Robin Hood di Ridley Scott: retroscena, riscritture e scelte di cast del film con Russell Crowe
Nel 2010 Ridley Scott riportò al cinema Robin Hood con il volto di Russell Crowe, presentando il film alla 63ª edizione del Festival di Cannes, in Francia.
Non era l’ennesima avventura in costume sull’arciere di Sherwood: Scott scelse una strada più cupa, più politica per il suo Robin Hood , segnata da guerre, potere e ritorni difficili dalle Crociate. Attorno a Crowe mise insieme un cast di primo piano, da Cate Blanchett a Mark Strong, da Oscar Isaac a Max von Sydow. Ma dietro quel film ci furono riscritture, cambi di rotta e scelte di cast tutt’altro che scontate.
Da Nottingham a Robin Hood: la sceneggiatura che cambiò pelle
Prima di chiamarsi Robin Hood, il progetto aveva un altro titolo: Nottingham. E soprattutto un’altra idea. La storia, almeno all’inizio, avrebbe dovuto guardare la leggenda da un punto di vista meno battuto, quello dello sceriffo di Nottingham. Non soltanto il cattivo di turno, ma un personaggio più sfumato, ambiguo, forse persino il vero centro del racconto. Russell Crowe, in un primo momento, era legato proprio a quel ruolo.
Poi la sceneggiatura cambiò strada. E non poco. Il film diventò il racconto della nascita del mito di Robin Hood, con Crowe passato al protagonista e Ridley Scott deciso a costruire una storia più ampia, tra guerra, tensioni politiche inglesi e soldati di ritorno dalle Crociate. Ne uscì un film lontano sia dall’avventura romantica alla Errol Flynn, sia dal tono più popolare di Robin Hood – Principe dei ladri, uscito nel 1991 con Kevin Costner.
Scott, del resto, non sembrava interessato a ripetere formule già viste. Parlando delle versioni precedenti, indicò con ironia Robin Hood – Un uomo in calzamaglia, la parodia di Mel Brooks, come una delle più riuscite. Una battuta, certo. Ma anche un segnale chiaro: il suo Robin Hood doveva andare da un’altra parte.
Russell Crowe, il Robin Hood più anziano e la quinta volta con Ridley Scott
La scelta di Russell Crowe diede subito al film un’impronta precisa. L’attore neozelandese aveva 45 anni durante la lavorazione e diventò così il Robin Hood più anziano tra i principali interpreti del personaggio al cinema. Superò anche Sean Connery, che non aveva ancora compiuto 45 anni quando recitò in Robin e Marian, il film del 1976 diretto da Richard Lester.
Prima di arrivare a Crowe, furono presi in considerazione anche altri nomi, tra cui Christian Bale e Sam Riley. Alla fine, però, pesò il rapporto già rodato con Scott. Robin Hood fu infatti la loro quinta collaborazione dopo Il gladiatore del 2000, Un’ottima annata – A Good Year del 2006, American Gangster del 2007 e Nessuna verità del 2008.

Quel legame professionale contava. Dopo Il gladiatore, il pubblico associava Crowe all’eroe fisico, segnato dalla battaglia e guidato dal senso del dovere. Qui, però, il terreno era diverso: niente arena romana, ma fango inglese, accampamenti, villaggi bruciati e attriti con la corona. Un Robin Hood maturo, non un ribelle giovane e spavaldo. Anche questo rese il film diverso da molte versioni precedenti.
Lady Marion, un lungo giro prima di Cate Blanchett
Se Robin trovò presto un volto forte, il ruolo di Lady Marion ebbe un percorso più complicato. La produzione valutò diverse attrici molto note, tra cui Scarlett Johansson, Emily Blunt, Angelina Jolie, Zooey Deschanel e Natalie Portman. Per un periodo la parte sembrò destinata a Sienna Miller, poi costretta a lasciare il film quando i ritardi della lavorazione si sovrapposero ad altri impegni.
Dopo l’uscita di Miller, vennero fatti altri nomi. Rachel Weisz fu presa in considerazione, mentre Kate Winslet rifiutò il ruolo. Alla fine arrivò Cate Blanchett, che diede a Marion un taglio meno decorativo rispetto ad altre versioni della leggenda: una donna adulta, legata alla tenuta di famiglia, abituata a reggere assenze, difficoltà e incertezze.
Ci furono cambiamenti anche in altri ruoli femminili. Eileen Atkins sostituì Vanessa Redgrave, che lasciò il film dopo la morte della figlia Natasha Richardson, avvenuta nel 2009. Una vicenda personale dolorosa, entrata di riflesso nella storia produttiva del film. Sul set, intanto, Blanchett portò una presenza essenziale, lontana dalla dama da fiaba: meno leggenda dorata, più terra sotto i piedi. Esattamente in linea con il tono scelto da Scott.
Accento, doppiaggio e look: i dettagli che fecero parlare
All’uscita del film, una parte della critica britannica si concentrò sulla voce di Russell Crowe. In particolare sul suo accento, giudicato da alcuni difficile da collocare e descritto come un misto di inflessioni scozzesi e irlandesi. Crowe difese più volte il lavoro fatto sul personaggio, ma la discussione accompagnò a lungo la promozione. Dettagli da stampa inglese, forse. Ma capaci di pesare sulla percezione del film.
In Italia fece discutere anche il doppiaggio. La voce di Crowe non fu quella di Luca Ward, storico doppiatore dell’attore e voce italiana di Massimo Decimo Meridio ne Il gladiatore. Ward aveva partecipato al trailer, ma dovette rinunciare al film per un infortunio avuto durante la partecipazione al reality L’isola dei famosi. Una coincidenza curiosa: proprio Ward aveva doppiato Kevin Costner in Robin Hood – Principe dei ladri.
Poi c’è il capitolo del look. Crowe, all’inizio, aveva deciso di farsi crescere i capelli per interpretare Robin Hood. Per questo indossò una parrucca in altri film girati nello stesso periodo, tra cui Nessuna verità e State of Play. Poco prima delle riprese, però, cambiò idea e li tagliò. Un dettaglio da camerino, certo. Ma anche da scelte così passa la costruzione di un personaggio che Scott volle più soldato che leggenda, più uomo stanco che eroe da ballata.