Chiambretti: “Ho la mia griffe, non è vero che realizzo sempre gli stessi programmi. Mediaset? Spero di rimanere. Vorrei rifare Tiki Taka”

Piero Chiambretti: “Mi sono chiuso in studio quando gli altri sono usciti. Preferii Mediaset a Sky. Spero di rifare Tiki Taka”. E su Sanremo…

Da una tv in eterno movimento a una seconda più riparata, rappresentata dalla protezione e dai comfort di uno studio. La lunghissima carriera di Piero Chiambretti potremmo dividerla in due fasi, ciascuna timbrata da successi e titoli che hanno segnato la storia del piccolo schermo. “Nella prima andai alla scoperta di quei mondi che la televisione non aveva affrontato”, confessa il conduttore a TvBlog. “Quella tv ricollocata oggi non potrebbe esistere. Tra problematiche economiche, produttive, questioni di sicurezza ed emergenza covid la maggior parte di quelle trasmissioni sarebbe impensabile”.

Strade, piazze, campi di calcio e abitazioni di comuni mortali. Chiambretti ha viaggiato, con i piedi, ma soprattutto con la mente. “Sto scrivendo un’autobiografia autodistruttiva e autoironica e mi sono dovuto cimentare nel ricordare ciò che ho fatto. Per cercare tutti i programmi ho dovuto consultare Wikipedia”.

In Complimenti per la trasmissione entrava nelle case degli italiani all’ora di cena, nel vero senso della parola. “Fu il primo programma della Rai contro un telegiornale della Rai. Dopo aver individuato casualmente delle persone al mercato, la sera andavo a trovarle”. Improvvisazione pura, a tal punto che una volta si imbatté in una anziana signora nostalgica del Duce. “Sì, in Puglia – ride – le case le scoprivo in diretta, in seguito ad un sopralluogo dei tecnici. Arrivavo con delle paste, che utilizzavo come tormentone. Le acquistavo nelle peggiori pasticcerie della Colombia. Facevamo delle domande e regalavamo un orologio da tavolo e 100 mila lire, che avrebbero raddoppiato se nel corso della puntata il componente fosse riuscito a terminare dei giochi che erano un semplice pretesto. Scoprii che molti ragazzi che frequentavano la facoltà di architettura avevano realizzato tesi di laurea sugli interni degli appartamenti che avevano visto in tv. Ne fui orgoglioso, era quello il mio obiettivo”.

Un successo che non andò oltre le 42 puntate. Come mai?

Sospesi il programma dopo due mesi, per snobismo. Se all’inizio fu difficile individuare le famiglie, dopo un po’ ci aspettavano in migliaia. La naturalezza di quel programma un po’ naif era stata persa e senza quella trasparenza di fondo ritenni quel viaggio antropologico concluso. Un altro al mio posto avrebbe realizzato altre venti serie.

Pure Renzo Arbore ammise di aver interrotto Indietro Tutta perché aveva percepito la medesima sensazione.

Sia io che Arbore non abbiamo mai realizzato trasmissioni che non fossero uscite dalle nostre teste. Ho sempre costruito le dinamiche sui rapporti personali e sulle situazioni paradossali, grottesche e surreali che da visionario trasferivo nei miei programmi. Senza certe caratteristiche non avrei potuto farli.

Il primo avvicinamento al mondo del calcio avvenne con Prove tecniche di trasmissione.

Ci si muoveva da nord a sud con una quindicina di telecamere e settanta persone. Con me c’erano Nanni Loy, Sandro Paternostro, Helenio Herrera. Andavamo in onda da un tendone da circo collocato nelle vicinanze di uno stadio nel quale si disputava una gara di cartello di Serie A. A fine partita, in smoking, entravo dentro lo stadio ormai vuoto e mi sostituivo alla moviola, imitando i gol che erano stati realizzati. Ripetendolo tutte le settimane, il tam tam fece sì che i tifosi presenti in curva rimanessero lì anche dopo il match. Era diventato un rito propiziatorio. Una volta ci recammo ad Udine, l’Udinese aveva vinto 4 a 0 contro l’Ascoli. Io mimai tutti i quattro gol e andai a festeggiare sotto la curva dei friulani. La settima successiva però eravamo previsti proprio ad Ascoli e quando mi diressi verso la curva bianconera mi arrivarono centinaia di cadeau, non tutti graditi. Si erano ricordati dell’episodio di sette giorni prima, non me l’avevano perdonato.

