Michele Soavi, da Ultimo a L’Invisibile: come cambia il racconto della criminalità in tv
Michele Soavi ha raccontato la cattura di Totò Riina con Ultimo e, a distanza di quasi 30 anni, ha riproposto l’arresto di Matteo Messina Denaro. Un viaggio televisivo di tre decadi che cambia nei metodi, ma le intenzioni restano le stesse.
Totò Riina ha cambiato, anche mediaticamente, il concetto di criminale: è stato uno dei primi, rispetto alla contemporaneità televisiva, a mostrare in tv (durante i processi) la propria figura intrisa di ombre e luci dettate dalla coercizione del potere mafioso. Un’ignoranza, sul piano dialettico, compensata con l’incisività delle parole e dei gesti che – per quanto siano stati efferati – hanno rappresentato un cambio di strategia comunicativa.
La strategia della tensione, così l’hanno chiamata le cronache, perchè Riina (e tutta Cosa Nostra) arrivava ad affermare il proprio potere cancellando (nel senso più duro del termine) quel che aveva di fronte. Omicidi, ricatti, corruzione a qualsiasi livello fino a instaurare un tessuto sociale che includeva (e include) pezzi deviati dello Stato in grado di scendere a patti con esponenti del crimine organizzato per evitare ripercussioni peggiori.
Il racconto della criminalità
Un’architettura del malaffare su basi solide che l’antimafia ha provato e prova a scardinare ogni giorno da più di 30 anni. Riina, Provenzano, Matteo Messina Denaro e i fondatori di Cosa Nostra, con un certo tipo di approccio, sono tutti altrove ma le dinamiche sono ancora vive in un Paese che deve fare i conti con cicatrici ancora molto profonde. Un racconto che arriva anche in televisione.
Trasformare la cronaca in serie tv o cinema non è semplice: ci ha pensato, in queste tre decadi, Michele Soavi. Non è l’unico regista che l’ha saputo fare, ma resta uno dei pochi a comunicare ancora affidabilità. Le storie, in mano sua, diventano intriganti e solleticano l’attenzione del pubblico per quanto oscure possano essere. Devono riuscire a emergere anche le ombre di un Paese, affinché determinati meccanismi non si ripetano. Lezione che Soavi ha imparato bene e, con la collaborazione di Valsecchi, ha raccontato pezzi di vita vissuta tra sgomento e amarezza.
Ultimo e L’Invisibile
In primis con Ultimo e poi con L’Invisibile. Un viaggio di quasi 30 anni, dal 1999 a oggi, che include numerosi film e serie tv. Quasi sempre con lo stesso intento. Rendere giustizia, anche sul piano seriale, a quanto accaduto: non solo guardando alla cronaca, ma prestando attenzione a quello che c’è dietro. Ai visi che popolano i faldoni giudiziari, alle famiglie delle squadre speciali che devono condividere una vita di stenti con chi cerca di fare giustizia fra strategie, impedimenti e tragedie. Tutto questo condensato in una o più puntate.

Ultimo è famoso perché, oltre ad aver raccontato la storia di Sergio De Caprio, ha illustrato sul piccolo schermo una metodologia precisa. L’attenzione è stata data, non a caso, all’operato dei ROS. In precedenza il racconto della criminalità in tv veniva focalizzato su omicidi, stragi, sparatorie. Soavi, a inizio millennio, decide di puntare su altro: una domanda di partenza, ben precisa. Come si ferma un mafioso incline al terrorismo? Lo stesso quesito se lo è posto De Caprio che, nella realtà dei fatti, ha stravolto – con competenza e un pizzico di follia – i metodi di indagine. La balena, che sarebbe un furgone mimetizzato nei luoghi più pericolosi, le microspie, le telecamere messe in posti strategici per ascoltare le chiacchierate dei criminali e coglierli sul fatto.
Due modi di combattere il crimine
Tutte cose che, precedentemente, non si facevano e De Caprio ha introdotto con pazienza e al cospetto di una squadra di elementi selezionati dallo stesso Capitano. Una rivoluzione raccontata, anche in televisione, con due capitoli (Ultimo e Ultimo – La Sfida) incentrati proprio sui metodi dei Carabinieri che sono stati in grado, grazie a CRIMOR e ai ROS, di rompere con il passato e creare un nuovo codice di lavoro. Metodi aggiornati. Cambia la mafia, i Carabinieri si adeguano e lo fa – in qualche maniera – anche il racconto seriale televisivo e cinematografico.
Dal 1999 al 2026 Soavi ha cercato di mettere ordine a tutto questo “trambusto” e, dopo aver raccontato la cattura di Totò Riina, passa a raccontare la cattura di Matteo Messina Denaro. Precisamente l’inizio, lo svolgimento e la fine (presunta) della vecchia mafia. Ultimo e Ultimo – La Sfida dovevano mostrare al pubblico il lato operativo dei Carabinieri. Quindi il regista ha incentrato tutto sulle parti legate alla creazione del gruppo di lavoro e le capacità degli uomini scelti di integrarsi e stravolgere i metodi vigenti alla fine degli anni ’90.
Il metodo di lavoro
L’Invisibile aveva e ha un altro tipo di pretesa televisiva. Dato che i metodi di lavoro di De Caprio, ormai, sono cosa nota, infatti i Carabinieri oggi lavorano ancora su quel tipo di impronta, tanto vale raccontare come una strategia di lavoro influisce sull’umore, sulla quotidianità e gli imprevisti dei singoli. A cosa rinuncia un Carabiniere dei ROS per arrivare alla cattura di un boss? Questo è quello che Soavi si è chiesto quasi 30 anni dopo la realizzazione di Ultimo.
L’Invisibile, in Rai, infatti, fa vedere come i metodi di De Caprio siano ancora di uso comune (magari più aggiornati, grazie alle tecnologie maturate nel tempo) ma punta soprattutto a cercare una storia comune per quel che riguarda uomini e donne della squadra dei ROS. Lino Guanciale e gli altri protagonisti della mini-serie hanno delle vite a cui parzialmente rinunciano. Cosa vuol dire questo per chi è intorno a loro? Basta il senso di giustizia per risarcire ogni perdita? Non solo in termini di vite spezzate, ma anche di momenti che – per via del lavoro – non tornano più indietro.
Oltre il senso del dovere
Il pubblico di Raiuno è rimasto colpito, anche stavolta, dalla storia raccontata da Soavi non solo perché attinge dalla realtà ma anche perché prova a guardare più lontano: si tenta di restituire un pezzo di puzzle mancante. Arrestare un super latitante significa anche sacrificare la parte più “pura” di ogni professionista coinvolto nelle operazioni. Il quale magari ha visto morire un proprio caro, oppure deve litigare con famiglia e amici per giustificare la sua assenza. Non esiste soltanto un tratto per definire una vicenda.
Soavi ha cercato, in questo secondo viaggio televisivo, di cogliere le sfumature dietro un fatto di cronaca. Non solo dalla parte dei cattivi, ma ha provato a mettersi anche dalla parte di chi ha riscritto la storia giudiziaria del Paese. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, anche di coloro che spesso non vediamo o diamo per scontati. I rappresentanti delle squadre speciali hanno quasi sempre un passamontagna a coprire loro il volto: Soavi si è divertito, con merito, a cercare di far capire chi c’è dietro la maschera. Non tutti gli eroi indossano un mantello, talvolta basta anche soltanto una pettorina.