Intervista a Francesco Cicchella, dalla gavetta alle grandi platee: “Il ritiro dalle scene? Ho immaginato la mia vita tra 25 anni. Il mio sogno è un tv show che porta il mio nome”
TvBlog incontra Francesco Cicchella prima dello spettacolo teatrale Tante Belle Cose, che lo vedrà protagonista dei palchi italiani.
Comico di grande successo, ma soprattutto un professionista che ha fatto della satira il suo punto di forza. Francesco Cicchella si racconta in questa intervista a TvBlog, parlando delle tappe più importanti della sua carriera, del rapporto con il pubblico, delle parodie che gli hanno regalato il successo e del suo ultimo spettacolo teatrale, Tante Belle Cose, che parte l’8 novembre da San Benedetto del Tronto. Il suo regalo più grande? Svelarci chi si cela dietro i personaggi iconici che ha interpretato negli anni e che lo hanno reso tra i comici più in voga della tv italiana.
Qual è stata la vera svolta che l’ha portata dalla gavetta nei locali o nei teatri regionali a programmi come Made in Sud? Chi o cosa l’ha “scoperta”?
Ci sono state per me tante piccole svolte. La primissima è avvenuta quando, a 17 anni, ho vinto il Premio Totò; prima di quel momento, mi ero esibito in locali o durante eventi privati, ma come cantante. Il mio professore di latino e greco del Liceo – appassionato di spettacolo e giornalista – ha visto in me delle qualità di imitatore. Un aspetto che non avevo in realtà mai considerato seriamente dal punto di vista artistico, dato che io sognavo di fare il cantante o l’attore. A mia insaputa, lui mi ha quindi iscritto a questo premio per comici e imitatori. Da lì ho capito che la comicità, in quanto arte creativa, sarebbe potuta essere il modo in cui poter esprimere il mio bagaglio di musicista, pianista, cantante, attore. Due anni dopo, sono stato notato dal produttore di Made in Sud, un programma appena nato che andava in onda su Sky Comedy Central. Lo show si è spostato su Rai 2 ed è diventato un vero e proprio fenomeno socioculturale; io mi sono diventato super conosciuto soprattutto nel centro Sud.
Nel 2015 un’altra piccola svolta è arrivata con Tale e Quale Show e con Sanremo: Carlo Conti mi ha infatti voluto con sé in entrambi i programmi. C’è invece stata un’ultima svolta un paio di anni fa, quando ho avuto l’occasione di fare per la prima volta uno show tutto mio su Prime Video: quello ha segnato l’inizio della mia vera carriera teatrale perché, grazie a quello show, ho iniziato a riempire i teatri di tutta Italia e a fare dei veri e propri tour.
Come individua la “chiave comica” di un personaggio e come la esaspera per la parodia?
Ci sono alcuni personaggi che servono la parodia sul piatto d’argento, perché hanno delle personalità già molto spiccate: basta andare ad accentuare quegli aspetti e la parodia è servita. Penso ad esempio ad Achille Lauro o a Massimo Ranieri. Di quest’ultimo ricordo il mio primo pezzo su di lui, fatto di getto dopo aver visto un show nel quale raccontava la sua infanzia. Lo vedevo fare esercizi ginnici mentre cantava, e in quel caso la parodia era già davanti ai miei occhi (ride n.d.r.). Per altri personaggi c’è invece una ricerca che va più nel mio immaginario: sono io che immagino come quella persona possa essere in realtà dietro le quinte e nel privato. C’è ad esempio una parodia di Toni Servillo che è frutto di quello che io penso che si celi dietro le sue interpretazioni. Attingo comunque sempre da qualcosa di reale o da quello che, in maniera soggettiva, quel personaggio mi comunica.

Nel mio stile, ho sempre prediletto l’idea che nei miei personaggi convivessero il riferimento all’originale ma anche qualcosa di mio. A me è sempre piaciuto che lo spettatore ritrovasse la credibilità di quel personaggio ma, allo stesso tempo, anche di “Francesco“. Questo si rispecchia nella mia scelta di non avere trucchi speciali – come fa ad esempio Virginia Raffaele – e nei miei testi, in quello che racconto. C’è sempre più quello che pensa Francesco: a volte i miei personaggi diventano veicolo per lanciare messaggi satirici.
C’è mai stato un personaggio che, dietro le quinte o in privato, ha manifestato il suo disappunto o irritazione per la sua imitazione, magari non comprendendo appieno la chiave comica?
In faccia no, alle spalle non so (ride n.d.r.). A volte la parodia è diventata il pretesto per conoscere quel personaggio, soprattutto quando sono stato agli esordi. Ho scelto ad esempio di fare la parodia di Gigi D’Alessio e quella è stata l’occasione per conoscerlo; con molti è nato un rapporto di amicizia e di stima. Gli originali, con cui ho avuto modo di parlare, mi hanno in realtà sempre fatto dei grandi complimenti. Le mie parodie non vanno mai sul personale; cerco di non essere mai offensivo, anche perché non è quello lo scopo della parodia. L’obiettivo è fare satira su altro.