Nel 1991 arrivò Il Portalettere. Una prima svolta.

Quando fui tacciato di essere troppo facile nell’interagire con la gente comune, mi posi come scommessa il desiderio di frequentare politici, generali dei Carabinieri e personalità importanti di diversi mondi. Col Portalettere andammo alla scoperta dei palazzi del potere che spesso nei telegiornali non venivano rappresentati, se non in poche inquadrature. Andare vestiti da postino a consegnare le cartoline di Andrea Barbato che nessuno voleva ricevere era una bella scommessa. Intercettai i testimoni della Prima Repubblica, i grandi vecchi. Era l’anno delle ‘picconate’ di Cossiga e quell’edizione si concluse con l’incontro col Capo dello Stato. Ci riuscimmo grazie ad un plebiscito popolare, ci aiutò anche una copertina de L’Espresso.

Furono gli ultimi momenti di quiete, prima degli attentati a Falcone e Borsellino e l’esplosione di Tangentopoli.

Vero. L’anno dopo il racconto si spostò a Milano, dove andai in onda con Telegiornale Zero. Ci occupammo sistematicamente di Tangentopoli e ci imbattemmo in uno scenario totalmente diverso. La politica si era spostata dagli alberghi lussuosi alle carceri. Per me fu molto importante, mi posizionai all’interno dell’informazione più brillante e non omologata, grazie alla rete e ad un contesto che nel bene e nel male mi diede spunti indimenticabili. Rai 3 ha inventato la tv verità e io sono stato dentro a quel sistema dove ho avuto modo di cucire a modo mio il racconto di diverse vicende storiche, dal crollo del muro di Berlino alla caduta dei partiti e di Craxi.

Gradualmente cominciò a ridurre le uscite. Perché?

Realizzai Il Laureato, un altro programma in esterna. La tv non era mai entrata nelle università in quella maniera. Queste sono state le trasmissioni della prima era, ho portato in televisione quello che non c’era. Ma se tu esci, poi escono tutti. E quando la tv è uscita io mi sono chiuso in studio, costruendo show irrealmente reali o realmente irreali.

 A quel punto la cura dell’estetica e l’attenzione al colpo d’occhio sono diventate un suo tratto distintivo.

Ritengo che la forma sia il contenuto e che il contenuto sia la forma. Credo fortemente in questa visione. Così come un vestito di Armani è riconoscibile a distanza di cinquant’anni, lo stesso può valere per me. Il Chiambretti Night era la fotografia del locale che avrei sempre voluto frequentare da cliente. Quando mi sono barricato in studio ho cercato di ricostruire degli esterni che risultassero migliori della realtà.

Spesso hanno evidenziato la somiglianza dei suoi programmi. Immagino non sia d’accordo.

Anche se i miei programmi sembravano simili, in realtà erano diversi per target, orari e gusto. Ho la mia griffe, qualcuno confonde questo concetto pensando che faccia sempre la stessa trasmissione, ma posso assicurare che di uguale ci sono io, che ho la continuità nel mio stile. Disegno abiti su misura che devono avere per forza un elemento che si ripete.

Tra le seconde serate che ha occupato ci sono anche quelle su La7, con Markette. Andava in onda tre giorni a settimana, dalle 23.30. Oggi, con i talk che terminano all’una di notte sarebbe un terreno impraticabile.

E’ cambiato tutto, non sarebbe più possibile. Le seconde serate si sono quasi azzerate. Con un programma che parte quasi alle dieci di sera, grazie ad una buona produzione e ad un tema di fondo che regga si può coprire la prima, la seconda e la terza serata spalmandoci un unico progetto. Con cinque giorni e cinque programmi hai realizzato un palinsesto. Un tempo Rai 3 aveva un prime time e una seconda serata realizzata come una prima. Ma sono esempi che non hanno più senso.

Su La7 concesse ampio spazio a Gianfranco Funari. Ha il merito di essere stato il miglior gestore dell’ultima fase della sua vita.

Ero molto affezionato a Gianfranco, nonostante gli inizi burrascosi per via di alcuni miei blitz nel suo programma del mezzogiorno su Rai 2. Pian piano maturò un’amicizia che si trasformò in collaborazione. Al funerale mi fece male vedere poche facce del nostro mondo. In compenso c’era tanta gente comune.

