Home Interviste Morbo K, Giacomo Giorgio a TvBlog: “Sento il peso della responsabilità, non so cosa avrei fatto io in quella situazione. Una roba del genere non deve accadere più”

Morbo K, Giacomo Giorgio a TvBlog: “Sento il peso della responsabilità, non so cosa avrei fatto io in quella situazione. Una roba del genere non deve accadere più”

Giacomo Giorgio racconta a TvBlog il suo punto di vista sulla miniserie Rai Morbo K, in onda in occasione della Giornata della Memoria.

26 Gennaio 2026 10:32

Giacomo Giorgio torna sul set e ci stupisce in una veste nuova, quella che lo vede protagonista della nuova miniserie Rai Morbo K, in onda il 27 e 28 gennaio in prima serata su Rai 1. Un progetto che riporta alla luce una delle pagine più ingegnose della Resistenza romana: quella malattia fittizia inventata tra le mura del Fatebenefratelli per sottrarre decine di vite alla furia nazista.

In questa intervista a TvBlog, Giorgio svela come si è calato nei panni di un uomo pronto a rischiare tutto per un “falso” contagio, dimostrandoci il motivo per cui questa storia, pur parlando del passato, ha un’urgenza incredibilmente attuale.

Ha iniziato con personaggi molto forti e complessi come Ciro Ricci in Mare Fuori. Ora la vediamo spesso in ruoli legati alla medicina. È una scelta consapevole quella di esplorare figure che curano o salvano vite, quasi in contrasto con i suoi esordi?

Non è una scelta consapevole, ma il frutto di provini, proposte che hanno fatto parte sin da subito del mio percorso. Io sono stato molto fortunato perché ho avuto la possibilità di spaziare il più possibile tra un personaggio e l’altro, con diversità e mondi completamente diversi. In questo senso, la mia carriera ha preso sicuramente un’ottima piega.

Lei è il protagonista della nuova miniserie Rai Morbo K. Come si è preparato a interpretare un giovane medico degli anni ’40? 

Per me è stato un privilegio perché, quando si interpreta un personaggio realmente esistito ed eroico a tutti gli effetti, è sempre bellissimo. Non succede sempre nella carriera di un attore. La preparazione è stata più o meno la stessa, ma in questo caso ho dovuto approfondire la storia, che non conoscevo affatto. Ho appreso ancor di più l’importanza del mestiere dell’attore.

Qual è stata la sfida più grande?

La vera sfida è stata quella di rendere credibile un ragazzo che sceglie di rischiare la propria vita per un bene maggiore, che è una grandissima domanda alla quale non so rispondere.

giacomo giorgio intervista
Intervista a Giacomo Giorgio – tvblog.it

Non so cosa avrei fatto se fossi stato in quella situazione, ed è stata questa la cosa più affascinante, ma anche l’ostacolo più grande.

Nell’epoca odierna, non si può nemmeno minimamente immaginare cosa possa aver significato vivere in quel periodo storico…

Esattamente.

Torna a lavorare con Vincenzo Ferrera dopo il successo di Mare Fuori. Com’è stato cambiare radicalmente dinamica tra voi, passando da un rapporto “criminale” a quello tra un mentore medico e il suo allievo in un contesto eroico?

Lui è un attore straordinario, che stimo tantissimo, e siamo molto amici anche nella vita reale. È sempre una garanzia quando si lavora con attori che si conoscono bene, perché c’è divertimento ma anche conoscenza. Io conosco molto bene i suoi tempi attoriali, lui conosce bene i miei. Per questo le scene prendono sempre un’ottima piega.

La serie va in onda in occasione del Giorno della Memoria. Sente il peso della responsabilità nel portare sullo schermo una vicenda così delicata e importante per la storia italiana? 

Sì, lo sento e spero anche di poter in qualche modo servire. Non serve ricordare, una roba del genere non deve accadere più. Prenderò in prestito il verbo “considerare“, che ha citato Primo Levi: “Considerate se questo è un uomo…“. Credo e spero che, oltre che ricordare, ci debba essere qualcosa di più.

Questo è tra l’altro un insegnamento importante soprattutto per il periodo storico in cui stiamo vivendo. È un progetto che può essere anche molto attuale…

Purtroppo lo è, attuale. Spero possa servire a ricordare e a capire cosa significhi la guerra, l’odio per un’etnia e per una popolazione.

La storia tra Pietro e Silvia Calò nasce in un momento di terrore. Come avete lavorato per far emergere la tenerezza in un contesto così cupo?

Abbiamo lavorato portando in scena, appunto, l’amore. L’amore che nasce proprio là dove c’è guerra e distruzione. È proprio quell’amore capace di un coraggio straordinario. Solo l’amore probabilmente può fare una cosa del genere.

Oltre alla televisione, l’abbiamo visto impegnato in teatro con l’ Otello diretto da Giorgio Pasotti. Come riesce a bilanciare l’immediatezza del set televisivo con la disciplina e il rito del palcoscenico?

Non so come ci riesco. Io di mestiere faccio l’attore e sono quindi felice di farlo a teatro, al cinema o in televisione. Per me è lo stesso mestiere e non sceglierei mai: sarebbe come scegliere tra mamma e papà, è impossibile.

Quale pensa che sia il significato più profondo e attuale che voglia trasmettere questa storia?

Otello racconta ovviamente la storia di un femminicidio, con tante e complesse sfumature e letture interne. L’involucro più evidente è però appunto la violenza. Quindi racconta una tragedia che mi pare essere molto, molto attuale.

Lo spettacolo Otello, con il testo di Dacia Maraini, mette appunto al centro l’idea dell’amore come possesso. Quanto è stato difficile per lei, umanamente, calarsi nei panni di un uomo che compie un atto così atroce?

Sì, è stato molto difficile. È chiaramente un atto di finzione, io non farei mai neanche lontanamente una roba del genere. Non riuscirei a schiacciare nemmeno una formica per come sono fatto io. Però è finzione, è il mio lavoro e sono contento di portare in scena tutte le sere un messaggio importante: se tu, spettatore, pensi che questa cosa non ti riguardi, è un grave errore perché riguarda tutti noi.