della ristretta cerchia della famiglia Boschi, e del tutto prive del significato “letterale” che Anzaldi e gli altri esegeti del Pd hanno voluto leggervi. Lo ha capito e lo capirebbe chiunque. Ma nel partito di maggioranza c’è chi fa finta di non capire, e utilizza questo episodio come una “clava” contro Ballarò (vezzo non nuovo, per altro). La cosa mi indigna. E mi dispiace molto. Ma non capisco proprio di cosa dovrei “chiedere scusa”, pubblicamente, dal momento che, come si direbbe nel gergo dei tribunali, “il fatto non sussiste”. 2) Quello che sussiste, viceversa, è l’ennesimo paradosso di un Palazzo che, di fronte ai tanti problemi in cui si dibatte l’Italia e ai tanti interrogativi che assillano il mondo, perde tempo a sollevare polveroni del genere. Ma quello che sussiste è anche l’ennesimo attacco a chi cerca di fare solo informazione. È l’ennesima torsione del concetto di “servizio pubblico”, utile se serve a chi governa, più che a chi guarda la tv. Lo sapete, e l’ho detto già più di una volta in questo studio. Io non mi ergo a paladino di niente, non voglio vestire i panni del martire che non sono, meno che mai per un episodio assurdo come quello che è appena accaduto. Ma resto convinto di un fatto. Non spetta alla politica decidere i palinsesti. Non spetta ai partiti decidere chi può lavorare nella prima azienda culturale del Paese. A meno che non si debba dar ragione a Roberto Saviano, quando scrive “ciò che sotto Berlusconi era inaccettabile, adesso è grammatica del potere”.

La chiosa di Giannini era stata anticipata da un suo tweet:

[tweet content=”La Rai mi può licenziare. Il Pd, con tutto il rispetto, proprio no.
(Massimo Giannini -Ballarò)”]

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