Due Festival da conduttore e altrettanti Dopofestival. Con Sanremo ha costruito un rapporto speciale.

Tra i Festival ci inserirei anche quello del 2001. Raffaella Carrà aveva scelto come partner Enrico Papi, Massimo Ceccherini e Megan Gale. Io ero entrato in crisi a causa dell’insuccesso del mio film (Ogni lasciato è perso, ndr) e mi ero trasferito in Messico. Mi richiamarono per partecipare come giudice di una fantomatica giuria di qualità. All’insaputa della Carrà e d’accordo in parte con Japino organizzai un mio spazio autonomo che fu molto gradito. Venni consacrato da quegli interventi. Tra le cose che proposi c’era un festival della canzone napoletana, un momento esilarante che rompeva la messa cantata del Festival.

Napoli era stata centrale anche nel Dopofestival del 1998.

Dopo il successo del Sanremo 1997 assieme a Mike mi proposero immediatamente la conduzione dell’edizione successiva. Risposi di no, sbagliando. Ritenevo che il Festival fosse da fare una volta sola, come il militare. Tuttavia, mi resi disponibile per il Dopofestival. Lo trasferii dentro ad uno scantinato che fungeva da ristorante napoletano. Assieme a me c’erano Nino D’Angelo e Aldo Busi. Nino, che era considerato il re del trash, entrava in scena sulle note di ‘Nuje simme trash’. Fu un’avventura che ci regalò soddisfazioni e polemiche perché Busi una sera affermò che Annalisa Minetti aveva vinto in quanto non vedente. Puoi immaginare cosa accadde, tra proteste e telefonate dai piani alti.

L’ultima volta risale al 2008 al fianco di Pippo Baudo. Un’edizione sfortunata.

Fu un’edizione musicale rigida rispetto ai movimenti underground che stavano venendo fuori. Pippo non volle in gara i primi eroi provenienti dai talent, né quelli che emergevano dal web. L’anno dopo, non a caso, con Bonolis ci fu subito un’apertura verso X Factor e Amici.

A poche ore dalla serata d’esordio vennero ritrovati in un pozzo i corpi dei due fratellini di Gravina. La notizia invase i telegiornali della sera e la puntata di Chi l’ha visto? in edizione speciale superò il 16% di share. Quanto influì questo episodio?

Condizionò parecchio quel Festival che, tra l’altro, il mercoledì si fermò per lasciare spazio alla Nazionale. Un secondo aspetto non indifferente. Inoltre, fu l’ultimo anno con una contro-programmazione feroce. Al giorno d’oggi il Festival viaggia praticamente da solo. C’è il Festival e basta, negli altri canali trasmettono le pecore dell’intervallo. Nonostante tutto continuo a difendere quel Sanremo, è bello condividere i successi e gli insuccessi, soprattutto se hai a fianco un artista come Baudo. Pippo può vantare grandissimi trionfi, poi può capitare che proprio lui che il Festival lo ha rilanciato e rivitalizzato possa imbattersi in una stagione difficile.

All’epoca affermò che il rapporto tra voi due non mutò in corsa, nonostante le difficoltà.

Nonostante l’amarezza continuammo nel nostro percorso, consapevoli che una volta che parti male non può che finire peggio. La rotta non la puoi invertire. Sanremo dura cinque sere, non sei mesi. Le canzoni, i partecipanti e gli ospiti restano quelli, non puoi cambiarli in corsa. In quella situazione di difficoltà trovai comunque la forza di poter ridere delle nostre disgrazie, cosa che non poteva fare Baudo. Entravo in sala stampa e facevo recitare il Rosario ai giornalisti. Nella mia carriera ho partecipato ad uno dei Festival più visti e a uno dei meno visti, è un privilegio, non una maledizione.

Da Rai 1 a La7, ha lavorato in tutti i canali generalisti. Le manca solo il salto su Sky.

Dieci anni fa ebbi una stessa proposta, da Mediaset e da Sky. Feci il colloquio, mancava solo il mio sì per un approdo sul satellite. Se avessi accettato avrei fatto una carriera totalmente diversa. Il satellite è molto interessante. Al momento in cui ti abboni entri in un club e devi conquistare un preciso target. Se lo intercetti non hai più bisogno di impazzire per rubarne altro, anche se la battaglia degli ascolti è sempre aperta.

