Sky, l’intervista a Pablo Trincia: “La storia di Veleno mi ha devastato. Solo chi conosce il dolore, sa come raccontarlo”
TvBlog incontra Pablo Trincia che, a partire dal 21 gennaio, è su Sky con il videopodcast Un avvertimento prima di iniziare.
Pablo Trincia è colui che negli ultimi anni ha cambiato il modo in cui l’Italia ascolta le storie e lo ha fatto scavando dove gli altri si fermano alla superficie. Giornalista e autore di podcast, è un tessitore di trame umane ed è stato in grado di trasformare la cronaca in narrazione. Da Veleno a Dove nessuno guarda, ha dimostrato che la verità, a volte, ha solo bisogno di essere ascoltata. A partire dal 20 gennaio, è il conduttore di Un avvertimento prima di iniziare, il nuovo videopodcast Sky Original, con cui Trincia lascia spazio alla voce nuda di chi è sopravvissuto a traumi, abusi e ingiustizie.
In questa intervista a TvBlog, l’autore ci accompagna dietro le quinte del suo progetto, ma anche del suo percorso professionale che, tra tv e teatro, lo ha portato a diventare uno dei narratori più amati e autorevoli del panorama italiano.
Lei ha trascorso anni a guardare dentro gli abissi della cronaca, tra errori giudiziari e tragedie. Ma quando cammina per strada e incrocia uno sconosciuto, riesce ancora a vedere solo una persona, o il suo istinto la porta subito a chiedersi quale segreto o quale storia nasconda?
Osservo le persone focalizzandomi sui dettagli, sul modo in cui si vestono, sui tatuaggi, su come si comportano e parlano. Provo a immaginarmi il loro passato e la loro storia, ed è ormai diventato un modo di guardare la realtà a raggi X. Il nostro lavoro è fatto di una continua attivazione dell’immaginazione. Quindi sì, le persone le studio, cerco di capire cosa c’è dietro: ognuno di loro ha una storia, un segreto, un dramma, un trauma, delle speranze e dei sogni. Vedere l’umanità in questo modo mi permette di continuare a immaginare, farmi venire in mente storie o idee.
Affrontare ogni giorno le storie delle persone ti porta anche ad approfondire la psiche umana e a voler capire cosa c’è dietro il male…
E farlo in maniera non giudicante, cercando di riflettere su cosa abbia vissuto quella persona per arrivare a quel gesto lì, non per giustificarla ma per capire. Questo mi aiuta a pensare sempre: “Come mi sarei comportato se fossi stato nei suoi panni? Meglio o peggio?“.
Qual è la sfida più grande del restare un osservatore neutro quando si trova davanti a storie di profonde ingiustizie o sofferenza?
La cosa più difficile è a volte l’aspetto emotivo, perché ci sono storie che sono molto pesanti, che ti rattristano e ti fanno arrabbiare. Sono comunque un essere umano e certi casi non possono che non toccarmi; sarebbe strano il contrario. Allo stesso tempo, quella roba mi serve perché è anche per me il motore di quello che faccio, perché mi ricorda qual è il motivo per cui sto facendo questo lavoro, che non è l’arricchimento personale o la fama. Tutto questo mi obbliga anche a cercare di restare il più neutro possibile e ad attenermi ai fatti in modo più fedele possibile. Per me la narrazione è un grande gioco: ci sono pochi elementi con cui dover costruire una storia vera.
Non si può barare e si deve essere il più precisi possibile, concentrandosi sulla storia e sul darle un bel ritmo, sul renderla avvincente pur restando neutrale, non rinunciando a prendere una posizione nel caso in cui tutti facciano opinione su una storia. La parte emotiva è appunto molto difficile da gestire, ma è necessario anche quella: solo chi conosce un po’ il dolore, sa come raccontarlo.
C’è stata una storia che l’ha segnata al punto da farle perdere l’equilibrio tra il sentire il dolore e il restare comunque neutrale?
Sì, Veleno è stato molto difficile. Questa storia mi ha devastato emotivamente, ho dovuto lavorare sullo stare tranquillo, perché leggevo ogni giorno cose terribili che accadevano ai figli di altre persone. In quel momento ero un giovane papà, ed è stata per me una storia viscerale che mi ha terrorizzato.
In molti casi il suo percorso giornalistico ha illuminato zone d’ombra che la magistratura aveva archiviato. Sente mai il peso di dover fare un lavoro che, in teoria, non spetterebbe a un giornalista ma allo Stato?
