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Intervista a Stefano Massini: come nasce Riserva Indiana, il potere del teatro, la rivoluzione della parola e la lunga avventura con Formigli

Stefano Massini ci porta nel cuore di Riserva Indiana, il talk di Rai 3 che intreccia musica, parole e riflessione, svelando il dietro le quinte del programma e il suo metodo creativo. Ma non è tutto: racconta anche il ruolo centrale del teatro e ripercorre la lunga esperienza televisiva con Corrado Formigli a Piazza Pulita.

11 Settembre 2025 13:57

Dalla scena del teatro alla televisione, Stefano Massini porta il racconto nella vita quotidiana degli spettatori. Fiorentino, autore di successi internazionali, narra il mondo con parole, musica e storie che aprono finestre sul presente. TvBlog lo ha incontrato.

Lunedì 8 settembre è andata in onda su Rai 3 la puntata inaugurale di Riserva Indiana, un ritorno molto atteso dal pubblico. Dopo il debutto della terza stagione, quale pensa sia il segreto del successo?

Sì, siamo verso le 70 puntate da quando abbiamo cominciato. È sempre entusiasmante, travolgente, trovarci di nuovo dentro questo bellissimo pianeta di parole, di note, di musica, di incontri che è Riserva Indiana. Questa trasmissione ha sempre avuto la sua forza nell’essere, in qualche modo, un progetto aperto: un progetto che cerca di guardare il mondo intorno a sé, di leggere il futuro, di prendere forma e di essere conosciuto da noi attraverso l’unica cosa che abbiamo davvero, che è lo studio del passato. Questo, in fondo, fa la musica, questo fanno le poesie, questo fanno i racconti: ed è questo che rappresenta il cuore e la forza del programma.

Riserva Indiana sembra voler restituire alla televisione un ruolo di ‘piazza’ culturale, dove parole e musica diventano strumenti di confronto e riflessione…

Sì, lo credo. Tanto. Nel senso che “piazza culturale” è una definizione che mi torna molto, anche perché, d’altronde, la piazza è stata per tantissimo tempo il luogo in cui si esibivano i cantastorie. Arrivavano nelle piazze principali delle città, srotolavano i propri stendardi e, su un palcoscenico, cominciavano a raccontare storie. La gente si fermava ad ascoltarle perché erano fondamentali, in un momento in cui non esisteva ancora la comunicazione come la conosciamo oggi: non esistevano i social, non esisteva niente di tutto questo. La comunicazione di ciò che avveniva nelle altre città, nelle altre contrade o contee passava attraverso loro. I cantastorie hanno fatto nascere il giornalismo, hanno fatto nascere il racconto, hanno fatto nascere, in qualche modo, persino la funzione aggregativa che oggi riconosciamo ai social.

È considerato un format innovativo nel panorama televisivo: secondo lei, qual è l’elemento centrale che ne costituisce il vero punto di forza?

Riserva Indiana è uno spettacolo e, al tempo stesso, una trasmissione: perché ha una fortissima base teatrale. È un programma che si fonda soprattutto sulla brevità della propria durata. Io ho sempre detto che ha la sua forza proprio nel fatto che dura lo spazio di 23-24 minuti, al massimo 25. Mette insieme, alla fine, due racconti e due canzoni, con una breve intervista di scambio tra me e gli artisti. È effettivamente uno spazio che risponde alla legge fondamentale della comunicazione di oggi — essere asciutta, breve, diretta — ma lo fa con un metodo antico: quello di mettere in fila i tre tempi, il passato, il presente e il futuro. Questi sono per me gli elementi fondamentali di questa sfida: cercare di guardare il passato, di indagare il presente e di intuire o di prevenire il futuro.

Quale esperienza spera che lo spettatore viva alla fine di ogni puntata?

Ma noi miriamo, come sempre, ad aprire delle finestre, prospettive diverse, sguardi diversi, possibilità diverse di leggere la realtà. Quindi, il grandissimo obiettivo di questa trasmissione, se riuscissimo a raggiungerlo, sarebbe che anche soltanto uno spettatore, alla fine di una puntata, potesse avere un elemento in più- diverso da prima- per leggere quello che gli sta intorno.

In che modo seleziona i temi e le parole chiave e qual è il percorso che le porta poi a diventare strumenti capaci di costruire un’esperienza televisiva come quella proposta? Ci porti un po’ dietro le quinte..

Ogni puntata è frutto di un lavoro molto lungo, molto accurato, molto profondo. Gli autori della parte musicale —.in primo luogo Massimo Martelli, ma anche Polo Biamonte, Rossella Rizzi, Serena Fornari, Mariana Cirino — lavorano scegliendo gli artisti, una platea possibilmente sempre molto diversa. In ogni edizione, infatti, cerchiamo di avere protagonisti differenti per profilo: ci sono nomi importanti della storia del cantautorato italiano, come Roberto Vecchioni o Eugenio Finardi, insieme ad altre icone della musica, tra cui Gianni Morandi. A questi si affiancano anche realtà più giovani, a volte emergenti. Noi abbiamo ospitato, nella seconda edizione, un Lucio Corsi ancora completamente sconosciuto alle masse, e la stessa cosa facciamo anche in questa nuova stagione, con dei nomi che inizialmente fanno dire: “E questo chi è?”. In realtà, si tratta di grandissime sfide che lanciamo al nostro pubblico.

