Pippo Baudo, i viaggi all’estero e le cene con i “nuovi talenti” del piccolo schermo: alla scoperta del mecenatismo televisivo
Pippo Baudo avrebbe compiuto 90 anni. La sua eredità è il mecenatismo televisivo: scoprire nuovi talenti, ma anche saper guardare oltre per cambiare gli schemi del piccolo schermo.
Pippo Baudo è uno dei pionieri della televisione. Quest’affermazione è stata riproposta in ogni modo e in ogni senso possibile, specialmente dopo la sua recente dipartita. Cosa lascia, però, Baudo? Un patrimonio televisivo da difendere, ma anche un metodo. Un approccio da esportare e condividere per chi ancora ha la forza e la capacità di farlo. Si parla spesso di come il presentatore di Militello abbia cambiato le carte in tavola per quel che riguarda l’organizzazione dei programmi. Nessuno, però, pensa al prima.
Tutti, dai cronisti a parte dell’opinione pubblica, si concentrano sulla puntualità di Baudo. Una professionalità senza pari che dava l’impressione di un controllo rassicurante: Pippo sapeva tutto, in ogni momento. Era davvero così? No. La realtà era semplice e complessa al tempo stesso: Baudo appariva sicuro perchè faceva qualcosa che oggi, forse, si è perso. Giocare d’anticipo. Il conduttore e Direttore Artistico anticipava i tempi: non vuol dire tendere verso la sintesi, significa – citando un suo tormentone – evitare di sforare.
Baudo e la cultura del lavoro dietro le quinte
Andare fuori tempo, perdersi per strada, non ritrovare la rotta. Concetto che vale per le dirette tv, ma anche per tutto quello che viene prima. Come si prepara un programma? Si scrive, si immagina, si lavora di creatività e idee. Prima di questo brainstorming costante al cospetto di collaboratori e autori c’è un’altra fase che molti, anche nel ricordare il conduttore siciliano, dimenticano. Si indaga. Baudo era uno di quelli che non stava mai fermo: viaggiava spessissimo, in giro per l’Italia e all’estero.

Ecco perchè uno degli ultimi programmi della sua carriera fu itinerante. Proprio per ridare dignità a una forma di analisi perduta. Baudo, sulle orme di Mike Bongiorno, prendeva treni e aerei per vedere cosa c’era lontano da casa. Anche televisivamente parlando. Era un uomo, un professionista, che aveva sempre contezza di quel che accadeva fuori.
I viaggi all’estero e la scoperta di nuovi paradigmi
Aveva capito, prima degli altri, che i confini – sul piccolo schermo – non dovevano esistere. Giocare d’anticipo, quindi, voleva dire portare in Italia quel che forse ancora non c’era. Un determinato tipo di Varietà, ad esempio. Anche i Sanremo che strizzavano l’occhio ai grandi show teatrali americani. Benigni all’Ariston che strizza le pudenda del conduttore e direttore artistico con la celebre battuta: “Questo è il Festival e poi c’è il DopoFestival”, in pieno stile late night show statunitense.
Baudo ha esportato un modello che aveva visto all’estero, poi è stato adattato e riportato nello Stivale. La stessa cosa ha fatto con il ruolo di Direttore Artistico. Un factotum che doveva conoscere tutto e tutti a menadito per gestire gli equilibri di un contenuto che aveva l’obbligo e la necessità di essere sempre valido. Dai Fantastico in poi, fino alle Domenica In, è stato un crescendo di necessità e virtù. Pezzi di mosaico che andavano costruendosi anche grazie all’operato che il presentatore faceva lontano dalle telecamere.
Il ruolo di talent scout
Si è spesso, con merito, parlato di Baudo talent scout: l’uomo che ha inventato molti talenti del piccolo schermo. Alcuni si presentavano a lui, altri li scovava direttamente attraverso capatine che faceva nei teatri e negli ambienti di messinscena per portare tutto successivamente in televisione. Lo ha fatto con Massimo Troisi e La Smorfia, Anna Marchesini e i colleghi Massimo Lopez e Tullio Solenghi. Beppe Grillo e tantissimi altri.

Senza contare la sfilza di artisti e cantanti che ha portato alla ribalta, i quali aspettavano soltanto una mano tesa da qualcuno. Quella mano è arrivata. Baudo ha gettato le basi del mecenatismo televisivo: promozione di attività artistiche, culturali e scientifiche. Baudo, con un budget di partenza dalla produzione, serrava fili e collegava persone a formati. Organizzazione ma anche visione d’insieme.
Uscire dalla comfort zone
Oggi questo, per tanti motivi, non viene fatto. O viene promosso in forma minore. I nuovi talenti emergono anche grazie alle tecnologie, ma la tv ha bisogno sempre e comunque di nuovi stimoli che si raggiungono soltanto se si ha la forza di guardare oltre. Fuori dagli schemi e lontano dalla comfort zone. Baudo è sempre stato quello che chiamava Amadeus o Carlo Conti a cena per parlare con loro, oppure quello che svegliava Giorgia Todrani (nel cuore della notte) per farle aggiustare una canzone. Per non parlare dei consigli alla Cuccarini o a Fiorello.
Il compianto presentatore è sempre stato un catalizzatore di priorità, in grado di dire – consapevolmente – che la televisione italiana fosse la migliore perchè a guardare altrove ci era andato sul serio, carpendo quel che riteneva necessario e lasciando stare ciò che considerava poco funzionale. Essere un innovatore vuol dire viaggiare, muoversi e mettersi in gioco non solo con le idee. Anche e soprattutto concretamente.
Un ponte fra passato e presente
Baudo non è mai rimasto fermo, neppure quando avrebbe potuto rimanere in poltrona e pontificare. Ecco perché ancora oggi si parla di lui come l’uomo (non l’unico, ma tra i pochi) che ha cambiato tutto. Quel che ha fatto quando le luci erano accese è infinitamente minore rispetto a quel che sceglieva di fare non appena passavano i titoli di coda fra un programma e l’altro. Ogni sigla era un ponte fra passato e presente con lo sguardo verso il futuro.