Lingo, il problema è il déja-vu

La prima puntata di Lingo mostra una Caterina Balivo a proprio agio in un genere per lei inedito. Ma il problema è il gioco…

Lingo – Parole in gioco è un format noto. L’ultima volta che l’abbiamo visto – più o meno – è stato l’anno scorso con Giancarlo Magalli (Una parola di troppo). La cosa strana è trovarlo nel preserale di La7, mentre su Rai c’è Reazione a catena. Non aiuta.

Non aiuta perché il format in sé è statico. Non spiacevole, ma statico. Sembra di essere tornati agli anni ’80, con tre coppie in gioco – che poi diventano 2 – le postazioni fisse, il tappeto musicale quasi in midi, le manches con minime variazioni. Insomma, un gioco quasi d’antan, poco vivace.

Lingo

Ci prova Caterina Balivo a dare un po’ di brio. E va detto che è a suo agio, fin dalla prima puntata. Non soffre ‘la prima volta’ del game: sembra anzi che non abbia fatto altro. La scuola dell’intrattenimento aiuta e in questo caso la paura del silenzio e del vuoto tanto caratteristico della tv italiana fa sì che non smetta mai di parlare: in un gioco sostanzialmente piatto e senza suspance va detto che serve.

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Così come si cerca di dare ogni tanto una variazione alle manche a base di lettere da combinare e tempo da rispettare con ‘il momento dell’esperto’, Simone Tempia, una versione hipster dell’insuperabile prof. Beccaria di Parola Mia: ne recupera la funzione, ma il paragone è oggettivamente difficile.

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Non stona neanche la confezione, anzi: spazi ampi, ricca la scenografia, bella la fotografia che sa di patinato, luminoso, pulito. Diciamo che si vede l’impianto della bibbia del format, che però nel gioco stesso resta il problema principale. Il vantaggio è che si esaurisce in meno di un’ora ed è la durata giusta: di più sarebbe stato davvero ostico. Per il resto confezione e conduzione fanno quello che possono, convincendo. Il che, considerate le perplessità iniziali, è un successo.

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