Giorgio Montanini a Tvblog: "In Italia la satira è reazionaria. Se Crozza piace a tutti, vuol dire che c'è qualcosa che non va"

Giorgio Montanini, 35 anni, di Fermo, ex attore di teatro e fiction, da qualche anno gira l'Italia come stand-up comedian. I suoi due spettacoli, "Nibiru" e "Un uomo qualunque", sono rigorosamente vietati ai minori di 18 anni. Dopo Beppe Tosco, Daniele Raco, Fabio Bonifacci, Enrico Beruschi, Roberto Gavelli e Sergio Sgrilli, il nostro viaggio nel mondo della comicità prosegue con lui.

Giorgio, innanzitutto presentati ai nostri lettori. Come sei arrivato al mondo della comicità?

"Ho iniziato a fare l'attore a 27 anni, e l’anno dopo sono partito in tournée con L'Edipo Re di Sofocle, scelto direttamente da un mostro del teatro come Franco Branciaroli.
Nel frattempo ho iniziato a girare l'Italia con spettacoli di improvvisazione teatrale, preso parte a un paio di film indipendenti e recitato in molti cortometraggi. Ho anche partecipato a due fiction: "Liberi di giocare", per la Rai, con Pierfrancesco Favino e Isabella Ferrari, e "Questa è la mia terra 2", per Mediaset.
Dopodiché ho iniziato a fare il comico, prima come cabarettista (vincendo anche qualche premio) come stand-up comedian, la mia vera passione. Attraverso il sito Comedy Subs ho conosciuto la comicità anglo-sassone, quindi sono entrato in contatto con Satiriasi - L'officina della satira, fondata da Filippo Giardina (che firma la regia del mio ultimo spettacolo)".

So che hai sfiorato più volte il palco di Zelig: ci racconti la tua esperienza?
"Sì, ho partecipato per tre anni al lab Zelig, ho fatto due volte il provino a Milano con Gino e Michele, Giancarlo Bozzo e il resto degli autori, poi ci ho provato anche con Colorado. Però mi sono reso conto che quella non era la mia cifra e ho lasciato perdere. L'esperienza di Zelig e Colorado dal punto di vista artistico è stata totalmente negativa. L'impostazione dei due programmi è basata su: "Questo in Tv funziona, questo non funziona". Invece la prima domanda che dovrebbero porre un comico è: 'Hai qualcosa da dire?'. La comicità dovrebbe essere considerata una forma d'arte, e quindi di espressione. Se non hai nulla da dire, perché fai il comico?"

Il discorso diventa più generale…

"Nel nostro Paese c'è un appiattimento totale sui luoghi comuni, sul nazional popolare, su tutto ciò che è rassicurante.
Con questo non voglio dire che non dovrebbero esistere la comicità leggera, l'avanspettacolo o il cabaret: dico che dovrebbe esistere anche altro. In tv si ride con uomini travestiti da pupazzi o improbabili gigolò, si ride parlando della suocera rompiballe, dell'uomo macho e della donna micia, del traffico, ma secondo me sono solo stereotipi rassicuranti".

Deduco che la comicità televisiva non ti entusiasma.
"No, la comicità televisiva non mi piace: è piatta, monotona, i comici sono tutti uguali e parlano tutti delle stesse cose Da quando un artista dice quello che ha già detto un suo collega? Anche chi fa satira in tv, in Italia, è monotono".

Addirittura.
"Sì, fino ad ora nel nostro Paese anche la satira ha rafforzato i luoghi comuni, trattando ogni argomento offrendo tesi largamente condivisibili: ma l'effetto è reazionario. La satira deve essere rivoluzionaria, deve scuotere in modo trasversale: se la Guzzanti o Crozza sono adorati dal pubblico di sinistra vuol dire che c'è qualcosa di sbagliato, perché le persone di sinistra non la pensano tutte allo stesso modo.
Ogni persona ha una sua sensibilità, intelligenza, fede e così via: se piaci a tutti vuol dire che hai solo rafforzato le loro convinzioni. Quindi sei reazionario, non satirico.
L'equazione “Berlusconi cattivo è il male - Popolo buono è il bene” può farti fare un sacco di soldi con facili battute, ma non è la verità".

E tu nei tuoi spettacoli di cosa parli?
"Affronto gli argomenti che la satira affronta da duemila anni: sesso, politica, religione, morte. Ma parlo anche degli argomenti di cui parlano i comici di Zelig, come il desiderio di un figlio o il rapporto di coppia.
La differenza sta nel fatto che io nei miei spettacoli non rafforzo i luoghi comuni, ma con tutta la forza che ho cerco di distruggerli. Sento l'esigenza di infrangere i tabù dietro i quali ogni giorno mi nascondo e ci nascondiamo. Tocco nervi scoperti, i valori fondanti delle nostre convinzioni e quindi la base della nostra esistenza. Insomma, la linea di confine non sta negli argomenti scelti, ma nel modo in cui se ne parla.
Io cerco di andare oltre alla realtà che tutti vedono, e mi immergo nel marcio che c'è dietro. Che poi è lo stesso marcio che ho dentro anch'io e che in modo diverso abbiamo dentro tutti"

Così fai nel tuo spettacolo Un uomo qualunque.
"Sì, parlo di temi come la prostituzione, la fede in sé stessi, l'ipocrisia, il capitalismo, la paternità, il suffragio universale, in modo totalmente personale e senza farmi sconti. Sono il primo a metterci la faccia e a dire che non sono migliore di quello che denuncio.
Non salgo sopra una cattedra a spiegare al pubblico come stanno le cose, non sono un messia, altrimenti avrei fondato un partito corredato di stelle pure io.
Come diceva Bill Hicks, durante uno spettacolo è come se stessi con degli amici, e racconto quello che penso.
Chi vuole ascoltare diventa mio amico, e insieme iniziamo un percorso; chi non vuole ascoltare non sarà mio amico, ma senza traumi: è la vita".

E in tv ti vedremo mai?
"La televisione italiana non lascia spazio a questo tipo di comicità (e quindi nemmeno a me), semplicemente perché non ha ancora capito che potrebbe andare alla grande.
In Tv si terrorizzano per la più piccola parola fuori posto: figurati se qualcuno decide di rischiare per uno spettacolo del genere. Però non è detto: Zelig è in caduta libera, i programmi comici chiudono dopo due puntate per mancanza di ascolti. Insomma, c'è bisogno di altro: appena si renderanno conto che questo tipo di comicità potrà avere la sua fetta di pubblico, allora, forse, andrò in tv pure io. In America la stand-up satirica c'è da 50 anni: arriverà anche da noi, come sono arrivati i blue jeans".
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