Eppure non sembra pentito.

Scelsi Mediaset perché pensai che finire su uno dei mille canali fosse riduttivo. Preferii rimanere in trincea, prendendo anche degli schiaffoni. La mia carriera è diventata un’altra, mi sono adattato alle regole della tv commerciale pur non perdendo la mia griffe, mi sono adeguato alle condizioni del cambiamento.

Il suo contratto con Mediaset è in scadenza.

Ridendo e scherzando, sono a Mediaset da undici anni. A questi si aggiungono i quattro a La7 e i quindici alla Rai. Quando venni cacciato dalla tv di Stato mai avrei pensato di finire su una tv commerciale per una durata che fosse maggiore al mio rapporto con la Rai. Potrei superarla, qualora io e Piersilvio Berlusconi trovassimo il modo di continuare a lavorare assieme.

Accadrà?

Io me lo auguro, mi sono sempre trovato bene a Mediaset, tra alti e bassi. Non si possono nascondere i momenti difficili, ma il rapporto di trasparenza e di stima che c’è tra me e Piersilvio ha salvato il nostro desiderio di continuare a collaborare. Senza dimenticare l’opportunità ricevuta dalla direzione generale Informazione.

Prima di Tiki Taka, sfiorò la conduzione della Domenica Sportiva. Era il 2002, cosa andò storto?

La proposta arrivò dal direttore di Rai 2 Antonio Marano ma venne subito bloccata, credo dal Cda. Non accettarono che un non giornalista prendesse in mano un programma tempio del giornalismo parlato.

Ha riscontrato queste difficoltà a Mediaset?

No, il rapporto con la redazione sportiva è buono, di totale sintonia. Ci sono stati degli avvicinamenti per arrivare ad un linguaggio che fosse comune. Ho accettato i consigli di chi viene dal calcio parlato e al contempo loro si sono fidati della mia visione.

Più che adeguarsi lei al linguaggio di Tiki Taka, la percezione è che sia stato Tiki Taka ad adeguarsi al mondo di Chiambretti.

Non potevo fare lo stesso programma che Pardo aveva condotto per sette anni, questo è indubbio. Sono arrivato per fare me, non per fare Pardo. Abbiamo messo in moto un esperimento che andasse al di là del talk visto per sette anni. Mi sono messo di buona lena, sapendo forse di deludere i tifosi abituati al vecchio programma, ma consapevole che nel tempo avrei guadagnato altri spettatori. C’è stato il cambio con un pubblico che non c’era e adesso c’è. La cosa migliore sarebbe ripeterci anche l’anno prossimo. In due anni il programma assumerebbe una autonomia e una distanza dal passato. Mi sono appassionato al progetto, è una scommessa che vorrei portare a casa. Si può parlare di calcio in una maniera diversa, in modo che risulti interessante anche per chi il calcio non lo ama. Ho immaginato Tiki Taka come un magazine che avesse dentro anche delle sezioni extra-calcio.

Il talk era stato immaginato col pubblico in studio?

Certo, era previsto. Lavorare senza pubblico non è mai bello, specialmente se ci sono battute e discussioni.

Le piacerebbe portare il suo sarcasmo alla guida di un reality?

No, non mi interessa. Nei reality ci sono logiche infernali che non puoi ribaltare. Gli autori si sentono gli unici possessori della verità e non mi va di discutere di ingressi o nomination in diretta, non c’entro niente.

Ha contribuito a lanciare Costantino Della Gherardesca. E’ sorpreso dalla sua carriera televisiva?

Sono contento per lui, però trovo limitato l’uso che la tv fa di Costantino. Oltre a giudice o concorrente di ballo, avrebbe molte altre carte da giocare che nei contesti in cui si trova non può svelare. Credo sia bravo, intelligente, ma potrebbe fare molto di più.

Da anni conduce Pechino Express. Non le piace?

Ma quello non è Costantino. E’ prestato alla conduzione. Il vero Costantino ha spirito critico, un humour inglese vagamente depressivo che in un mio programma ha avuto e avrebbe un risalto maggiore.

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Piero Chiambretti conduce Chiambretti Night, dal 2010 su Canale5 in seconda serata.

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