Giuseppe Brindisi: “Sono orgogliosamente filo-draghiano. Zona Bianca missione difficile, ma entusiasmante”

Giuseppe Brindisi: “Sono filo-draghiano per le cose fatte, non per ideologia. Zona Bianca missione difficile, ma il bilancio è buono”

Mai uno stop, mai una pausa. Zona Bianca è in onda dal 7 aprile scorso ogni mercoledì, senza interruzioni. Una vera e propria maratona che Giuseppe Brindisi affianca alla quotidiana conduzione del Tg4. “Siamo arrivati a trenta puntate e non me ne sono nemmeno accorto  – dice il giornalista a TvBlog – siamo partiti in un periodo in cui la stagione era praticamente finita per volontà del direttore dell’informazione Crippa che ha voluto proporre questa nuova trasmissione”.

Subentrato allo speciale di Stasera Italia, il talk è stato concepito in pochissimi giorni: “Siria Magri ci ha messo la testa. Abbiamo attinto dalle risorse degli altri programmi, come una giovane squadra di calcio costruita con i prestiti delle grandi. Anche lo studio, lo stesso di Mattino 5, è stato messo su in poche ore. Da questo punto di vista è stato tutto molto figo, divertente, appassionante”.

Quest’estate non vi siete fermati. Una strategia per rafforzare il brand.

E’ stata una decisione intelligente, abbiamo fidelizzato il pubblico. Noi eravamo accesi mentre gli altri erano spenti. Era un programma nuovo, con una faccia nuova in prima serata. Abbiamo riempito un vuoto, non senza sacrifici. La gente ha imparato a riconoscere il marchio, nel bene e nel male. E’ stata una scelta lungimirante e ringrazio Marco Ferrante. La macchina produttiva è stata sottoposta a uno sforzo non previsto, abbiamo interrotto le vacanze, ma è servito.

Soddisfatti per i risultati raggiunti fino a qui?

Il bilancio è buono, è in linea con le richieste dell’azienda, che ci chiedeva il 4%. Siamo al 3,99. Zona Bianca ha sei mesi di vita e va contro delle corazzate in un giorno difficile. C’è Giletti, in onda da cinque stagioni, c’è il calcio che toglie circa il 15-20%. Poi c’è Federica Sciarelli, che fa corsa a sé. Lei è brava e il marchio è fortissimo. Il 10% lo porta comunque a casa. In ogni caso, ci sono i margini per migliorare.

Se non avesse trovato tutte le altre serate occupate, quale giorno avrebbe scelto?

Per me questa è una sfida entusiasmante e quando ho saputo che Non è l’Arena si sarebbe spostato al mercoledì non mi sono spaventato. E’ una missione difficile, ma nella mia carriera non ho mai avuto nulla di semplice, quindi non mi sono posto il problema. Quando ho ricevuto la chiamata di Crippa ero talmente contento che sarei potuto andare in onda pure a Capodanno o a Natale.

Dalla domenica al giovedì, da Controcorrente a Dritto e rovescio, passando per Fuori dal coro e, per l’appunto, Zona Bianca. Non si corre il rischio di un’intossicazione da talk?

 Il trucco è diversificare in qualche modo l’offerta, proponendo un prodotto con aspetto e forma differenti. L’effetto del ‘giorno della marmotta’ può esserci, tuttavia la soluzione è quella di garantire qualcosa di diverso ogni volta a seconda delle sensibilità dei vari conduttori, che non sono tutte uguali. Il talk è un format che funziona, ha bisogno soltanto di individuare delle varianti. Nonostante l’inflazione di prodotti che possono sembrare identici, credo che il segreto sia trovare delle peculiarità, delle formule che ti caratterizzino.

C’è poi il problema degli ospiti. Spesso ci si imbatte nelle stesse facce.

Vero, la criticità sta nella sensazione della compagnia di giro. La scommessa più grande è individuare persone che caratterizzino la trasmissione. Noi proviamo ad evitare certi cortocircuiti.

Il programma si chiama Zona Bianca ed è nato in piena emergenza covid. Potrebbe continuare a vivere al di fuori di questo contesto particolare?

Il titolo è stato un’idea di Siria (Magri, ndr). La Zona Bianca era intesa come terra promessa. Sì, ci siamo posti il problema del dopo covid. La mia speranza è che si resti in zona bianca perché vorrebbe dire che la pandemia non c’è più. Dopo questa terribile esperienza, la zona bianca sarà per noi il posto sicuro, dove si sta bene. Nelle intenzioni doveva essere il luogo dove poter dire qualsiasi cosa, senza censure. Da questo punto di vista siamo svincolati dal coronavirus. Zona Bianca vuole essere un talk di libertà di azione e di espressione.

