Morbo K, Christoph Hülsen in esclusiva a TvBlog: “Il coraggio civile raccontato nella serie può funzionare anche oggi”
Christoph Hülsen è il comandante delle SS Herbert Kappler in In Morbo K, la miniserie in onda su Rai 1 per il Giorno della Memoria. A TvBlog racconta com’è stato interpretare il male.
Lo abbiamo visto nei panni del Maggiore Manfred ne Il commissario Ricciardi, ora Christoph Hülsen torna a essere un nazista in Morbo K, la miniserie Rai in onda per il Giorno della Memoria. Nella fiction interpreta il comandante delle SS Herbert Kappler, l’uomo dietro il rastrellamento del ghetto (ma anche dell’eccidio delle Fosse Ardeatine). In questa intervista esclusiva per TvBlog l’attore tedesco ci dà il suo punto di vista sull’importanza della memoria, raccontandoci come è stato confrontarsi con un personaggio storico così complesso e disturbante.
In Morbo K interpreti Herbert Kappler, una delle figure più terribili del nazismo, specialmente nel periodo dell’occupazione romana. Come ti sei preparato per interpretarlo e come è stato entrare nei suoi panni?
Ho trovato un filmato in cui Kappler parlava in italiano, poi c’è la storia della sua evasione dal carcere e poi gli ultimi mesi che lui ha vissuto in Germania. La sua compagna ne ha anche scritto un libro che è stato pubblicato. Addirittura negli anni ‘70 un cancelliere tedesco molto importante – socialista, tra l’altro – ha chiesto 3 volte al governo italiano di riportarlo in Germania. Oggi sarebbe impossibile una cosa del genere e sono rimasto stupito. Ho pensato quindi di avvicinarmi a lui magari come qualcuno che eseguiva solo degli ordini. Questa era la scusa che lui aveva trovato per sé.
Ovviamente poi era anche importante capire come vedeva gli ebrei. Capire un mondo in cui il razzismo era alla base dell’ordine politico e internazionale, in cui c’erano gli Stati e c’erano un’idea di nazionalismo che non si fermava davanti al genocidio.
Ho cercato di immedesimarmi nella mente di qualcuno che non dava più il valore alla vita di un popolo. E questo ovviamente è un passo molto doloroso, perché è proprio il contrario dei valori che ho e che abbiamo oggi. Oggi abbiamo capito che il mondo intero funziona soltanto se collaboriamo tra di noi e che non c’è qualcuno che è migliore di un altro.

Però forse la chiave l’ho trovata in due altri modi. Uno è sicuramente la sceneggiatura, perché alla base di tutto è importante anche il modo in cui è scritto il personaggio, perché oltre a quello storico c’è poi come appare all’interno della fiction. Qui è scritto molto bene ed è la minaccia principale da cui scaturisce tutto il dramma, lui non poteva avere dubbi su quello che faceva.
E poi l’altra parte è nata tutto sul set: io mi ero preparato Kappler con la cattiveria che immaginavo avesse, poi abbiamo girato la prima scena nel cortile dell’ospedale, ed era già un po’ più avanti nella storia, e sentivo che tutta l’energia in quel momento si perdeva. Da allora mi sono affidato al regista che mi ha guidato a fare tutto anche in modo molto intuitivo, lasciandomi andare. Onestamente è grazie a lui che ho trovato il personaggio.
Guardando la serie salta subito all’occhio la quasi totale mancanza del fascismo. È una questione che fa storcere il naso e che è stata sollevata anche in conferenza stampa. Cosa ne pensi? Anche alla luce del periodo storico e politico che stiamo vivendo oggi.
Per me, da tedesco, non è un problema. Perché noi siamo stati cresciuti con questo senso di responsabilità verso quello che è successo, non ci verrebbe da chiedere un riconoscimento della partecipazione di altri. Noi abbiamo la responsabilità e quindi non avremmo nemmeno il diritto di chiedere a qualcun altro di condividerla con noi. Ovviamente non sarebbe successo senza la collaborazione degli italiani che hanno sposato la nostra tedesca ideologia, questo è chiaro.
Poi da tedesco che vive da vent’anni in Italia ti dico: è assolutamente vero che non è un documentario. Essendo una fiction Rai al centro del racconto c’è anche una storia d’amore, inventata, che colpisce moltissimo tutte le emozioni del pubblico. Comunque penso che si possono evitare certe tragedie se la massa delle persone si mette contro. Allora come anche oggi.
Un messaggio che deve passare dalla fiction, però, è soprattutto che il coraggio civile che hanno avuto all’interno di quell’ospedale ha funzionato e può funzionare anche oggi. Succedono delle cose tra di noi che dovrebbero risvegliare la nostra coscienza. E se succede intorno a noi siamo comunque responsabili a non chiudere gli occhi. Sicuramente all’epoca molta gente lo ha fatto.
In Ricciardi e in Morbo K i nazisti che interpreti sono molto diversi, forse anche a causa del periodo storico. Quali sono le differenze maggiori che noti in loro?
Ne Il commissario Ricciardi, Manfred nel tempo si era italianizzato, si era innamorato di una di una donna italiana e quindi poteva uscire fuori di più una sensualità, una eleganza che distingueva anche quell’epoca. Quello era un racconto più romantico che militare, forse sempre disperato, però molto più morbido, diciamo.
Ti senti incasellato nel ruolo del cattivo?
In realtà due personaggi sono non sono mai la stessa cosa, perché molto dipende dal regista che cerca sempre di portare fuori altri aspetti del personaggio. L’esperienza, per me, dipende meno dal personaggio che dal lavoro che faccio sul set. E con il regista di Morbo K è stato talmente bello perché mi ha mi ha spento il cervello. Mi ha fatto fare tutto molto più istintivamente, che per me come attore è stato molto utile, è un processo che mi ha insegnato qualcosa.
Che tipo di reazione speri di suscitare nello spettatore che vedrà morbo In prima serata su Rai uno? Quali domande vorresti che si ponesse?
Vorrei che si chiedesse: “Come fare per non fare accadere mai più una cosa così orribile?”. Tutto qui.