Scene da un matrimonio, se il rapporto finisce per provare a rinascere: la recensione della miniserie su Sky

Una coppia in crisi, tra tante parole ed una casa che diventa ventre materno: Levi fa suo il classico di Bergman, ma non potrà piacere a tutti

Chi conosce i lavori precedenti di Hagai Levi (vale a dire In Treatment e The Affair), sa quanto sia appassionato di dialoghi, di scambi di parole e di scene in cui la dialettica prende il sopravvento su tutto il resto. Il suo Scene da un matrimonio (remake del classico del 1973 di Ingmar Bergman), che Sky Atlantic manda in onda da questa sera, lunedì 20 settembre 2021, alle 21:15 (ed in streaming su Now), non fa eccezione.

In cinque episodi, l’autore (qui anche nei panni di regista) dà libero sfogo alla sua fame di parole, intessendo dialoghi fiume tra i due protagonisti che prendono il posto delle azioni in sé. E’ solo tramite le opinioni e le battute, infatti, che Mira (Jessica Chastain) e Jonathan (Oscar Isaac) riescono a progredire in quella che è una relazione archetipo.

Una relazione che diventa, nel corso degli episodi, un incontro-scontro tra i due protagonisti, Mira e Jonathan, appunto. Lei ha una carriera di successo nel mondo del tech; lui è un professore di filosofia che passa molto tempo a casa a crescere Eva, la figlia di entrambi. Quando Mira fa una confessione al marito che implica un’inevitabile conseguenza, Jonathan reagisce prima con dolcezza, poi con rabbia, scatenando differenti reazioni nella donna. Il risultato è che, nel corso dei cinque episodi, il loro rapporto subisce trasformazioni e traumi da cui non potranno non uscire che diversi.

Levi prende alla lettera il titolo della miniserie, e ci dice da subito che ciò che stiamo guardano è una rappresentazione di una relazione. Le “scene” diventano concrete nel momento in cui -in apertura di ogni episodio ad eccezione dell’ultimo- vediamo Chastain ed Isaac arrivare sul set: solo dopo averli visti calarsi nel personaggio, luci e fotografia cambiano ed entriamo dentro la storia. E’ una scelta decisamente curiosa, ma che ben rientra nello stile di Levi, che soprattutto con In Treatment ha voluto rompere alcuni schemi televisivi, portando un po’ di teatro in formato seriale.

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In questo caso, l’obiettivo è simile alla rottura della quarta parete, anche se solo temporaneamente, per siglare una sorta di patto con il pubblico e, quindi, dare il via alla messa in scena. Ogni episodio di Scene da un matrimonio richiede attenzione: non si è chiamati ad esprimere giudizi, quanto a comprendere ciò che viene detto da Mira a Jonathan e viceversa.

Non c’è una ragione che prevale, così come non ci sono vittime o colpevoli. Ci sono cause, situazioni, e differenti modi di reagire. I due protagonisti decidono di reagire parlandosi: la violenza delle liti viene sfiorata (ma quando succede, lascia il segno) per lasciare più spazio alla potenza di una parola, magari non detta per tanto tempo e che ora trova sfogo.

Il lavoro di Levi non potrà piacere a tutti. Non tanto perché questo Scene da un matrimonio esponga delle verità scomode o crei momenti disturbanti: piuttosto, il suo costante cercare (fallendo, altrimenti la serie sarebbe durata solo una puntata) un equilibrio tra le due parti crea una confusione che a qualcuno potrà dare fastidio.

Ma l’autore e regista sa bene quello che fa: fin dall’inizio -con Mira e Jonathan che vengono sottoposti da una giovane studentessa di psicologia ad un test che inizia a mostrarci le prime crepe- ha in mente un percorso che resta fedele a se stesso e che giunge ad un finale amaro, ma forse l’unico possibile.

Una nota a parte, poi, merita l’ambientazione principale: la casa su due piani che ospita gran parte delle scene lentamente si trasforma insieme ai suoi abitanti. Ne conosciamo quasi ogni angolo, trasformandosi senza che ce ne accorgiamo in un ventre materno, capace di accogliere e consolare marito e moglie in crisi, ma anche di costringerli a venire alla luce ed essere i loro nuovi stessi. E così, mentre fuori c’è il mondo che va avanti in un flusso impercettibile (e che Levi sapientemente ignora), dentro c’è il caos generatore di nuove vite e nuove esperienze, che per nascere devono però passare da un trauma.