REVIVAL USA E GETTA

Nell’immagine, uno scatto di un fotografo russo, dal titolo Reality Show (ndR) Sono contento per Enrico Mentana che in “Serie A” ha dimostrato che (talvolta) in tv meno si fa meglio è; ovvero, non è sempre necessario fare spettacolo (spesso brutto) per richiamare il pubblico di massa. La cronaca e lo sport serviti freddi, ma

Nell’immagine, uno scatto di un fotografo russo, dal titolo Reality Show (ndR)

Sono contento per Enrico Mentana che in “Serie A” ha dimostrato che (talvolta) in tv meno si fa meglio è; ovvero, non è sempre necessario fare spettacolo (spesso brutto) per richiamare il pubblico di massa.
La cronaca e lo sport serviti freddi, ma non troppo, funzionano meglio, sono più credibili e non smarginano nel cattivo gusto di giornalisti-conduttori o di conduttori-giornalisti.
La (parziale) vittoria di Mentana è una rivincita sugli showmen che si credono onnipotenti e soprattutto si fanno pagare (troppo) bene. Inoltre, Mitraglia Mentana ha fatto, senza rendersene conto (non ho dubbi in proposito), qualcosa di molto importante: ha sconfitto la moda del ” reality”.
Ed è di questo che vorrei dire qui, adesso. “Reality“, cone tutti sappiamo, è una parola inglese che il vocabolario traduce in italiano “realtà”. Di questo ne abbiamo perduto cognizione. ” Reality”, con virgolette, in tv ha assunto in questi anni un altro significato.

Non si tratta tanto di realtà quanto di imitazione della realtà. I programmi tv, infatti, inclusi nel genere appunto ” reality”, sono tentativi (spesso disperati) di fare più che copiare o imitare la realtà. Ma tutti siamo ben consci che non si tratta di realtà, quella in cui viviamo e abbiamo sotto gli occhi, ma di un gioco organizzato da proporre una realtà che è comunque artificiale, essendo costruita in studio a Cinecittà (come le edizioni del “Grande Fratello”) o dislocata in isole per famosi-riciclati o in buchi alla luce del sole anche se chiamano in causa aspiranti talpe. Dunque, per favore, nessuna realtà. E, in questo senso, stupisce lo smodato uso della parola “reality” (il genere tv) che ormai dilaga, esce dalla tv e invade anche il mondo fuori di essa.

E’ come se certi critici, certi giornalisti, certi opinionisti si sforzino di dare ragione a Jean Baudrillard, il sociologo francese noto per avere scrittoche la tv ha commesso un delitto perfetto, ha ucciso la realtà e anzi l’ha sostituita. Una tesi molto suggestiva che ha del paradosso; e comunque ogni giorno noi abbiamo l’occasione di comprenderne la precarietà nelle difficoltà, nei rapporti, nei bisogno e nei sogni.

Non c’è minuto, attimo in cui- se ci facciamo caso- non ci appare evidente lo scarto tra i “reality” e il sostantivo reality, ossia realtà. Se qualcuno si dimentica di mettere le virgolette commette, diciamo così, un abuso. E’ accaduto per il processo di Cogne, tanto per fare un esempio, accadrà ancora.
Ma la cosa più curiosa è che certi commentatori hanno usato le virgolette soprattutto perchè erano stupiti dalla calca umana accalcata davanti al tribunale per assistere alle sedute. Come se non mancassero analogie, sul piano della curiosità, in altri famosi processi celebrati quando la tv ancora con maramaldeggiava con i lettori, lettori fatti a pezzi e considerati ormai dei perfetti cretini tartufati dall’esposizione davanti al video.

C’è un altro punto che sottopongo all’attenzione dei dirigenti tv. E’ vero, i “reality” garantiscono buoni, spesso ottimi ascolti, specie quando un canale è disperato per mancanza di idee e di consensi.
Ma i dirigenti sopra di loro, i massimi responsabili delle reti, dovrebbero avere presente che ormai questo tipo di intrattenimento costa molto, costa sempre di più, se ne può comprare il format come avviene regolarmente (e costa sempre più salato) ma non si può vendere il prodotto che se n’è ricavato. Il che vuol dire che sono investimenti senza sviluppo, senza entrate per un’azienda, senza futuro.

Si tratta dunque di programmi usa e getta. Roba che si butta. Vuoti a perdere. Conviene? Probabilmente sì, fintanto che il pubblico non si starà stancato (ce ne vorrà); ma le reti, specie quelle italiane, sono ridotte male, sembrano le nostre aziende di scarpe che si vedono soppiantare da scarpe cinesi provenienti da aziende che si preparano a sostiuirle. Come mai i superdirigenti, i mega, i tycoon misurati a pollici, non pensano al danno che preparano e che fanno a se stessi e agli altri? Chi se ne gioverà,allora? Solo coloro che usano la parola “reality” per strizzare l’occhio alla moda, conformisti a getto continuo, pronti a buttarsi sulla parola o sulla battuta di turno per farsi accettare e magari per rendersi simpatici. Poichè queste persone sono inguaribili imitatori non solo linguistici c’è da sperare che il “reality” fallisca presto. Ricominceremo a sperare e soprattutto a leggere. Di vedere non se ne parla. Basta un’occhiata per aggiornarsi e andare altrove. Lo zapping aiuta a scegliere e non a distruggere.
Italo Moscati

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