“Il Mostro”, la miniserie di Stefano Sollima su Netflix: analisi e recensione del nuovo racconto true crime italiano
La miniserie Netflix di Stefano Sollima ripercorre il caso de Il Mostro di Firenze con rigore, privilegiando l’analisi sociale al sensazionalismo.
La storia del Mostro di Firenze è una delle più inquietanti della cronaca nera italiana: un serial killer rimasto ignoto, autore di otto duplici omicidi ai danni di giovani coppie appartate nelle campagne toscane tra il 1968 e il 1985. Era solo questione di tempo prima che un grande regista come Stefano Sollima decidesse di raccontare questo incubo in una serie TV, inserendosi con il suo sguardo specifico in un filone già battuto da altri prima di lui. Il Mostro, miniserie in 4 episodi disponibile su Netflix, affronta questo caso reale con un taglio inedito e coraggioso, e il risultato ha conquistato pubblico e critica. In pochi giorni dalla sua uscita, la serie è balzata in vetta alle classifiche globali (Top 10 Netflix in 85 paesi) – un traguardo eccezionale per una produzione italiana true crime.
Il Mostro di Firenze rivive sullo schermo senza sensazionalismo

Il Mostro di Sollima non è la classica ricostruzione morbosa dei delitti del Mostro di Firenze né un semplice whodunit investigativo. Anziché ripercorrere pedissequamente ogni tappa dell’inchiesta, la miniserie sceglie di concentrarsi sul contesto e sull’origine del male. Fin dalla prima puntata, Sollima evita la mera cronaca nera per calarci nelle tensioni sociali dell’Italia provinciale degli anni ’70. La narrazione parte da uno degli ultimi attacchi attribuiti al Mostro, nel 1982, per poi tornare indietro e mostrare come si è formato quel clima di paura e sospetto.
Il fulcro narrativo diventa la pista sarda, la linea d’indagine che coinvolse alcuni sardi trapiantati in Toscana e legati alla prima scena del crimine. Invece di seguire la pista più nota di Pietro Pacciani e dei suoi “compagni di merende”, Il Mostro indaga le ipotesi alternative, dando voce a figure marginali ma centrali nell’origine del mistero. Pur coprendo 17 anni di indagini, però, la serie non ha la pretesa di svelare l’identità del killer, ma di mostrare il contesto umano e sociale che ha permesso all’orrore di crescere. Una scelta, questa, che garantisce coerenza al racconto, anche se con soli quattro episodi totali qualche aspetto della vicenda resta inevitabilmente fuori campo. È pur vero, però, che proprio grazie a questa focalizzazione Il Mostro riesce a offrire un punto di vista inedito su una storia che credevamo di conoscere alla perfezione un po’ tutti.
Regia d’autore e atmosfera: perché Il Mostro di Sollima è un grande prodotto della serialità
Lo stile registico di Stefano Sollima imprime alla miniserie un’identità forte. Dopo successi come Gomorra – La serie, Suburra e ZeroZeroZero, Sollima affronta il true crime con rigore quasi documentaristico, frutto di un lungo lavoro di ricerca. La messa in scena è di grande cura realistica: dall’uso di veri articoli di giornale d’epoca e canzoni degli anni ’60-70, alla ricostruzione fedele di luoghi e oggetti chiave dell’indagine. La fotografia abbraccia toni cupi e freddi, con chiaroscuri che avvolgono ogni scena in un’aura di inquietudine. Le campagne toscane, i casolari isolati, le strade sterrate: ogni ambientazione contribuisce a far sentire lo spettatore intrappolato in quel labirinto di paura che fu la caccia al Mostro.
Pur mostrando la brutalità degli omicidi quando necessario, la serie resta lontana dal compiacimento splatter. Come ha spiegato lo stesso regista, la morbosità fine a se stessa “rischia di trasformare il dolore in intrattenimento“, qualcosa all’ordine del giorno, ultimamente. Le scene del crimine, per quanto crude, non scadono mai nel voyeurismo: l’orrore è mostrato con rispetto, senza indulgere. Il ritmo narrativo è non lineare ma alterna flashback e flashforward in un puzzle inizialmente disorientante ma efficace, che tiene alta la tensione senza ricorrere a facili colpi di scena.
