Ziopol e le canzoni della Melevisione: “I bambini capiscono tutto, soprattutto se la musica è vera”
Chiacchierata con Paolo Serazzi, in arte Ziopol, capace di portare la passione per la musica e gli strumenti musicali a una intera generazione di giovanissimi grazie alla televisione: vale la pena capire con lui perché certi esempi oggi sarebbero non solo utili, ma necessari
Sono passati almeno vent’anni da quando Paolo Serazzi – per tutti Ziopol, soprannome affettuoso nato dai nipotini – ha iniziato a comporre le canzoni della Melevisione. Oggi quelle cinquanta canzoni che hanno accompagnato intere generazioni di bambini trovano finalmente una propria dignità discografica con “Canzoni della Melevisione Volume 1” (RaiCom), disponibile in digitale ormai già da qualche mese. E non solo: c’è una band vera, giovane e affiatata, con cui Ziopol porta quelle musiche sui palchi di tutta Italia, tra il divertimento contagioso dei più piccoli e la commozione nostalgica dei loro genitori.
Ziopol, all’inizio era la Melevisione
“Tutto è cominciato in modo improvviso e un po’ bizzarro. Ho fatto due provini, due canzoni, e con mio grande stupore sono stato preso – racconta Ziopol ripensando all’inizio di questa avventura – non conoscevo neanche molto la trasmissione, che aveva già parecchi anni di vita e di esperienza con dinamiche molto consolidate. Mi sono dovuto adattare calandomi completamente in una realtà che per me era completamente nuova. Ed è stato bellissimo”.
E bellissimo lo è ancora oggi, quando riascolta quei brani che ora, a distanza di tempo, lo sorprendono per la ricchezza di dettagli e cura degli arrangiamenti: “Se mi è consentita una piccola autocitazione mi sono stupito. Specialmente per le produzioni del primo anno: ero più abituato al live che allo studio. Ma quelle canzoni erano straordinarie, fatte con un peso e una dedizione assoluta”.
Le canzoni della Melevisione
La Melevisione era un pretesto per creare delle dinamiche che erano soprattutto narrative. Ogni personaggio aveva uno spessore, un messaggio e senza la pretesa di voler insegnare nulla era comunque in grado di lasciare molto ai suoi piccoli spettatori. Così come le canzoni, ognuna delle quali nasceva da una puntata specifica, da una storia, da un personaggio: “Leggevo tutta la sceneggiatura, la studiavo – spiega Ziopol raccontando la genesi delle sue canzoni – la necessità era quella id capire il tono giusto e l’emozione che avrei voluto raccontare e restituire. E poi era fondamente sapere chi avrebbe cantato: ogni personaggio aveva una voce diversa, un carattere diverso, un registro vocale specifico. Quindi di fatto ogni canzone era una creatura a sé che doveva rispecchiare perfettamente una situazione o una storia. Il lavoro era molto meticoloso, quasi artigianale, dove nulla era lasciato al caso. Gli autori erano sette-otto, gente che aveva vinto premi Andersen, persone attentissime alla qualità. Tutto doveva essere controllato, verificato. Non hai idea di quante riunioni anche solo per dare il giusto peso a una parola…
La varietà dei generi è uno degli elementi più sorprendenti del progetto. Le canzoni erano tutte diverse spesso ispirate da un registro classico che poteva essere anche estremamente ricercato: “Abbiamo suonato il tango con la fisarmonica, il cha-cha-cha con quello che doveva essere una vera orchestra cubana. E poi ancora lo ska, il valzer, e uno swing che poteva essere degno di Paolo Conte. Per me era importantissimo spaziare. Non per fare sfoggio di eclettismo, ma perché credo che proporre varietà ai bambini sia profondamente educativo. Far sentire suoni diversi, atmosfere diverse, strumenti musicali diversi era fondamentale per mostrare loro quanto è grande e ricco il mondo. E dunque ogni brano doveva essere diverso, perché ogni puntata era diversa e ogni personaggio cui ci ispiravamo raccontava storie e atmosfere diverse“.

