Home Retroscena “Febbre da cavallo” compie 50 anni: come un flop al botteghino è diventato una leggenda popolare

“Febbre da cavallo” compie 50 anni: come un flop al botteghino è diventato una leggenda popolare

Il 29 ottobre 2026, a Roma, Febbre da cavallo compie 50 anni e viene festeggiato all’Ippodromo delle Capannelle.

29 Ottobre 2026 15:20

Il film di Steno, uscito il 29 ottobre 1976 con incassi più bassi del previsto, è diventato col tempo una delle commedie più amate del cinema italiano. Una storia curiosa, quasi una rivincita: partito senza clamore al botteghino, poi ripescato dalla televisione, dal passaparola e da generazioni di spettatori che hanno trasformato Mandrake, er Pomata e Felice in facce di casa. Quasi parenti. Con le loro sconfitte, le puntate sbagliate e quelle frasi ripetute ancora oggi al bar.

Il 29 ottobre 1976: il debutto in sala e l’incasso sotto le attese

Quando Febbre da cavallo arrivò nei cinema, il 29 ottobre 1976, nessuno lo guardò come una futura leggenda popolare. Il film andò discretamente, ma restò lontano dai grandi numeri della commedia italiana di quegli anni: secondo le ricostruzioni rilanciate per l’anniversario, incassò circa 200 milioni di lire, poco rispetto ai titoli che si avvicinavano al miliardo o lo superavano.

Non fu un fiasco, ma neppure il successo che oggi verrebbe spontaneo immaginare. Anche la critica non lo trattò come un film destinato a restare. Lo lesse soprattutto come una farsa sul gioco, sui piccoli imbrogli e sulla romanità di periferia. Eppure c’era già tutto: l’ippodromo, le scommesse, i debiti, l’arte di arrangiarsi e quella malinconia comica che accompagna i perdenti cronici. Non eroi. Gente che ci prova, cade e ci riprova.

Steno, Enrico Vanzina e quel battesimo di scrittura nato all’ippodromo

Dietro Febbre da cavallo c’è anche un passaggio di testimone. Steno, nome d’arte di Stefano Vanzina, affidò al figlio Enrico Vanzina una parte importante della sceneggiatura. Gli chiese di portare nel film un mondo che lui conosceva poco: quello degli ippodromi, dei fantini, delle corse e delle puntate.

Enrico Vanzina, allora 26enne, ha ricordato quell’esperienza come il suo vero ingresso nel mestiere. «Mio padre non sapeva nulla di ippodromi, fantini, corse di cavalli e scommesse. Ma sapeva che io frequentavo quel mondo», ha raccontato, definendo quella sceneggiatura il suo “battesimo professionale”.

Febbre da Cavallo
Febbre da Cavallo, le battute indimenticabili (TvBlog.it)

Ne uscì una commedia costruita non tanto sulla precisione tecnica del turf, quanto sulla sua umanità: ricevitorie, dritte improbabili, amici convinti di aver trovato il sistema giusto. A Roma, soprattutto, quel mondo si riconosceva al volo. Bastava una parola, detta con l’accento giusto.

Mandrake, er Pomata e Felice: il trio che è entrato nel parlare romano

Il cuore del film resta il terzetto formato da Bruno Fioretti, detto Mandrake, Armando Pellicci, cioè er Pomata, e Felice Roversi, interpretati da Gigi Proietti, Enrico Montesano e Francesco De Rosa. Tre amici, tre scommettitori perdenti, tre personaggi che a un certo punto sono usciti dallo schermo e sono finiti nel linguaggio di tutti i giorni. La parola mandrakata, per esempio, è entrata nell’uso comune: una trovata furba, una mossa scaltra, spesso al limite della regola. Si capisce anche senza aver visto il film.

Alcune battute, poi, sono diventate memoria collettiva: «Se non era fregnone, a quest’ora er sottoscritto poteva esse’ Dasti Offman, Stive Mequin, Ar Pacino…», oppure il botta e risposta «E che so’, cavalli?», «No, fantini». Frasi ruvide, romane, nate per far ridere e rimaste perché raccontavano un modo di stare al mondo: perdere, brontolare, rialzarsi. Magari con un’altra schedina in tasca.

Dalla tv privata a Capannelle: la lunga corsa del cult

La vera fortuna di Febbre da cavallo arrivò dopo, lontano dalle prime visioni al cinema. Furono le repliche in televisione, soprattutto sulle emittenti private, a costruire il culto, sera dopo sera. Il passaparola riportò il film nelle case, nei bar, nelle conversazioni. Gigi Proietti raccontò che a Roma era nato perfino un club dei “febbristi”, prova di un affetto cresciuto fuori dai canali ufficiali.

Oggi il cinquantenario viene celebrato all’Ippodromo delle Capannelle, luogo simbolo delle corse romane, nel centenario dell’impianto. Una scelta naturale, con una curiosità: il film del 1976 non fu girato lì. A Capannelle arrivò invece il remake del 2002, Febbre da cavallo – La mandrakata, diretto da Carlo Vanzina, scomparso nel 2018. A parlarne, nella serata romana, è proprio Enrico Vanzina, custode familiare e professionale di una storia che col tempo ha cambiato peso. Da incasso sotto le attese a rito collettivo. Una corsa lunga cinquant’anni.