L’estate in cui imparammo a volare, Netflix ed una serie riuscita solo a metà: la recensione in anteprima

Due amiche, due attrici famose al grande pubblico, tre decenni, amori e delusioni: cosa poteva andare storto?

Una coppia sulla carta esplosiva, interpretata da due attrici che chi ama il mondo delle serie tv conosce già molto bene. Una storia di amicizia che si sviluppa nell’arco di trent’anni, tanti sentimenti e sullo sfondo un’America che cambia con le protagoniste. E’ L’estate in cui imparammo a volare, la nuova proposta di Netflix in arrivo domani, 3 febbraio 2021.

La fonte anche in questo caso è letteraria, ovvero il libro omonimo di Kristin Hannah (edito da Mondadori, disponibile anche in e-book), autrice di numerosi libri, tra cui “L’usignolo” (che sarà adattato in un film in uscita a fine anno).

Le premesse per una bella serie strappalacrime e romantica ci sono tutte. Ma sono state rispettate? Ahimè, la risposta è solo a metà. Perché L’estate in cui imparammo a volare inciampa troppe volte in alcuni difetti che ne abbassano la qualità, cosa alquanto insolita per un serie originale Netflix che punta evidentemente ad una grossa fetta di pubblico. Ma andiamo con ordine.

L’estate in cui imparammo a volare, ovvero l’amicizia tra Kate e Tully

La serie tv, come il libro, si dipana nell’arco di una trentina d’anni. Kate Mularkey (Sarah Chalke, Scrubs), sul finire degli anni Settanta, è una ragazzina timida ed intelligente, con pochi amici e presa in giro da tutti, anche dal fratello Sean (Jason McKinnon). Non sa che nella sua vita sta per entrare un ciclone di nome Tully Hart (Katherine Heigl, Grey’s Anatomy), appena trasferitasi a Firefly Lane, il “viale delle lucciole” in cui abita anche Kate.

Due ragazze che più diverse non si può: se Kate è introversa, Tully è sfacciata ed ambiziosa, costretta a crescere in fretta a causa di una madre, la hippy Nuvola (Beau Garrett) che dopo averla abbandonata più volte dalla nonna l’ha infine presa con sé, senza però preoccuparsi di darle quello di cui ha bisogno una figlia.

L’amicizia tra le due, nata quasi per caso, reggerà negli anni a venire: Kate e Tully affrontano insieme gli scherni delle compagne di classe, frequentano l’università insieme e sempre insieme intraprendono -negli anni Ottanta- la carriera di giornaliste, con risultati differenti. Se infatti Kate lascia il lavoro per crescere la figlia Marah (Yael Yurman), avuta da John (Ben Lawson), che nel frattempo aveva avuto anche una tresca con Tully, quest’ultima si butta nel lavoro. Arriviamo così nel 2003: Kate tenta di rientrare nel mondo del giornalismo, mentre Tully, diventata conduttrice di successo di un programma quotidiano, fatica a mantenere alti gli ascolti.

Tre linee temporali, dunque, raccontano un’amicizia tra gioie e dolori: violenze, delusioni, ma anche nascite ed amori, che Kate e Tully vivono quasi in simbiosi ricordandosi l’un l’altra i propri punti di forza e sostenendosi nei momenti più bui.

Cosa funziona ne L’estate in cui imparammo a volare

L'estate in cui imparammo a volare
© Netflix

Temi fortemente vicini ad un pubblico femminile, con la volontà di voler diventare una sorta di manifesto del women empowerment senza però perdere quella propria vena narrativa che agganci il pubblico più vasto possibile. L’estate in cui imparammo a volare ci mostra le sue intenzioni fin dai primi episodi, facendo della vita delle due donne protagoniste un compendio delle sfide, discriminazioni e provocazioni che che ancora oggi l’universo femminile deve subire.

