In Treatment, la quarta stagione su Sky con Uzo Aduba (tra confronti, novità e Pandemia)

A 11 anni dall’ultima stagione USA con Byrne e a 4 dall’ultima italiana con Castellitto, nuove puntate per In Treatment e nuova protagonista.

In Treatment è tornato in onda su Sky Atlantic dal 27 luglio con una quarta stagione inedita a 11 anni dall’ultima trasmessa negli USA e lo fa con una nuova protagonista: si tratta di Uzo Aduba, indimenticabile Suzanne in Orange is the New Black, che lascia i suoi ‘occhi pazzi’ per assumere il ruolo di una psicoterapeuta di Los Angeles alle prese con la pandemia e con le sedute a distanza, oltre che con nuovi pazienti.

La versione USA dell’originale israeliano  Be Tipul lascia quindi a casa il dott. Weston – interpretato per tre stagioni tra il 2008 e il 2011 da Gabriel Byrne – per affidare il nuovo incarico alla dottoressa Brooke Taylor, ovvero Uzo Aduba, Emmy® per il già citato Orange is The New Black e per il sorprendente Mrs. America. Il ritorno di In Treatment proprio in pandemia dà da pensare: le storie trattate in questa quarta stagione hanno evidentemente radici nel disagio causato nel mondo, e nelle vite di ciascuno di noi, dal Covid e registra anche gli inevitabili cambiamenti nella gestione dei pazienti e della professione. Tutto, o quasi, avviene online, così come la situazione pandemica ha finito per esasperare o determinare crolli e cambiamenti nelle vite dei protagonisti.

In Treatment 4, il cast

Insieme a Uzo Aduba, nel cast troviamo i suoi pazienti e un paio di personaggi di supporto. Partiamo dai pazienti, ovvero Eladio (Anthony Ramos), un infermiere che lavora a domicilio in una famiglia benestante; Colin (John Benjamin Hickey), un ex clochard diventato milionario rubando ai colletti bianchi ed ex galeotto, dall’atteggiamento ostile; Laila (Quintessa Swindell), un’adolescente diffidente che cerca di esprimere la propria identità. A loro si aggiungono Rita (Liza Colón-Zayas), confidente e amica di lunga data di Brooke a conoscenza dei suoi demoni e della sua perdita che le ha cambiato la vita, e Adam (Joel Kinnaman), fidanzato di lunga data di Brooke che torna nella sua vita, con t nella sua vita dopo anni di assenza creerà per lei ulteriori complicazioni.

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In Treatment, dove vederlo

La quarta stagione della versione USA di In Treatment va in onda dal 27 luglio alle 21.15 in prima visione su Sky Atlantic e in streaming su NOW, con 4 episodi a settimana. In tutto sono 24 le puntate realizzate per questa quarta stagione.

La recensione

Sorvolando sulla scelta del nome per la protagonista – quel Brooke Taylor che fa molto crasi delle due eterne rivali di Beautiful -, la quarta stagione di In Treatment ritrova la sua essenza migliore nelle storie dei pazienti più che nella figura del lead character. La scrittura a progressivo disvelamento dei personaggi e della protagonista sarà anche ormai consueta e ‘telefonata’ per la serie, ma riesce sempre a regalare qualche brivido. Non particolarmente innovativa neanche la dinamica tra paziente e terapeuta: diffidenza, accuse, scontro, opposizione, lotta per l’affermazione del sé sono le armi che i pazienti affilano contro la terapeuta, che assorbe fino a scoppiare lontano dalla sua poltrona.

Quel che salva, alla lunga, questa quarta stagione di In Treatment resta il formato: una mezz’ora ad alta intensità, come un allenamento brucia-grassi che dà soddisfazione e lascia la sensazione di voler continuare, che si costruisce soprattutto con la scrittura. L’interpretazione è condizionata dal doppiaggio: non ce ne vorranno i professionisti di quest’arte meravigliosa, ma soprattutto con Uzo Aduba le sfumature della sua interpretazione, con le mille variazioni della sua gestione della seduta, meriterebbe una visione in originale.

Più che Brooke, sembra essere la terapia ‘al femminile’ ad essere al centro: meno giochi di strategia mentale come nel dott. Weston di Gabriel Byrne o nel Giovanni Mari di Castellitto, e più spazio alle emozioni, al coinvolgimento, all’uscita – controllata – dal ruolo per ottenere i migliori risultati, per conquistare la fiducia della ‘controparte’. Stereotipo? Può essere. Di fatto una variazione che guarda a un altro tipo di narrazione.

La pandemia, però, resta sostanzialmente sullo sfondo: se non nel personaggio dell’infermiere a domicilio, costretto alle sedute a distanza, e se non nella scelta di ricevere in casa – anche questo un espediente per conoscere i vari aspetti della protagonista – perché il proprio studio è in un centro medico, e quindi ad alto rischio Covid, non sembra – almeno nella prima settimana di programmazione – che la pandemia abbia un ruolo centrale nei disturbi e nei bisogni dei pazienti. E come vuole la tradizione, chi sta messo peggio è proprio il terapeuta.

In Treatment resta un piacevole prodotto, un viaggio interessante, un titolo perfetto da binge-watching, ma qui la programmazione è quotidiana, old style diciamo. E forse è meglio così.