Il (vero) Re è Luca Zingaretti: il passaggio Raiuno-Sky diventa sfida riuscita per una storia teatrale e psicologica

Luca Zingaretti tiene il ritmo di una serie impostata più in maniera teatrale che televisiva, dimostrando grande coraggio nel passare da Raiuno a Sky

Il Re a cui si riferisce il titolo della nuova serie Sky, disponibile da oggi, venerdì 18 marzo 2022 (anche su Now), è ovviamente il protagonista Bruno Testori. Eppure, la serie trova un altro sovrano assoluto, che porta il nome di Luca Zingaretti: la sua prova d’attore, la prima post-Montalbano, è la conferma della bravura di uno tra i migliori interpreti italiani di questi anni.

Il Re, la recensione

A vedere in anteprima i primi sei episodi (su otto) della nuova serie diretta da Giuseppe Gagliardi -molto interessante anche la sua scelta di utilizzare lenti panoramiche per descrivere al meglio visivamente la location principale, il carcere di frontiera in cui è ambientata la storia- prevale la sensazione che no, questa serie senza Zingaretti non avrebbe avuto senso di esistere.

Vi sbagliate, però, se pensate che l’attore romano abbia attinto in questa nuova esperienza agli anni siciliani de Il Commissario Montalbano. Piuttosto, il Bruno Testori a cui dà vita ci porta in un ambiente più claustrofobico: non solo, ovviamente, la prigione, ma anche le gabbie dentro cui i protagonisti rinchiudono le proprie menti. E per rendere questo ambiente credibile e soprattutto intenso a livello drammaturgico, Zingaretti dà il là ad un’interpretazione più teatrale che televisiva, che viene poi seguita da tutto il resto del cast.

Quello che ne viene fuori è un prison drama interamente italiano (il primo, dice Sky, ma noi abbiamo dei dubbi: e Mare Fuori?) che non vince facile puntando il dito contro l’organizzazione delle carceri italiane e le condizioni di chi vi sta scontando una pena, ma alza l’asticella ad un livello che passa dal drama psicologico e va a toccare il crime noir.

Una cosa è certa: Il Re fa della semplicità della narrazione un punto di forza e non di debolezza. Gli elementi sono messi sul tavolo nei primi due episodi, e quelli restano, senza bisogno da parte degli sceneggiatori di mischiare continuamente le carte per tenere alta la tensione. Questo ci dice che la storia alla base del progetto è abbastanza forte da conoscere la sua direzione da subito, e scusate se è poco.

Nel suo azzardo di proporre una serie adulta, quasi interamente girata all’interno di un carcere, Il Re rilancia subito con la narrazione di una minaccia che, anche in questo caso, esce dai confini del prevedibile e va a sconfinare in argomenti poco seriali (abbiate pazienza se restiamo criptici, ma preferiamo non rovinarvi la sorpresa) ma estremamente attuali.

Tutto questo, potreste pensare, si poteva fare anche senza Zingaretti in testa. Forse sì, ma la sua presenza -anche dietro le quinte, in qualità di produttore associato con la sua Zocotoco– diventa una doppia garanzia: da una parte, quella di un professionista che di serie tv ne ha fatta tanta e sa come gestirne i tempi, dall’altra di un attore capace nella combo di saper attirare su Sky un pubblico di affezionat* alla scoperta di un nuovo modo di fare serialità italiana e di proporre loro qualcosa che mai si sarebbero aspettato. Un altro attore forte di decine di milioni di telespettatori sulla prima rete Rai sarebbe stato capace di accettare una sfida del genere? Noi qualche dubbio lo abbiamo. Per questo più che Testori, il vero Re è Zingaretti.