Soffre l’assenza del pubblico in studio?

Il programma è stato concepito senza pubblico perché all’epoca c’erano le limitazioni, ma ho sempre condotto trasmissioni senza gente in studio. L’unica eccezione fu Verissimo. Per me non è un problema, anche se l’ipotesi mi stuzzica. Non escludo che possa accadere, mi piacerebbe.

Dei cinque talk, Zona Bianca viene ritenuto il più filo-draghiano.

Sono orgogliosamente filo-draghiano. Se non ci fosse stato Draghi non so cosa sarebbe accaduto. L’Italia ha avuto un cambio di marcia notevole e sta godendo di un prestigio che non aveva da tempo. Si può dire di Draghi qualsiasi cosa, ma è rispettato in Europa e nel mondo. Di meglio non potevamo avere. Sono filo-draghiano per le cose fatte, non per ideologia. Condivido in pieno le scelte del governo, che ha dato una svolta ad una campagna vaccinale claudicante e rimesso in moto l’economia.

Sposa pure la linea del green pass?

Sono per i vaccini e per il green pass, che è una scelta fatta per evitare l’obbligo spingendo al contempo gli italiani alle somministrazioni. Visti i risultati, checché ne dicano i detrattori, si può dire che ha funzionato. L’obiettivo è quasi raggiunto. Mi imbestialisco quando sento parlare di dittatura. Non bestemmiamo. Certe persone le manderei una settimanella in Corea del nord o in Afghanistan. Non parlo solo dei leoni da tastiera, ma anche dei cattivi maestri, compresi certi opinionisti, che cavalcano questa onda parlando di libertà perdute dalle loro case al mare e lautamente pagati dal cosiddetto ‘mainstream’ che dicono di combattere. Tutta questa gente deve ringraziare l’86% degli italiani vaccinati se può permettersi oggi una vita ‘normale’. Se non fosse per noi starebbero ancora a cantare sui balconi o a ingrassare con le pizze fatte in casa.

La sua è anche la posizione di Mediaset?

Credo di sì e credo che sia la posizione del suo fondatore. Mediaset è un’azienda che guarda al futuro e che vuole continuare ad offrire i suoi prodotti. E’ un’azienda che ha sofferto, che continua a fare sacrifici, che si preoccupa della salute dei suoi dipendenti. Questo non significa che non si debba dare spazio a tutte le posizioni, siamo una realtà polifonica.

 I no vax però continua a invitarli.

Io non voglio censurare le opinioni. Finché esiste un fenomeno, finché riempiono le piazze, è giusto invitarli. Sarebbe censura non farli parlare, con tutti i pericoli che questo comporterebbe. È un dovere far sentire l’altra voce. Ma se uno viene a casa mia a raccontare quelle che secondo me sono cavolate, come la storia sull’ivermectina, io lo contrasto.

A casa arriva la percezione di un conflitto perenne, di un incendio sempre pronto a innescarsi. 

Il talk è fatto per sentire opinioni diverse, per generare dibattito. E’ normale che sia divisivo. Se c’è agitazione ha raggiunto il suo scopo. Ma tieni conto di un fattore: il covid verrà studiato in futuro come l’elemento che è riuscito a dividere partiti, alleanze politiche, famiglie e amici. E’ un argomento che spacca, nel vero senso della parola. Personalmente, vorrei che si discutesse di lavoro, di aziende che chiudono, di giovani e del loro futuro. Si stanno perdendo di vista i temi più importanti perché ci stiamo scannando sul green pass.

Nel 2019 ha mollato Stasera Italia ed è approdato al Tg4. Dopo quasi due anni come giudica l’esperienza?

Mediaset voleva rilanciare il telegiornale e decise che il mio posto era lì. Colsi l’opportunità e ne sono orgoglioso. Il Tg4 è diverso da tutti gli altri, il direttore Andrea Pucci ha trovato una formula diversa che lo rende un unicum nel suo genere. Partivamo dal 2%, siamo arrivati al 4-5 in un orario difficile e in una rete che in quella fascia deve ancora accendersi.

Sbaglio a definirlo un tg di commento?

No. E’ un telegiornale di commento con una linea di politica chiara. C’è un opinionista di bandiera e giornalmente si aggiunge un altro personaggio, dal politico al sindacalista, al manifestante. Via via ci siamo allungati, arrivando fino alle 19.50. E’ praticamente un talk e per me è stato una palestra in vista di Zona Bianca.