Roberto Benigni e la tv, da “Piccolo Diavolo” a cantore di Dante: mezzo secolo tra satira politica e riscatto intellettuale
Roberto Benigni, 73 anni tra televisione e cinema. L’impegno sul piccolo schermo raggiunge il mezzo secolo di attività, tra satira politica e riscatto intellettuale. L’attore è ancora un outsider.
Roberto Benigni, 73 anni sul filo sottile tra satira politica e riflessione. Un intellettuale questo, forse, deve fare: muoversi sempre al confine. Cercando di non stancare mai. L’attore toscano ha fatto di più: il pubblico lo ha prima incuriosito, poi conquistato e infine lo ha persino diviso. Tutto intorno alla sua figura, in mezzo secolo di attività televisiva trasformata. Plasmata alle esigenze di palinsesto e non solo.
Benigni è quello che abbraccia Berlinguer, ma è anche quello che strizza le pudenda di Baudo in diretta a Sanremo. È quello che strapazza la Carrà davanti a milioni di persone, ma è anche colui che ha riletto – dandogli nuova vita e anche qualche significato in più – Dante e riproposto i Dieci Comandamenti in diretta televisiva con due programmi dedicati. Poi c’è la Costituzione Italiana e i dettami dell’Unione Europea, anche questo tema è stato affrontato dall’attore davanti al pubblico del piccolo schermo.
Roberto Benigni, satira e riflessioni sul piccolo schermo
Insomma, Benigni ha due facce, televisivamente parlando. Occorre capire quale piace di più. Questo lo deciderà il pubblico, quel che conta è non risultare mai indifferente e l’interprete – per sua fortuna – dopo tutti questi anni di attività ha ancora il problema contrario. È stato definito in molti modi: schierato, filogovernativo (questo hanno detto quando ha rinnegato determinati aspetti della propria idea politica) e persino aziendalista. L’unica azienda a cui è rimasto fedele, forse, è la Rai. Se escludiamo qualche piccola parentesi altrove, come la recente apparizione a Propaganda Live su La7.

Una riconoscenza ben pagata dal Servizio Pubblico. Questo è un altro motivo di divisione per la platea del piccolo schermo: si sente spesso dire di Benigni “Bravo ma esageratamente pagato”. Lo stesso discorso, in maniera meno edulcorata, viene fatto ad altre grandi presenze televisive. Come Paolo Bonolis.
Da comico a intellettuale divisivo
Loro – indistintamente – rispondono che le competenze si pagano. Infatti la Rai, prima con Benigni e poi con Bonolis (nelle occasioni in cui sono stati chiamati in causa), ha investito molto ma guadagnato almeno il doppio. La presenza di Benigni sul piccolo schermo assicura – a chi investe – minimo il 27% di Share. A stare bassi. Questo ha realizzato con Dante, con i Dieci Comandamenti, con l’esegesi dell’Inno d’Italia a Sanremo. Solo per citare alcuni esempi.
L’attore è di tutto e di più, ma prima ancora di questo resta una garanzia in termini di ascolto. Lo seguono anche e soprattutto i detrattori, quelli che continuano a dire quanto e come sia esageratamente idolatrato. Quelli che dicono che è troppo e il troppo stroppia. Persino coloro che lo definiscono “annacquato” in termini di battute disponibili e risorse. Per affermarlo, però, non si perdono un appuntamento. Benigni ancora oggi, più di Celentano e Bonolis, senza contare Fiorello (con cui l’interprete toscano ha condiviso il palco un paio di volte in carriera), è un evento. Chiunque aspetta per vederlo. Anche quando dovrebbe trionfare lo streaming, quando gli ascolti dovrebbero essere in calo.
Il valore aggiunto tra ascolti e pubblicità
La tendenza di Benigni è sempre uguale. Un metronomo. Che siano trasmissioni, partecipazioni, nuovi espedienti e idee da proporre, quando c’è Benigni torna il pubblico davanti alla tv. È così dal 1977, più o meno, quando ha cominciato con Onda Libera, fino ad oggi. Nel 2025 ha riportato Il Sogno su Raiuno con medesimo esito.
Gli altri fanno televisione, Benigni arricchisce la televisione. In termini di introiti pubblicitari, ma soprattutto in relazione al pubblico che non smette di guardarlo. Anche e soprattutto per criticarlo, nel bene o nel male, non importa (a lui). La Rai, invece, se lo tiene stretto perché in entrambi i casi è una risorsa su cui ancora investire dopo 48 anni di proposte, scommesse vinte e aspettative da coltivare.