Sia chiaro, però: la serie non è dramma a tinte cupe, tutt’altro. Piuttosto, rientra in quella categoria che potremmo definire “soapy drama”, ovvero drammi da soap, in cui ai temi più seri vengono affiancate storyline più leggere e legate alla sfera romantica dei personaggi.

L'estate in cui imparammo a volare
© Netflix

Firefly Lane (questo il titolo originale di serie e libro) si mette nel mezzo tra i film-tv a marchio Lifetime ed Hallmark e la serialità dai linguaggi contemporanei di Netflix. E’ proprio questo ibrido che trascina lo spettatore verso il finale, ovvero sapere come evolverà l’amicizia tra Kate e Tully, ma anche come ciascuna affronterà la vita e le sorprese che riserverà loro.

Maggie Friedman, creatrice della serie (e che ha lavorato a produzioni come Witches of East End e No Tomorrow) sa come maneggiare l’argomento: il racconto si fa diretto, senza colpi di scena clamorosi (qualche aggancio per un’eventuale seconda stagione, però c’è) ma con la giusta curiosità per avanzare di episodio in episodio. Inevitabile non pensare a This Is Us nel vedere le tre linee temporali alternarsi tra di loro in ogni puntata: ed anche in questo caso, il passato, seppur nei suoi ricordi dolorosi, diventa uno strumento per comprendere meglio il presente ed avere uno sguardo più ampio sul tema della vita intesa come viaggio.

Cosa non funziona ne L’estate in cui imparammo a volare

L'estate in cui imparammo a volare
© Netflix

A fronte di queste nobili intenzioni, c’è però qualcosa che non ha funzionato. E parliamo della resa del racconto sullo schermo: stupisce quasi che questa serie sia una produzione originale Netflix, che ha sempre messo la massima attenzione nella realizzazione dei propri prodotti.

L’estate in cui imparammo a volare, invece, si accomoda troppe volte in situazioni in cui la sensazione che rimane è che si poteva fare di meglio. Dai dialoghi, in alcuni momenti davvero piatti, anche quando si affrontano gli argomenti sopra citati e che quindi avrebbero meritato maggiore sforzo, fino al vizio di ripetere -sopratutto nei primi episodi- l’anno in cui si sta svolgendo la scena (per paura che il pubblico non si rendesse conto del cambio di linea temporale?).

L'estate in cui imparammo a volare
© Netflix

Difficile, poi, vedere Heigl e Chalke dare vita ai rispettivi personaggi sia nel 2003 che negli anni Ottanta cambiando solo acconciatura: capiamo che affidare ad altre due attrici le parti di Kate e Tully avrebbe diminuito sensibilmente le loro scene, ma così facendo cala la forza dell’idea delle tre epoche raccontate.

Se, insomma, l’ibrido a cui abbiamo fatto cenno sopra da una parte incuriosisce, dall’altra delude nel momento in cui non viene sostenuto da una messa in scena che sia all’altezza delle ambizioni dichiarate. E’ vero che la serie -ed anche questo lo abbiamo già detto- sfugge dai toni cupi del drama, ma questo non deve significare abbassare il livello della resa.

Quelle buone intenzioni che salvano la serie

L'estate in cui imparammo a volare
© Netflix

Ma dunque vale la pena vedere L’estate in cui imparammo a volare? La nostra è che sì, la serie merita comunque una visione, se non altro perché si lascia seguire facilmente, diventando un ottimo scacciapensieri per quando ci si vuole intrattenere con un titolo poco impegnativo.

Resta, comunque, l’amarezza di aver assistito ad una produzione che avrebbe potuto davvero fare la differenza e proseguire quella filmografia di storie dedicate al mondo delle donne ed alla consapevolezza delle battaglie che ancora oggi devono affrontare.

Si strizza l’occhio a tanti argomenti discussi dall’opinione pubblica di oggi, ma nessuno riceve davvero quella giusta considerazione che meriterebbe. E così, la serie scorre, arriva a conclusione ma non riesce ad agganciarsi pienamente ai suoi obiettivi, preferendo un’edulcorazione non sempre così necessaria.

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