Wanna non basta mai: una chicca di scrittura e confezione (ma la vera rivelazione è Milva Magliano)

Wanna funziona grazie ai materiali di archivio, al montaggio, alla confezione e alla crudeltà delle protagoniste, che non vengono assolte.

Partiamo col dire che Wanna è una chicca di scrittura e di montaggio. La docuserie di Alessandro Garramone – scritta con Davide Bandiera, diretta da Nicola Prosatore, prodotta da Gabriele Immirzi per Fremantle Italia e dal 21 settembre su Netflix – ha un gran pregio: viste le quattro puntate, tutte ben tese, hai voglia di vederne ancora. La storia di Wanna non basta mai: tante le implicazioni con 40 anni di storia del costume, della televisione, della società; tanta, e anche di più, la crudeltà delle protagoniste che fa da motore a tutte le vicende narrate; tante anche le disperazioni personali che si intersecano con quello che è ben lontano da essere solo un fatto di cronaca giudiziaria. Nonostante le tre ore complessive di racconto siano incredibilmente dense, la sensazione è che si sia appena scalfita la superficie, ma in maniera affatto banale. Non c’è molto del già noto, anzi: la scrittura riesce a svelare – ma soprattutto mettere in fila come in un thriller – tante cose che la parte finora tràdita non aveva evidenziato. Una su tutte? Il ruolo di Milva Magliano: una gioventù a contatto con la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, un passato in galera per la vicinanza con affiliati di “Don Raffae'” e un aspetto lontanissimo dalla Scianèl di Gomorra per intenderci, ma che si unisce a quel modo pacato e naturale con cui sottolinea come un’azione estorsiva si debba mettere in campo solo se si è sicuri di un risultato. La banalità della criminalità, insomma. Perfettamente in linea con le Marchi del resto. Inutile dire che Milva Magliano merita uno spin-off: con pochissimi interventi riesce a cannibalizzare, pur non volendo, due camaleonti come Wanna Marchi e la figlia Stefania Nobile. Quella della Magliano è una storia potentissima, così come interessante è la vicenda del marchese Capra de Carrè, che supportò le Marchi dopo il loro primo tonfo economico. Un mix di personaggi così incredibili che neanche la mente del più sopraffino romanziere avrebbe saputo creare, tanto più che si dipana su una base fatta di piccole reti locali, di piccole aziende di provincia e di tante persone comuni dalla vita distrutta.

I punti di forza

La verità, dunque, è sempre meglio della fantasia: la storia di Wanna Marchi lo dimostra. Lo dimostra soprattutto il modo in cui è stata costruita. Certo, le protagoniste e le loro vicende offrono un esplosivo materiale di partenza, ma questo non basta per fare un buon prodotto: la forza delle protagoniste può scoppiarti in mano. E invece Wanna è un prodotto ben bilanciato e ottimamente costruito: merito di un brillante lavoro di ricerca di materiali d’archivio e di un montaggio che riesce a rendere significativo ogni secondo delle tre ore realizzate. Una caratteristica questa piuttosto rara nelle docuserie targate Netflix, che ama piuttosto prodotti stirati all’inverosimile, inutilmente diluiti e soprattutto fuori fuoco.

Qui invece il fuoco è centrato: si parte da Wanna Marchi, dalla sua istrionica scalata verso quel successo che coincide con l’abisso morale in cui si crogiola e che è al contempo propellente e distruttore della sua ‘fortuna’. La mancanza di scrupoli, la spregiudicatezza, la presunzione sono le molle che scavano quell’abisso riempito di denaro, ottenuto vendendo scioglipancia senza efficacia ma soprattutto approfittando delle debolezze, dei dolori, degli abissi altrui. Intorno si muove un sistema televisivo, un immaginario culturale e collettivo, un contesto sociale che guarda all’effimero. Il tutto viene raccontato grazie a uno straordinario lavoro di ricerca di materiali d’archivio che rappresenta una delle cose più golose dell’intero prodotto. Sono ben 90 le ore di televendite che sono state spulciate per recuperare gli esordi della Marchi, cui poi si sono unite le ricerche nelle teche Rai, Mediaset, Telemontecarlo, RSI, Sky Tg24 e delle tv private dell’epoca – le vere chicche – per smantellare con i fatti, con la ‘verità’ in onda, la difesa cieca e a oltranza di Wanna Marchi e Stefania Nobile, impegnate a rappresentarsi come delle santa Maria Goretti di fronte alle avversità della vita. Loro…

Ma tornando alla confezione, un plauso va di certo ai ricercatori di materiali, ovvero Daniele Ongaro con Giuseppe Bentivegna, Olga Borghini, nonché ai montatori Simone Mele, Daria Di Mauro, Giovanni Zanin.

