«Il nome della rosa» 40 anni dopo: il film che trasformò Eco in un mistero gotico internazionale
Il 24 settembre 1986 arrivava nelle sale statunitensi Il nome della rosa, il film diretto da Jean-Jacques Annaud dal romanzo pubblicato da Umberto Eco nel 1980: una pellicola che, 40 anni dopo, ancora sa stupirci.
Una scommessa tutt’altro che semplice: portare al cinema una storia di delitti, teologia e potere, chiusa tra le mura di un’abbazia benedettina del XIV secolo, e trasformare un caso letterario europeo in un thriller gotico capace di parlare al pubblico internazionale.
Dal romanzo di Eco al set di Annaud: una sfida piena di tagli e rischi
Quando Jean-Jacques Annaud accettò di dirigere Il nome della rosa, il nodo era chiaro fin dall’inizio: il libro di Umberto Eco non era solo un giallo medievale. Era un romanzo fitto, pieno di citazioni, dispute teologiche, latino, filosofia e riflessioni sul sapere. Al cinema bisognava scegliere. Tagliare, asciugare, rendere più lineare. Senza però svuotare troppo un’opera che, in pochi anni, era diventata un successo mondiale.
La sceneggiatura, firmata tra gli altri da Andrew Birkin, Gérard Brach, Howard Franklin e Alain Godard, si concentrò sulla parte più immediata: l’indagine del frate francescano Guglielmo da Baskerville e del giovane novizio Adso da Melk dopo una serie di morti misteriose in un monastero dell’Italia settentrionale. Il labirinto letterario costruito da Eco attorno alla biblioteca e al sapere proibito diventò così pietra, fango, neve, corridoi bui. Meno note a piè di pagina, più corpo e ombra.
Il film fu girato in parte negli studi di Cinecittà, dove venne ricostruita l’abbazia, e in esterni europei. La cura visiva resta ancora oggi uno dei suoi segni più forti. Annaud cercava facce scavate, ambienti duri, un Medioevo ruvido. Non una miniatura elegante, ma un luogo freddo, umido, quasi nemico. Un posto dove la fede convive con la paura e dove ogni libro può diventare una minaccia.
Connery e Slater nell’abbazia: la coppia che tiene in piedi il mistero
La scelta di Sean Connery per il ruolo di Guglielmo da Baskerville fu decisiva. E, all’inizio, non priva di perplessità. L’ex James Bond arrivava da una fase complicata della carriera, ma Annaud gli affidò il centro del film: un frate razionale, ironico, abituato a vedere ciò che gli altri non notano. Connery gli diede una calma asciutta, fatta di sguardi, pause, mezze frasi. Un uomo che pensa prima di parlare.
Accanto a lui c’era Christian Slater, giovanissimo, nel ruolo di Adso da Melk: la voce della memoria, ma anche gli occhi dello spettatore dentro l’abbazia. Il rapporto tra maestro e allievo regge gran parte del racconto. Guglielmo legge tracce, gesti, manoscritti; Adso osserva, si spaventa, desidera, sbaglia. È una coppia investigativa insolita, più vicina a Sherlock Holmes e Watson che al film storico tradizionale. Proprio per questo funzionò anche per chi non aveva attraversato le pagine più dense del romanzo.

Nel cast c’erano anche F. Murray Abraham, nei panni dell’inquisitore Bernardo Gui, e Ron Perlman, volto difficile da dimenticare del deforme Salvatore. Intorno a loro si muove un mondo chiuso: monaci, copisti, bibliotecari, figure laterali. Pochi spazi, molte tensioni. E una domanda che torna di scena in scena: chi controlla il sapere controlla anche la verità?
Delitti, fede e sapere: perché quel thriller medievale parlò a tutti
Il successo internazionale di Il nome della rosa nacque da un equilibrio raro. Il film era un thriller medievale, con cadaveri, indizi e false piste, ma anche una storia sulla censura, sul fanatismo e sulla paura del riso. Gli omicidi nell’abbazia portano avanti il racconto. Sotto, però, corre un conflitto più grande: quello tra conoscenza e autorità. Lo spettatore segue l’indagine, mentre il film lascia intravedere qualcosa di più profondo.
La biblioteca, costruita come un labirinto fisico e mentale, diventa il vero cuore della storia. Non è soltanto il luogo dei libri. È il luogo del potere. Alcuni testi vanno protetti, altri nascosti, altri ancora distrutti. Nel Medioevo immaginato da Eco e messo in immagini da Annaud, leggere non è mai un gesto innocente. Può salvare. Può condannare. Può perfino uccidere.
Il film parlò a un pubblico globale anche perché non trasformò la materia religiosa in una lezione. Le dispute tra francescani, benedettini e inquisitori restano sullo sfondo, ma si capiscono bene nella loro funzione drammatica: da una parte chi cerca prove e ragionamenti, dall’altra chi vede nell’eresia una minaccia da schiacciare. “Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito”, dice Guglielmo nel film. Una frase che tiene insieme il tono dell’opera: severo, cupo, ma mai chiuso del tutto.
L’eredità del 1986: assenze, curiosità e un mito che resiste
A quarant’anni dall’uscita americana, Il nome della rosa resta un caso particolare nella storia degli adattamenti letterari. Un film europeo con ambizione internazionale, tratto da un romanzo complesso, sostenuto da un cast riconoscibile e da un’immagine fortissima. Non fu una semplice illustrazione del libro di Umberto Eco. Molti lettori notarono tagli, assenze, passaggi compressi. Era inevitabile: il cinema chiedeva un’altra forma.
Attorno alla lavorazione, negli anni, si è formato anche un piccolo repertorio di curiosità. Tra le più citate c’è il rifiuto di Franco Franchi, che secondo ricostruzioni giornalistiche avrebbe detto no a un ruolo poi rimasto legato al mondo grottesco e deformato dell’abbazia. Un dettaglio che racconta bene la ricerca di volti non convenzionali, capaci di restituire un Medioevo irregolare, lontano dalla cartolina. Dopo le riprese, la memoria del film si è intrecciata anche con lutti e destini personali di alcuni interpreti, come spesso accade alle opere diventate di culto.
L’eredità più solida, però, è un’altra. Il nome della rosa ha fissato nell’immaginario popolare un’idea di Medioevo cupo e investigativo, attraversato più da paure intellettuali che da battaglie. Ha reso Umberto Eco riconoscibile anche fuori dalle librerie e dalle università, trasformando il suo romanzo in un mistero gotico internazionale. Ancora oggi, rivedendo Connery aggirarsi tra chiostri e manoscritti, si capisce perché quel film continui a funzionare: non spiega tutto, lascia zone d’ombra. Ed è lì che resiste buona parte della sua forza.