Non ci resta che piangere, il ritorno in tv del cult di Benigni e Troisi: curiosità e segreti del film
Vitellozzo, fiorini e viaggi nel tempo: perché Non ci resta che piangere continua a far ridere (e commuovere) quarant’anni dopo l’uscita in sala. Stasera di nuovo in onda il classico con Troisi e Benigni
Stasera su Rete 4, torna Non ci resta che piangere, uno di quei film che l’Italia conosce quasi a memoria ma che ogni volta finisce per riguardare da capo. Uscito nel 1984 in una versione leggermente ridotta rispetto all’originale, scritto, diretto e interpretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi, il film è diventato in pochi anni un classico assoluto della commedia all’italiana, capace di mettere insieme filosofia spicciola, nonsense e malinconia dentro una storia di viaggio nel tempo tanto assurda quanto geniale.
Non ci resta che piangere, un vero cult
Al botteghino fu un trionfo: più di 15 miliardi di lire incassati e primo posto fra i film italiani della stagione 1984-85. Ma è in tv, con le repliche a cadenza regolare, che Non ci resta che piangere si è trasformato davvero in un rito collettivo, fatto di battute riciclate nelle chat, meme, imitazioni e citazioni continue.
Un viaggio nel tempo “artigianale”
La trama la conoscono praticamente tutti: Saverio, maestro elementare, e Mario, bidello un po’ svagato, restano bloccati a un passaggio a livello, imboccano una stradina di campagna e, dopo un temporale, si ritrovano catapultati nell’Italia del passato remoto. Dopo una dormita aprendo una finestra vengono investiti da musica antica: e inconsapevolmente sono proiettati indietro nel tempo: “Millequattrocento, quasi Millecinque….”
È il 1492: e i due iniziano così una serie di incontri, dal macellaio Vitellozzo a Leonardo da Vinci, con lo scopo di concretizzare il folle progetto di bloccare Cristoforo Colombo e impedirgli di scoprire l’America, la vera rovina del mondo moderno.
La forza del film, però, non è tanto nel meccanismo fantascientifico – volutamente rudimentale – quanto nel contrasto costante fra la mentalità degli anni Ottanta e il Medioevo rivisitato, con Saverio e Mario che importano tic, linguaggi e nevrosi moderne in un mondo ancora regolato da superstizioni, gabellieri e messi papali.

Un titolo che arriva da Petrarca
Il titolo Non ci resta che piangere non nasce in una stanza sceneggiatori ma in biblioteca. Benigni ha raccontato di aver letto a Troisi alcune poesie di Francesco Petrarca, chiedendogli di fermarsi sulla frase che avrebbe sentito più “giusta” come titolo: a colpirlo fu proprio un passaggio in cui ricorre l’espressione “non ci resta che piangere”, che i due trasformarono nella sintesi perfetta del loro film. Paradossalmente pochi italiani riconosceranno la penna classica di quella frase; ma oggi dire non ci resta che piangere è entrato nel modo di dire più popolare.
È un titolo che tiene insieme la vena malinconica di Troisi e quella più buffonesca di Benigni: da un lato l’idea di essere sempre in ritardo sulla storia, dall’altro la capacità tutta italiana di riderci sopra.
Improvvisazione continua e la scena del “un fiorino”
Sulla carta esisteva una sceneggiatura molto strutturata, ma sul set Benigni e Troisi lasciarono ampi margini all’improvvisazione. Molte delle gag più celebri – i botta e risposta infiniti, le ripetizioni, i silenzi imbarazzati – nascevano proprio da questa libertà, poi tagliata in fase di montaggio.
L’esempio più famoso è la scena della dogana, con il gabelliere che chiede implacabile “un fiorino”. Stando ai racconti di lavorazione, la sequenza fu ripetuta talmente tante volte che attori e tecnici non riuscivano più a smettere di ridere; alla fine venne tenuta la versione in cui le risate sfuggono di mano anche ai protagonisti, proprio perché restituiva meglio il clima surreale che si era creato sul set.

Lettera a Savonarola, omaggio a Totò e scene tagliate
Un altro momento cult è la lettera a Savonarola, scritta da Saverio e Mario in una scena che cita apertamente la famosa “lettera” di Totò e Peppino in Totò, Peppino e la… malafemmina. Dalla punteggiatura impazzita alla sintassi improbabile, l’omaggio è dichiarato e rende esplicito il debito del film verso la grande tradizione comica napoletana.
Non tutte le idee, però, sono arrivate nella versione definitiva. Tra le sequenze girate e poi tagliate c’era anche un incontro con Girolamo Savonarola, interpretato da Marco Messeri: un confronto che avrebbe accentuato il lato “teologico” del film, ma che fu eliminato per questioni di ritmo.
Libri, versioni alternative e finali diversi
Il successo di Non ci resta che piangere fu tale che pochi mesi dopo uscì anche un libro omonimo, firmato da Benigni e Troisi, un caso singolare in cui il film precedette la narrativa. Il libroi ricalcava la storia del film ma proponeva un finale diverso: Mario giura di sposare Gabriellina, sorella di Saverio, e quest’ultimo gli indica il viottolo che permette di tornare al presente.
Nel corso degli anni il film è arrivato in tv e in home video in più versioni: quella cinematografica, una versione televisiva più lunga con alcune scene aggiunte e un’edizione “integrale” in dvd che recupera ulteriori frammenti, fra cui la celebre storia sentimentale di Mario con la guerrigliera che nella prima uscita era praticamente scomparsa.
Location, locomotiva e piccoli errori storici
Anche dal punto di vista produttivo Non ci resta che piangere è un piccolo viaggio nell’Italia anni Ottanta: le riprese si sono svolte tra Lazio e Toscana, con il borgo di Frittole ricreato soprattutto fra Volterra, Capraneto e altri paesi della zona.
La locomotiva che appare all’inizio è un modello storico realmente esistente, utilizzato dalle Ferrovie come mezzo d’epoca: un dettaglio che aggiunge fascino alla sequenza del passaggio a livello e mostra la cura con cui fu costruito l’incipit del film.
Non mancano, ovviamente, gli “errori” storici: si è spesso ricordato che nel 1492 alcuni cibi mostrati in scena – come i fagioli – non erano ancora arrivati in Europa proprio se non dopo la scoperta dell’America. Ma è proprio questa libertà, questo giocare con la storia più che rispettarla al millimetro, a rendere Non ci resta che piangere un’opera sospesa in un altrove dove contano più le gag, i dialoghi e le facce di Benigni e Troisi che la precisione filologica.