Halston, su Netflix la storia del celebre stilista mostra l’altro lato del successo

La vera storia di Roy Halston Frowick e del suo impero della moda arriva su Netflix: e c’è dietro lo zampino di Ryan Murphy…

Moda e serie tv tornano ancora una volta a braccetto. Questa volta, però, entrambe si mettono al servizio di una figura complessa e di un racconto di come il successo e la gloria non siano solo difficili da ottenere, ma anche da mantenere. E’ Halston, la nuova miniserie di Netflix disponibile dal 14 maggio 2021: cinque episodi tratti da “Simply Halston” di Steven Gaines ed adattato per la tv da Sharr White.

Il nome che spicca nei titolo di cosa è però un altro: Ryan Murphy. Il prolifico autore e regista, però, in questo caso è “solo” sceneggiatore e produttore esecutivo. Eppure, difficilmente qualcun altro avrebbe potuto ricreare il mondo di Halston. Un mondo in cui fama, popolarità ed eccesso si intrecciano creando qualcosa di unico.

La storia di Halston su Netflix

In modo molto lineare e senza particolari colpi di scena, la miniserie segue l’evoluzione della carriera e della vita di Roy Halston Frowick, qui interpretato da un carismatico e concentrato Ewan McGregor.

Nato in Indiana, fin da piccolo Roy si avvicina al mondo della moda, iniziando a confezionare cappelli per la madre. La prima svolta nella sua carriera giunge quando Jacqueline Kennedy indossa una delle sue creazioni durante il giuramento a Presidente degli Stati Uniti di suo marito. Da lì, il nome di Halston (come si faceva chiamare) cresce di popolarità.

Ma non basta: per continuare a cavalcare la cresta dell’onda, Halston deve diventare stilista di abiti. La sua visione è chiara, e per metterla in atto si fa affiancare da un gruppo di giovani artisti emergenti. Tra questi, la modella italiana e futura creatrice di gioielli Elsa Peretti (Rebecca Dayan) e l’illustratore Joe Eula (David Pittu).

Grazie ad alcune geniali intuizioni -tra cui gli abiti in ultrasuede- il nome di Halston finisce sulla bocca di tutti. E’ nata una star: la boutique sulla Madison Avenue di New York e la vicinanza a personaggi come Andy Warhol e Liza Minelli (Krysta Rodriguez, vera rivelazione della miniserie) rendono Halston una celebrità che, però, si deve spesso scontrare con le critiche di chi vede nei suoi lavori un talento mai pienamente valorizzato.

Una frustrazione, la sua, che si ripercuoterà negli anni successivi e nelle sue decisioni, a partire da quella di siglare un accordo con il business man David Mahoney (Bill Pullman) per iniziare a creare l’impero Halston. Se da una parte il suo nome finisce sulla bocca di tutti, dall’altra Halston si fa fagocitare da alcune mosse commerciali che lo porteranno sì a guadagnare sempre di più (ed a lavorare altrettanto, ritrovandosi schiavo della cocaina per poter reggere le pressioni), ma anche ad allontanarsi dal mondo dell’alta moda, accettando di lavorare su linee più accessibili a tutti. E’ così che Halston -racconta la miniserie- ha iniziato a perdere il controllo di quell’impero. Scoperto di essere malato, Halston decide di passare gli ultimi mesi di vita viaggiando, fino a morire a San Francisco nel 1990.

Halston, l’altro lato del successo

Halston
© Netflix

Halston racconta in maniera chiara, esplicita e dettagliata una parabola con al centro la sete di successo e la consapevolezza del proprio talento. Murphy, aiutato tra gli altri da Ian Brennan, con cui ha firmato i suoi numerosi successi, lavora ad una serie che porta la sua firma soprattutto nella resa scenica.

Sontuose scene -tra sfilate e party nel mitico Studio 54, il locale che Halston amava frequentare- cura maniacale nei costumi (e non potrebbe essere altrimenti: il marchio Halston, esistente tutt’oggi, ha deciso di celebrare la miniserie con una capsule collection ad hoc) e location da grande evento. Ma in Halston prevale la necessità di voler raccontare una storia che va oltre tutto questo.

Halston
© Netflix

I cinque episodi ci mostrano il famigerato doppio lato della medaglia: da una parte i benefici derivanti dal successo, dall’altra i sacrifici necessari ed i tormenti personali affinché quel successo resti saldamente nelle proprie mani. Il protagonista della miniserie dimostra che non sempre si riesce a preservare il talento ed ad ottenere ciò che si merita: Halston diventa una nitida rappresentazione dell’ipocrisia di un sistema che vuole valorizzare il talento ed al tempo stesso mercificarlo oltre ogni misura, che punta sì a valorizzare il meglio, ma sempre secondo le proprie condizioni.

Halston si è così ritrovato a vendere il proprio nome quasi senza rendersene conto: con esso, però, ha anche smarrito quel talento con cui si era fatto conoscere e con cui aveva rivoluzionato la moda femminile negli anni Settanta. Solo verso il finale, quando capisce veramente che il successo non si misura con contratti milionari ed il proprio nome stampato su prodotti di ogni tipo, Halston ritrova il genio con cui era cresciuto, regalando al pubblico un’ultima grande emozione.

Halston, non il solito biopic

Halston
© Netflix

La scelta di dedicare ad Halston solo cinque episodi permette di arrivare dritti al punto senza annacquare troppo una vita che, di per sé, si è concentrata sempre sul lavoro: del privato di Halson seguiamo sì le vicende sentimentali, messe però sempre in secondo piano.

Anche per questo, la miniserie di Netflix si distingue per ritmo ed intenti, prediligendo mostrare il lato pubblico del protagonista ed entrando con più delicatezza in quello privato, lasciando però in quel caso McGregor quasi sempre da solo, alle prese con scene in cui il malessere ed il disagio sembrano più essere provocati consapevolmente da se stessi che da altri.

Costantemente in bilico tra la volontà di essere un artista e la fame di gloria, Halston si contrappone ai numerosi biopic in cui si cerca di trasmettere al pubblico un messaggio positivo e motivazionale, preferendo non indorare la pillola e portando rispetto allo stilista capace di costruire un impero a partire da un cappellino.