No, perché il mio lavoro è il mio lavoro, la Magistratura fa il suo. Non sento mai il peso della responsabilità di quello che sto facendo: io racconto storie, vivo di quello e mi concentro su quello. Il nostro è un modo di raccontare una forma di giustizia: raccontare la storia di una persona che ha subìto e che non ha più niente, significa fare a quella persona un grande regalo. Niente potrà restituirgli quello che ha perso, ma la dignità e la verità la si sta raccontando a tante persone.
A proposito del nuovo videopodcast Un avvertimento prima di iniziare, cosa spera che accada all’ascoltatore quando, alla fine dell’episodio, si toglie le cuffie o spegne lo schermo? È un avvertimento che serve a proteggerci o a svegliarci?
Noi abbiamo bisogno di ascoltare le storie degli altri perché questo ci aiuta a definire noi stessi, a capire il mondo intorno a noi. A prescindere, ascoltare è un bisogno che abbiamo. Queste sono ovviamente storie molto forti e pesanti su persone che hanno superato traumi, ma sono anche storie di vite che insegnano e che possono essere di ispirazione o da monito per qualcuno.

Se si ascolta la storia di Beatrice Fraschini, sopravvissuta al tentativo di femminicidio, si capisce quali sono i tratti principali di questi casi. Se si ascolta la storia di Angelo Massaro, che è stato 21 anni in carcere da innocente, si comprende come funziona realmente la giustizia. Sabrina Prioli ha invece subìto una violenza di gruppo da parte dei soldati dell’esercito in Sudan, e lei ci ha fatto capire cosa vuol dire stare in quella posizione. Sono tutti insegnamenti che ci ricordano che, anche nel dolore, possiamo essere forti e che possiamo sempre tirar fuori le migliori risorse e qualità che abbiamo. Secondo me, questo è il senso del mio lavoro.
Qual è il filo rosso che unisce tutte queste persone?
Il dolore e anche la perseveranza nel cercare di superarlo.
Nella prima puntata con Beatrice Fraschini, emerge una ricostruzione della violenza. Come si prepara psicologicamente a sedersi di fronte a qualcuno e chiedere di rivivere, minuto per minuto, il momento più terribile della sua vita?
Io chiedo sempre il permesso di fare determinate domande, soprattutto sulle parti più delicate. Quando lei racconta del momento in cui è uscita con il fidanzato ed è andata con lui al supermercato, il primo pensiero che viene è: “Perché non sei scappata!?“. Occorre invece formulare la domanda nel modo giusto e chiederle: “Cosa ti ha bloccata in quel momento?“. È sempre importante trovare le parole giuste per le domande più delicate, per non farle sembrare giudicanti. Bisogna semplicemente stare attenti a trovare il giusto linguaggio, ponendo sempre domande aperte e mai chiuse, e tutto deve essere fatto con molto rispetto, con un tono di voce garbato. Sono esperienze che, per quanto dolorose, diventano anche per loro positive.
Anche in questo progetto lei mette in guardia il pubblico sulla brutalità del mondo. Ma dopo aver scavato così a fondo nel male e nell’ingiustizia, dove riesce ancora a trovare, oggi, un motivo per essere ottimista riguardo all’essere umano?
È difficile soprattutto in questo periodo storico, perché l’ottimismo è sempre molto stagionale. Ci sono dei momenti in cui ce l’hai e dei momenti in cui è più improbabile da trovare. Stiamo vivendo un periodo folle, assurdo, surreale con genocidi, fratture internazionali, minacce, guerre all’orizzonte. Sappiamo però anche che tutto è ciclico e che viviamo in una società in cui è possibile vivere vite non perfette ma allo stesso tempo tranquille. Ci sono posti in cui si può vivere in pace e non c’è il rischio che qualcuno ti uccida o arresti senza motivo. Dobbiamo ricordarci che è tutto un bilanciamento tra bene e male, che esiste anche il bene, così come la forza di volontà che ti aiuta a uscire dai buchi peggiori nei quali ti sei trovato.
Oltre al videopodcast, ha futuri progetti da raccontarci?
C’è lo spettacolo teatrale L’Uomo Sbagliato, che sta avendo risultati inimmaginabili. Stiamo facendo sold out in tutta Italia, abbiamo già riempito quattro Arcimboldi senza aver ancora fatto una singola data a Milano. Questa è la mia nuova fase professionale: a teatro porto in scena un racconto di cronaca, con uno schermo, con delle fotografie, con dei documenti e con i video. Questo è il segnale del fatto che la gente vuole gli eventi live, vuole stare insieme e godersi un’esperienza dal vivo.
Cosa sta significando per lei il contatto diretto con il pubblico e quanto le sta servendo?