La costruzione narrativa e la confezione hanno dovuto fare i conti con 22 testimonianze, circa 60 ore di interviste e oltre 100 ore di materiali d’archivio: nove mesi di montaggio, un lavoro preparatorio di un anno per il recupero delle immagini e la ricostruzione dei fatti, per un totale di due anni di lavoro. E si vedono tutti nella cura e nella resa del racconto. 

Un neo però c’è: quella specie di re-enactement buttato per qualche inquadratura che alla fine fa solo da riempitivo è inutilmente pleonastico. Ci sono già le Marchi, il repertorio, le testimonianze, le loro dichiarazioni, persino i piani di ascolto montati a commento… quegli inserti sono davvero inutili e anche un pizzico fastidiosi.

Tornando ai punti di forza del racconto una menzione di merito va a Stefano Zurlo: è uno dei giornalisti investigativi chiamati a raccontare la vicenda Marchi e va detto che il suo filo narrativo è essenziale per tenere insieme l’intricatissima vicenda che si dipana in queste quattro puntate. Zurlo è una guida smart che spiega senza annoiare, riesce a dare la giusta chiave di lettura degli eventi, mette insieme azioni e reazioni: è un narratore onnisciente che permette allo spettatore di non perdersi nel continuo svelarsi di eventi e di leggerli nella giusta prospettiva.

“I cogli0ni vanno inc*lati”: con Wanna e Stefania non si empatizza mai

Potrebbe essere questo il motto di Wanna Marchi. Lo usa riferendosi a chi si affida agli psicologi per superare momenti di difficoltà. Ma tanti furono quelli che si rivolsero incautamente ai suoi sali consacrati, ai riti di un ‘maestro di vita’ brasiliano da lei e dalla figlia garantiti: Wanna e Stefania si raccontano come eroine di una storia di riscatto e rivalsa, negando la realtà, costruendosi una verità di comodo che imboniscono così come hanno fatto con sali e riti scaccia-malocchio. Wanna è un pugno nello stomaco per quell’incredibile modus cogitandi et operandi che riesce a far uscire in ogni parola delle due protagoniste, convinte della loro totale correttezza di fronte a una crudeltà senza pari.

“Io non la vedo truffa, perché se uno mi chiama e mi dice di mettere il sale nel bicchiere lo mando affancul0”

dice la Nobile.

“Quella signora ora sarà all’inferno perché chi fa una cosa del genere necessariamente finisce là”

dice Wanna riferendosi a Fosca Marcon, la 71enne che nel 2001 fece da gancio a Striscia la Notizia per smascherare la truffa, senza timori e con grande energia. La signora Marcon è mancata nel luglio del 2016 e a raccontare la sua storia c’è la figlia.

Una strafottenza senza pari che rende impossibile empatizzare anche solo per un secondo con Wanna e Stefania. E questa è una particolarità di questa docuserie: solitamente un prodotto del genere finisce per creare un legame tra il pubblico e il protagonista, per quanto quest’ultimo possa essere disgustoso e ignobile. Si cerca comunque di capirne le motivazioni, di seguirne gli sviluppi, di trovare una ratio: qui no. Qui non si concede nulla, neanche quando si riscotruiscono le infanzie ‘difficili’ delle due donne. È uno di quei  rari casi in cui le testimonianze principali finiscono per non essere credibili, il che rende le parole di Marchi e Nobile la cornice entro cui si consuma la loro stessa disfatta.

In questa mancata concessione al protagonismo gioca molto il fatto che siano loro stesse a raccontarsi, a presentare la propria ‘versione’. Non c’è il distacco dell’assenza; al contrario c’è l’insostenibilità della presenza. Certo, l’intermediazione del narratore c’è sempre, ma qui si va per sottrazione.

Il processo ha mostrato la carne viva delle persone truffate” si dice a un certo punto nella quarta puntata, realizzata con estratti – pochi – da Un giorno in Pretura o dai racconti dei testimoni: ed è questo l’altro grande pugno allo stomaco che provoca questa docuserie. Vedove che si prostituiscono, mogli che rubano i soldi ai mariti per rispondere ai ricatti delle due, tentativi di suicidio. Il contraltare della crudeltà sbandierata come riscatto dalle protagoniste. E ogni parola, ogni lacrima, ogni tentativo di difesa crolla all’istante.

“Le vittime sono sempre colpevoli”

“Loro non hanno mai mostrato empatia verso le vittime. Per loro le vittime sono sempre colpevoli”.

Questa è una di quelle belle sintesi di Zurlo che danno la chiave della storia e delle protagoniste. Loro non hanno empatia con le vittime, il pubblico non ha empatia per loro: è uno dei successi di questa docuserie. Una cosa questa che invece il più delle volte non riesce nei talk show, tendenzialmente più condiscendenti verso di loro anche perché maggiormente indifesi verso la retorica tossica delle Marchi.

Non dobbiamo avere paura dell’incantatrice di serpenti: la docuserie di Garramone è un antidoto contro il veleno delle Marchi, un ‘talismano’ contro la credulità. Con buona pace di imbonitrici e maestri di vita…