Lui è peggio di me, un ibrido che almeno ci prova

La recensione della prima puntata della seconda stagione di Lui è peggio di me, con Panariello e Giallini per 5 giovedì nel prime time di Rai 3.

Lui è peggio di me torna su Rai 3 a distanza di qualche mese, ma è difficile fare paragoni tra la prima e la seconda edizione: è cambiato il clima, il contesto e anche la formula del programma, che ora puà contare anche sul pubblico. Se quest’ultimo serva davvero è tutto da capire: televisivamente direi di no, tanto più che viene inquadrato con le mascherine e questa è sempre una mossa a doppio taglio, visto che spezza in un istante la sensazione di una ritrovata, o almeno accettabile, normalità. E più volte hanno bisogno di essere rianimati, di essere scossi dai conduttori – un po’ come sta succedendo da un paio di settimane a Propaganda Live – perché oltre a qualche coro sui canti non si sentono: un bene per chi è a casa, ma in studio, ormai, si è abituati agli urletti da stadio e all’applauso ammaestrato.

Ma torniamo al programma. La dinamica del programma diviso tra due conduttori continua: comproprietari di uno spazio in prima serata tv, Giallini e Panariello questa volta non si sforzano neppure di trovare un amalgama: il programma è diviso a metà, ciascun conduttore ha una propria parte (intesa anche come ruolo da interpretare) e un proprio spazio. Panariello è il più versatile e tira la carretta del programma televisivo: l’esperienza ce l’ha, le prime serate su Rai 1 sono certo nella sua faretra, i tempi comici lo aiutano e aiutano il pubblico; Giallini è a traino, personaggio schiavo di se stesso, perfetto in Schiavone ma la tv non è il suo mestiere e non sembra neanche volersi sforzare. Come se gli avessero detto “Tu fai te stesso” e lui si sia adeguato anche con un certo atteggiamento da 9 sulla scala delle rotture del suo personaggio aostano. Nonostante lo sforzo di Panariello, e il tentativo di creare spazi comuni soprattutto con gli ospiti musicali, lo scollamento si vede. E a casa stanca. E’ illuminante un vox populi presentato a inizio programma per ‘scaldare’ il clima, con una signora che commenta Giallini dicendo “Sempre con quest’aria scoglionata…“. Che sia scritto nel copione o sia un commento spontaneo, è perfetto. Il potere della sintesi.

Due conduttori che non si amalgamano, quindi, portano a un programma diviso tra parte televisiva, con Panariello a fare da traino, e una parte teatrale per far stare a proprio agio Giallini. L’uno prova a entrare nel campo dell’altro, ma solo Panariello riesce a essere fluido e credibile in entrambe, dall’intervista doppia a Bergomi e Caressa agli sketch teatrali per dar spazio a Giallini.

Talmente l’uno è ‘peggio’ dell’altro che quest’anno sono stati chiamati i rinforzi per cercare una dinamica migliore, due nomi che sulla carta dovrebbero fare da facilitatori ed emulsionanti tra questi due ingredienti che non riescono ad equilibrarsi davvero. Il miglior ingresso nell’ottica del programma televisivo è Max Angioni, a sostegno del Panariello televisivo: innesto veloce e portatore di un minimo di brio e di ironia soprattutto col personaggio dell’Head of Strategic Content etc etc, che fa il verso ai roboanti titoli delle società di produzione e delle aziende tv, chiamato a verificare che il livello del programma resti basso (“E voi ci riuscite, eh!“). Dall’altra parte c’è Anna Ferzetti, sempre bravissima e chiamata a sostenere le parti teatrali, ma che rischia di apparire un pesce fuor d’acqua, come tutto il blocco di ‘palco’.

Cos’è, dunque, Lui è peggio di me? Resta un ibrido. Sarebbe decisamente interessante se fosse una pièce su due attori che fanno un programma tv, ma non è questa – parrebbe – l’idea di show. A vederlo, anche nella scena, nei colori, nella forma, mi viene in mente il Maledetti amici miei di e con Giovanni Veronesi, Rocco Papaleo, Sergio Rubini e Alessandro Haber che però aveva un’idea narrativa più definita e perseguita. Qui invece l’idea narrativa sembra persa, ammesso ci sia davvero. E’ un po’ il rischio dei programmi co-prodotti da promoters: si finisce per pensarli come una vetrina di articoli ‘a tema’ che però finiscono per essere solo giustapposti e si perde completamente l’idea di offrire qualcosa di organico e piacevole al pubblico, concentrati piuttosto a sistemare le cose per se stessi.

Va detto, però, che quest’ibrido dell’ibrido finisce per offrire qualcosa di diverso: in fondo appare ben più innovativo del ‘linguaggio’ di Da Grande, figlio di Cattelan in tutto e per tutto e vistà già con durate migliori su altri canali.  Diciamo che comunque ci si prova: riuscirci è un altro paio di maniche.

PS. Carina l’idea dei titoli di coda che coprono il monologo impegnato (che come vuole la tradizione non ci sarà mai – e in questo siamo lontani dall’originalità).

Ps2. Invitare Bertolino e ricordare al mondo una chicca come Glob – L’osceno del villaggio è darsi la mazza sui piedi. Bertolino è riuscito in 5 minuti a rivoltare un programma: sarebbe il caso di riportare lui in tv e non come ‘opionista’ da salotto sportivo.