Se ci fosse oggi la Melevisione
Dall’ultima puntata della Melevisione sono passati quasi undici anni. Undici anni di primo ciclo – dal 1999 al 2010 – poi altri sei anni ma con durate sempre più brevi e budget sempre meno attenti. Il folletto Tonio Cartonio era interpretato da Danilo Bertazzi, poi sostituito con Lorenzo Branchetti nei panni di Milo Cotogno. Oggi di quella cura e di quella attenzione restano le library e il ricordo. Un peccato, se si pensa alla pochissima attenzione con cui i bambini oggi vengono avvicinati alla musica: “Quando sento tanta musica iper-semplificata che viene definita se non giustificata perché diretta all’infanzia, e si dice ‘per bambini’ come se fosse normale limitare o costruire cose semplici come se loro non potessero arrivarci mi accorgo che la direzione è completamente sbagliata. I bambini sono intelligentissimi e capaci di arrivare a concetti di altissimo livello. Vanno semplicemente accompagnati. Io non ho mai voluto semplificare: ho composto al meglio delle mie possibilità, mettendo in campo tutto quello che mi sarebbe piaciuto e senza troppe correzioni per il fatto che fossero bambini”.
E i bambini di oggi, che non hanno conosciuto la Melevisione in TV, come reagiscono? “Reagiscono benissimo. Suoniamo tanto dal vivo, proponendo molte cose della Melevisione ma anche cose che sono nate dopo. Li vedo curiosi, presenti. I bambini non fanno distinzioni tra i generi, non sanno se una canzone è rock, reggae o classica… non gliene importa nulla. Ascoltano. Se qualcosa piace, li coinvolge fin da subito”.

La Melevisione, un disco e un concerto
I concerti sono diventati il cuore pulsante del progetto. “Ho una band vera, con ragazzi di 25 anni che erano bambini quando guardavano la Melevisione. Tutto quello che si sente è suonato dal vivo, niente basi. Voglio che i bambini vedano la musica, la tocchino, ci entrino dentro. Molti non hanno mai visto una chitarra dal vivo, o un sassofono, o una fisarmonica” spiega ZioPol, confermando un approccio controcorrente in un’epoca dove la musica per bambini è spesso registrata, programmata, processata. “È una questione di rispetto. Far vedere ai bambini la musica che nasce lì, sul momento, fatta da persone vere davanti ai loro occhi, è un’esperienza che resta”.
Ma c’è anche una riflessione più ampia, quasi “politica” nel senso più profondo del termine. “In vent’anni la televisione ha perso molto. Internet è esploso, tutto è diventato comodo, disponibile, ma il concetto di appuntamento si è perso. La TV oggi è una voce tra le tante, le troppe. E quando si tratta di bambini, chi promuove davvero un canale pensando alla loro tutela e attenzione? Va anche bene fare business, ma non così, non senza quella cura”.
Una cura che nella Melevisione era ben definita, quasi maniacale: “Gli autori erano persone qualitativamente attentissime. I testi non erano miei, ma io ci lavoravo come se lo fossero. Tutto doveva essere controllato, verificato. Ogni brano veniva passato al setaccio e doveva essere assolutamente inattaccabile…”. Un rigore che oggi sembra appartenere a un’altra epoca, sostituito da logiche di mercato più immediate e sicuramente meno attente.
Eppure Ziopol guarda avanti con fiducia: “La nostra è una esperienza che merita di essere ascoltata e soprattutto vissuta. Vogliamo moltiplicare i concerti, portarli anche nelle scuole. Posso declinare la proposta in modo un pochino più didattico, soffermandomi su suoni e strumenti, giochi ritmici”. Perché, come ama ripetere citando le lingue straniere, “suonare e giocare sono lo stesso verbo. To play, jouer, spielen: il verbo è lo stesso. E non è un caso. La musica è gioco, è relazione, è apertura. E con i bambini questo si sente ancora di più”.
Mai abbandonare la fanciullezza
Se c’è un messaggio che questo disco lascia ai piccoli e ai grandi ascoltatori, è proprio questo: “Diventare adulti non significa abbandonare la fanciullezza. Si può crescere senza perdere l’approccio schietto al mondo, la capacità di meravigliarsi, di calarsi totalmente in quello che si sta facendo, la voglia di inventare, di giocare, di ridere”.
Un invito a ritrovare la meraviglia. O meglio, a non perderla mai.