Mostri pubblici e mostri privati: i temi sotto la lente del killer

Oltre alla ricostruzione dei fatti, Il Mostro mette a fuoco il contesto che ha favorito quell’orrore. La provincia toscana (e l’ascendenza sarda dei protagonisti) è un microcosmo ancora arcaico, segnato da gerarchie familiari rigide e da un’idea di onore che giustifica controllo e violenza. In questo quadro il femminile resta ai margini: da un lato Barbara Locci, che cerca una libertà sentimentale mal tollerata e paga lo stigma sociale, dall’altro la magistrata Silvia Della Monica, unica donna nel pool, che incarna un lento cambiamento dentro un mondo maschile. Due figure opposte ma complementari, utili a leggere il caso oltre la cronaca.
La serie restituisce anche il clima di paranoia dell’epoca dove le campagne erano piene di occhi indiscreti, guardoni che spiano le coppie, sospetti che dilagano. Colpevoli e innocenti si confondono perché quasi ogni personaggio porta in sé una zona d’ombra. Il punto non è identificare un “mostro” assoluto, ma mostrare come il male germogli da paure, repressioni e silenzi collettivi. Una responsabilità diffusa che la regia tiene presente senza mai indulgere nel sensazionalismo.
L’efficacia di un mistero che ancora oggi rimane irrisolto
A rendere davvero efficace Il Mostro è soprattutto il lavoro del cast, composto da interpreti poco noti ma perfettamente calati nei ruoli reali. Valentino Mannias dà a Salvatore Vinci un’ambiguità magnetica, alternando autorità e fragilità senza mai compiacersi, Marco Bullitta tratteggia uno Stefano Mele tormentato, credibile nelle esitazioni e nei silenzi, mentre Francesca Olia restituisce a Barbara Locci una forza dolente che evita gli stereotipi della “vittima”. Accanto a loro, Liliana Bottone e Giordano Mannu guidano la parte investigativa con misura, contribuendo a un tono costante e asciutto.
La scelta di volti non abusati aiuta l’immersione e sostiene l’approccio anti‑sensazionalistico di Sollima: niente istrionismi, ma una recitazione controllata che privilegia gesti minimi e sguardi, in linea con l’idea di un male che si insinua nelle pieghe del quotidiano. È qui che la miniserie trova la sua compattezza, nella coerenza fra interpretazioni e messa in scena, che tiene la tensione alta anche quando la trama rallenta. L’efficacia complessiva nasce da questa sinergia, più che da orpelli produttivi, e rende la visione partecipe senza scadere nel voyeurismo.
Un crime drama avvincente che lascia il segno
Ma quindi merita la visione? Decisamente sì: è un crime drama capace di competere sulla scena internazionale. La scelta di raccontare il Mostro di Firenze da un’angolazione insolita – scavando nelle cause più che nei delitti – dona nuova linfa a una storia nota. Ne emerge un racconto teso e profondo, che affascina per la sua tensione morale oltre che narrativa. Certo, chi sperava in una panoramica completa o nella presenza del celebre Pacciani potrebbe restare deluso, ma questo approccio mirato è la vera forza della miniserie.
Il risultato è un prodotto di alto livello, che coniuga intrattenimento e rigore senza tradire la sensibilità dovuta a una vicenda reale ancora dolorosa. Non è un’esperienza leggera, ma lascia il segno. Il successo ottenuto, in Italia e all’estero, testimonia la potenza di un racconto che parla a una platea globale pur restando profondamente italiano. In un panorama affollato di serie true crime, l’opera di Sollima spicca per maturità e personalità. Se amate il genere, Il Mostro è un viaggio oscuro ma avvincente nelle pieghe di un mistero che continua a inquietare.