Fiction RAI: meno titoli, più stagioni | Il nuovo modello punta sulla continuità – L’ANALISI
La RAI sembra avere cambiato strategia sulla fiction: meno prodotti ogni anno, ma costruiti per durare più stagioni con una strategia all’insegna della continuità. Un modello che guarda alla Spagna e alla Francia, dove la serialità nazionale è diventata brand
Per anni la fiction italiana ha funzionato con una logica produttiva precisa: molti titoli, cicli brevi, rotazione continua. Una miniserie in quattro puntate, una in sei, un’altra in otto. Ogni domenica un prodotto diverso, ogni stagione una lista nuova. Era un sistema che garantiva varietà ma non costruiva fidelizzazione. Il pubblico guardava, finiva la serie, dimenticava. Non si aspettava niente, non tornava per qualcosa di specifico.
Negli ultimi due anni questa logica sembra essere cambiata in modo estremamente chiaro e percettibile. La RAI ha cominciato a investire in modo diverso: meno prodotti per ogni stagione, quasi tutti costruiti con l’intenzione esplicita di durare. Non miniserie chiuse in se stesse, ma serie capaci di generare stagioni successive, pubblico fidelizzato, aspettativa. Il caso più recente ed eloquente è quello di Roberta Valente.
Il caso Roberta Valente
La serie domenicale con Maria Vera Ratti ha chiuso la terza puntata consecutiva sopra i tre milioni di spettatori, con uno share del 20.7% nell’ultima rilevazione disponibile. Non si parla di un numero eccezionale in senso assoluto, ma è un numero stabile e costante ed è proprio questo senso di stabilità che la RAI sta cercando di costruire. Una fiction che tenga settimana dopo settimana, che costruisca un pubblico capace di tornare e che si comporta come un appuntamento e non come un evento isolato.
Il modello non è solo studiato e voluto. Ma copiato e incollato. La scelta di produrre serie con una struttura verticale, ogni puntata con una storia compiuta ma con fili orizzontali che tengono il pubblico agganciato da una domenica all’altra è la risposta italiana a qualcosa che la serialità internazionale ha imparato da tempo. E non si tratta di copiare Netflix: dove questa tendenza è un dato di fatto da anni, ma di recuperare una funzione che la fiction generalista aveva perso: quella dell’appuntamento atteso.

Il modello spagnolo e quello francese
La Spagna ha dimostrato nel corso degli ultimi dieci-quindici anni cosa possa fare la serialità nazionale quando viene trattata come un investimento di lungo periodo. La Casa di Carta nasce su Antena 3 come prodotto locale e diventa fenomeno globale dopo il passaggio su Netflix. Ma la qualità narrativa che ha permesso quel salto era già nel DNA della produzione originale era la vera radice del prodotto che era esattamente pensata così, per essere serie e seriale nel lungo periodo.
A seguire Grand Hotel, Velvet, Alta Mar: tutte costruite per durare, con cast riconoscibili e strutture narrative che generano aspettativa. La Spagna ha capito prima di altri che la fiction televisiva può essere un brand, non solo un prodotto di consumo.
Imitare piuttosto che sbagliare
La Francia ha percorso una strada simile ma con caratteristiche diverse: meno attenzione al genere popolare, più investimento sul dramma di qualità. Serie come Engrenages, tradotta in inglese come Spiral e venduta in decine di paesi o Baron Noir hanno costruito un’identità precisa che ha reso lo stile della fiction pubblica francese, riconoscibile e apprezzata anche fuori dai confini nazionali.
Il punto comune con il modello spagnolo è sempre la continuità: non si cambia cast e struttura ogni stagione, si costruisce qualcosa che il pubblico impara a conoscere.
L’Italia ha storicamente faticato su questo fronte per ragioni sia produttive che culturali. Un po’ a causa di budget più bassi rispetto alla Spagna e alla Francia, a una frammentazione tra produttori indipendenti spesso molto conflittuale ma anche per via della tendenza davvero troppo esasperata delle reti a ridurre i rischi e a preferire la certezza di breve periodo che alla scommessa sul lungo termine. Tutto questo ha contribuito a un sistema che produceva tanto e fidelizzava poco.
Cosa sta cambiando
Il segnale più chiaro del cambiamento in atto è proprio la logica della committenza. La RAI sta progressivamente riducendo il numero di titoli per stagione e aumentando gli investimenti per titolo su più puntate e con un numero di stagioni previste già ampio. Non meno di tre. Il che ha portato maggior cura nel casting e nella scrittura perché se si investe servono penne, autori e soprattutto attori di qualità.
Non che sia una rivoluzione: magari è un aggiustamento di rotta che comincia a produrre risultati misurabili.
C’è poi anche un fattore esterno che ha accelerato il processo: la concorrenza con le piattaforme streaming. Quando Netflix e Prime Video producono serie italiane, titoli forti come Suburra, Baby o The Bad Guy, e queste serie vengono viste e discusse: e un confronto con la fiction RAI diventa inevitabile. La risposta non può essere solo la fedeltà del pubblico tradizionale quanto piuttosto la qualità del prodotto.
Tuttavia il modello che RAI sta tentando di costruire non è ancora maturo. Ci sono ancora troppe serie interrotte dopo una stagione per ragioni di ascolto, ancora troppa difficoltà a mantenere un cast e una squadra creativa nel tempo. Ma la direzione è quella giusta. Una strada che Spagna e Francia hanno già percorso e che l’Italia sta tentando di seguire con il ritardo consueto e risultati non sempre lungimiranti.