Qualche anno fa è stato ospite del talent Amici e ci fu una videochiamata anche da parte di Ultimo. Lui disse che aveva anche avuto una crisi d’identità nel guardare i suoi video sui social…
Esatto, disse che quando gli spuntavano i miei reel sui social, per qualche secondo pensava di essere lui. Si chiedeva “Quando ho fatto questa canzone!?“.
A volte i suoi sketch sfiorano anche il politicamente corretto. Quanto è difficile oggi, per un comico che fa satira, bilanciare la libertà d’espressione con il rischio di ricevere critiche o polemiche immediate sui social media?
Diventa sempre più complesso, perché molto spesso non si distingue il reale contenuto della satira da quella che è la forma. Ci si dimentica che gli artisti rappresentano degli spaccati di realtà, ma molto spesso anche delle cose che vogliono criticare. Si perde spesso questo passaggio e, quando si fa satira, non si coglie il reale bersaglio della battuta. Appena si vanno a toccare degli argomenti, si viene attaccati quasi per partito preso, come se determinate cose non potessero essere discusse. Se decido di fare un film e di raccontare la storia di uno stupratore, rischio di essere criticato perché sto inneggiando alla violenza sulle donne. Lo scopo è in realtà l’esatto opposto: raccontare una verità che esiste e sensibilizzare contro questa dinamica. C’è molto pregiudizio e, piuttosto che soffermarsi su quelle che sono le reali intenzioni di un artista nel rappresentare certe cose, lo si attacca a prescindere perché ha voluto toccare determinati argomenti.
Poca autoironia e poca leggerezza…
Credo che il senso di molti aspetti si stia perdendo. I social hanno innescato una serie di dinamiche non favorevoli in questo perché le persone, nel tentativo di proporre un’immagine “perfetta” di sé, diventano sempre più suscettibili e meno autoironiche. Tutto è sempre più esasperato.
Parliamo di presente e del suo nuovo spettacolo Tante Belle Cose, descritto come un mix di varietà e “narrazione cinematografica” a cui si alternano flashback sulla sua carriera. Qual è stato l’elemento scatenante che ha fatto nascere l’idea di dare questa struttura?
Ho cercato di immaginare il “me artista” calato in una realtà sempre più alla deriva e, in maniera provocatoria, ho immaginato che tra 25 anni io non abbia più gli stimoli per andare avanti con questo lavoro. Ho quindi pensato al mio ritiro dalle scene: lo spettacolo inizia nel futuro con questo mio annuncio e si ritorna al presente e si ripercorrono alcune cose che ho immaginato possano accadere nella mia carriera da qui ai prossimi 25 anni. Tutto questo gioco diventa un pretesto per fare una riflessione sulla nostra realtà, e sul percorso dell’individuo all’interno di questa società.
Lo spettacolo tratta appunto di musica, mode, società e spettacolo. Qual è, tra i temi sociali contemporanei che affronta in scena, quello che ha sentito più urgente e necessario raccontare?
Nello spettacolo parlo molto di questa mancanza di senso critico. L’omologazione di pensiero, che vedo attuarsi in maniera crescente e costante, ci sta togliendo la libertà di pensiero e di espressione, oltre che la possibilità di essere divergenti e andare controcorrente. La società ci indirizza sempre più verso un pensiero comune: tutto questo stress e tutta questa fretta a cui siamo sempre sottoposti fanno scaturire dentro di noi una voglia di non pensare, di non impegnarsi. Tutto questo ci sta togliendo il senso critico, la libertà di farsi delle opinioni proprie, di approfondire quello che ci circonda, di formulare un pensiero libero. Ho immaginato che questa situazione possa andare via via a peggiorare nel prossimo futuro, e ho un po’ esasperato questa visione, sperando di instillare uno spunto di riflessione nello spettatore. Sono un comunicatore e la mia essenza consiste nel parlare al pubblico, e mi preme quindi chiaramente avere dall’altra parte una platea che possa formulare dei liberi pensieri.
Di recente è stato inoltre ospite del programma This is Me di Silvia Toffanin. Che esperienza è stata per lei?
Torno in questo programma per la seconda volta e, rispetto agli altri format, c’è un aspetto che a me diverte sempre. Incentro la performance sugli artisti che sono presenti: lo scorso anno ho “giocato” con Stash, stavolta sono stato a cospetto de Il Volo, Gigi Buffon e Gerry Scotti.
Per me è uno stimolo diverso scrivere un pezzo sapendo che mi troverò a interagire con i diretti interessati.
Futuri progetti da raccontarci?
Sarò in tour con Tante Belle Cose fino a maggio. Più che un progetto, vorrei svelarvi un sogno: avere la possibilità di un tv show che porta il mio nome. Sto lavorando in quella direzione, per arrivare un domani ad ottenere questo tipo di risultato. Sto inoltre già pensando a qualcosa di diverso per il teatro: anche da questo punto di vista, potranno esserci delle sorprese.