Una volta individuati gli artisti c’è una lunga fase di dialogo con loro sui due brani che desiderano presentare. Sulla base di queste scelte intervengo anche io per quanto riguarda la scrittura: quali temi sento di poter affrontare con un determinato ospite, tenendo conto del suo modo di raccontarsi e di come viene percepito. Ogni artista ha una percezione precisa da parte di chi lo ascolta e, sulla base di questo, decido i temi e le storie da proporre.

Ci sono momenti in cui la combinazione tra i miei racconti e la parte musicale raggiunge un coronamento particolarmente intenso. Un esempio è l’esperienza di quest’anno con Paola Turci, quando ha inserito, all’inizio della sua canzone, delle parole che avevo pronunciato durante il mio monologo.

Un altro elemento imprescindibile e fondamentale per la trasmissione è la musica dal vivo. Avere una band residente consente che le mie narrazioni e le canzoni vengano eseguite sul momento, un aspetto fondamentale per l’identità e la storia del programma.

  

Anche quest’anno la vedremo a Piazza Pulita da Corrado Formigli

Per me questo sarà un anno importante, perché ci avviciniamo quasi ai dieci anni della mia partecipazione, ogni giovedì sera, a Piazza Pulita. Cerco di inserirmi nella narrazione del talk in modo originale, portando un linguaggio particolare, un altro modo di concepire la parola, che viene poi utilizzata nel programma; la mia, però, è narrativa, letteraria, completamente diversa da quella che mi precede e da quella che mi segue durante la trasmissione. È stato un azzardo molto rischioso da parte di Corrado Formigli, e non smetterò mai di ringraziarlo.

Una bella sfida…

Beh, lo è, lo è ogni sera. Tra l’altro, è rischiosissima, perché ogni volta non sai mai che cosa accade un attimo prima che tocchi a te; alla fine, questo è il talk, si basa su questo. Ti puoi inserire in un momento di dibattito molto lento o addirittura noioso, e in quel caso porti un po’ di frenesia. Oppure ti puoi inserire all’interno di una discussione in cui gli ospiti hanno litigato ferocemente, assumendo così una funzione diversa. Insomma, è veramente molto difficile sapere cosa ti aspetta. La forza di Piazza Pulita sta proprio in questo: nel fatto che sono tenuto ogni volta ad adattarmi, a entrare in qualcosa che non conosco e che scopro sul momento.

A volte, addirittura, il tema che io tratto cambia la mattina stessa della trasmissione. Il rispetto nei confronti dello spettatore passa dal fatto che un programma come questo venga costruito in diretta; è quindi la giornata stessa, con la sua cronaca e i suoi accadimenti, a guidare e dare un senso al mio racconto.

Non solo televisione: il teatro è la sua seconda pelle. Cosa rappresenta per lei e quale ruolo ritiene abbia nel formare lo sguardo del pubblico sulla realtà?

La mia idea di teatro è sempre stata basata sulla convinzione che esso sia, in qualche modo, il linguaggio che li contiene tutti: un linguaggio dentro il quale convergono letteratura, poesia, musica, arti pittoriche e grafiche, scultura, coreografia, tutto ciò che entra in scena. È movimento, parola, scrittura, ma anche disegno e immagine. Il teatro ha sempre un compito altissimo e fondamentale: usare questa forza e questo primato per raccontare l’essere umano e la condizione in cui vive. Ha quindi l’obiettivo di aiutare le persone a vivere una vita migliore rispetto a quella che stanno vivendo, offrendo elementi in più per comprendere il mondo. Questo, secondo me, è ciò che è sempre chiamato a fare, così come la televisione, quando porta nelle case degli spettatori ogni sera 25 minuti di contenuti importanti.

In un contesto culturale sempre più fragile, quanto è complesso, ma anche necessario, portare avanti una “rivoluzione della parola”?

Ci credo moltissimo in questa battaglia, che certe volte è estenuante, perché alla fine tutto sembra spingerti a non farla. Sembra una battaglia persa, sembra che non abbia senso combatterla. E invece non è così: ha molto senso combatterla. Perché? Perché non la fa nessun altro. Oggi, infatti, c’è in giro una solitudine micidiale, di questo sono convinto.

Prossimi progetti?

Dopo Mein Kampf sto preparando lo spettacolo nuovo, che debutterà fra poche settimane: è la mia narrazione della storia di Donald Trump, della sua carriera. Una narrazione incredibile, questa vita spericolata, piena di dettagli da raccontare, di snodi e di colpi di scena. È la storia dell’economia; è, fra l’altro, la storia di tutti noi. Ci tengo moltissimo: partirà intorno al mese di ottobre e andrò dovunque, quindi aspetto tutti quanti, non soltanto in TV, ma anche a teatro.