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Didi Leoni: “Lasciai perché ero stanca di dare cattive notizie. Potrei tornare in tv, ma non al tg”

Intervista a Didi Leoni, storico volto del Tg5: “Per la gente ero diventata quella che comunicava le disgrazie. Due anni fa ho fondato una società di produzione cinematografica. Non escludo il ritorno, ma di sicuro non al telegiornale”

pubblicato 12 Novembre 2023 aggiornato 19 Novembre 2023 09:00

Dina all’anagrafe, ma per tutti Didi. “Da piccola mi chiamavano Didina e da lì è arrivato il diminutivo, che è rimasto il mio nome d’arte”, racconta Didi Leoni a TvBlog. Storico volto del Tg5, la giornalista torinese vide nascere il notiziario di Canale 5, dove rimase ininterrottamente fino al 2011. Poi lo stop, definitivo, con la volontà di voltare pagina e cercare nuovi stimoli altrove.

Il presente della Leoni è nella Sarabi Productions, società di produzione cinematografica fondata due anni fa. “Sarabi era la madre del Re Leone e in lingua swahili vuol dire miraggio”, spiega. “All’attivo abbiamo un corto, Soror, diretto da Gabriele Lazzaro, che per noi firmerà anche la regia de ‘La donna delle rose’, un altro corto contro la violenza sulle donne tratto da una storia vera . Inoltre abbiamo realizzato il lungometraggio Timor, finché c’è morte c’è speranza, in co-produzione con la Blooming Flowers per la regia di Valerio Di Lorenzo. E’ stato preselezionato per il Festival di Berlino e alla fine dell’anno sapremo se entrerà in concorso. Sono molto orgogliosa di questo nuovo percorso”.

Laureata in semiologia con una tesi sui meccanismi di autocensura nella comunicazione pubblicitaria, Didi ha mosso i primi passi lavorando proprio nella pubblicità, sia davanti che dietro le quinte: “Sono stata da entrambe le parti della barricata. Sono apparsa negli spot della Lines, della Ferrero, in altri dedicati ai prodotti di bellezza. A volte è capitato che si vedessero solo parti del mio corpo, come le labbra o le mani”.

In Fininvest ci entrò nel 1985, prima come addetta stampa e, in seguito, come redattrice di Nonsolomoda. “L’esordio come conduttrice è invece avvenuto in Rai, dove ho cominciato con programmi d’intrattenimento come Porto Matto, Il sabato dello Zecchino e Big! News”.

Rientrò nel 1992 e la grande occasione si presentò con la fondazione del Tg5.

Il contratto mi venne firmato il primo gennaio 1992 e il 13 eravamo già in onda. Quando arrivai non c’erano neanche le scrivanie in redazione. Fu un’esperienza unica, irripetibile. Fondare un telegiornale ex novo non capita tutti i giorni. Il tg rappresentò il mio passaggio dall’intrattenimento all’informazione. Per me era un’opportunità d’oro per fare il praticantato e diventare giornalista professionista. Di esami ne avevo dati molti, mi mancava giusto quello.

Poco tempo prima aveva condotto il tg di Rete A, diretto da Emilio Fede.

Esatto. Mi segnalò a Emilio Fede Mariolina Cannuli, con cui sono ancora amica. Avevo svolto con lei il corso di dizione alla Fininvest. Ricordo che era un martedì grasso, a Carnevale, e mi sentii chiamare dalla segreteria di Fede. Pensai ad uno scherzo. Fu un’esperienza breve, ma comunque formativa.

E al Tg5 come ci arrivò?

In azienda mi conoscevano, dal momento che avevo lavorato alla Fininvest Comunicazioni. Il mio capo era stato Fedele Confalonieri, una persona a cui devo molto. A lui mi lega un grande affetto. Come addetto stampa mi ero occupata di tutte le realtà del gruppo, pure di quelle che non avevano a che fare col settore televisivo. Quando mi proposero di entrare a fare il praticantato, all’epoca difficilissimo da ottenere, accettai. E’ stato quello il motivo per cui mollai l’intrattenimento. Mi sono sempre domandata come sarebbe andata la mia carriera se avessi proseguito su quella strada. Ma non ho rimpianti, né rimorsi. Sono felice di quello che ho fatto.

Al Tg5 ha lavorato con tutti e tre i direttori. Partiamo da Enrico Mentana.

Enrico è una persona vulcanica. Quando partimmo c’era entusiasmo, sapevamo di realizzare qualcosa di totalmente inedito. Fummo da subito capaci di mettere in difficoltà una corazzata come la Rai; ci considerammo dei piccoli guastatori che riuscirono a cambiare le regole del gioco. Mentana non ha un carattere facile, però apprezza e riconosce la preparazione e la professionalità. Ama le persone e le donne che sanno tenergli testa e lui a volte vuole provocare delle reazioni. Bisogna avere il coraggio di sostenere le proprie posizioni ed io mi sono sempre trovata nella condizione di poter esprimere il mio punto di vista e farmi rispettare. E’ una regola da applicare sempre. Sa cosa rispondo ai giovani che mi chiedono dei consigli?

Dica.

Che la preparazione è importantissima, ma lo è anche il coraggio nel farsi valere. Se non hai la percezione del tuo valore, non puoi pensare che siano gli altri a riconoscertelo. E’ importante mantenere il punto, senza essere aggressivi. Occorre essere pacati, ma fermi.

Sempre riguardo a Mentana, si racconta che vi vietò l’utilizzo del gobbo elettronico.

Confermo. Non averlo fu una scelta di Enrico che apprezzai molto. Sul fronte tecnico ne eravamo muniti, tuttavia non lo utilizzavamo. Le poche volte che lo usammo lo trovai scomodissimo. E’ raro che la scaletta di un telegiornale venga seguita fedelmente, perché succedono sempre mille cose. Un argomento può essere anticipato, un pezzo può non essere pronto. Se hai il gobbo davanti e devi dare una notizia che non si riferisce a ciò che c’è scritto, diventa fuorviante. A differenza di altri posti, dove i testi venivano preparati da altri, noi al Tg5 ce li scrivevamo da soli e rispondevamo direttamente a Mentana dei contenuti. Se sei tu a scrivere un testo, sai di cosa stai parlando e non hai bisogno di leggere. Senza dimenticare che ero brava a parlare e ad allungarmi quando i servizi non partivano. Venti secondi di attesa nella vita non sono nulla, ma al tg sono qualcosa di infinito. Devi saper intrattenere.

Nel 2004 arrivò Carlo Rossella.

Carlo è una persona deliziosa, sono stati anni bellissimi. Aveva tutt’altro modo di dirigere il tg. E’ un uomo di grande humour, apprezza le buone maniere e l’eleganza. Con lui c’è stata grande sintonia e mi sono sentita valorizzata.

Infine è stato il turno di Clemente Mimun, tutt’ora in carica.

Clemente era vice di Mentana all’inizio dell’avventura del Tg5 e lo ritrovai in veste di direttore. Quelli sotto la sua gestione furono anni un po’ complicati a livello personale. Mia madre ebbe problemi di salute, presi un anno di aspettativa, poi mi trasferii a New York come corrispondente speciale. Era un’esperienza che volevo fare, dietro c’era anche un risvolto privato, dato che ero fidanzata con un newyorkese. Le cose non andarono come previsto. Quel rapporto era una gabbia dorata e le leonesse nelle gabbie, seppur dorate, non ci possono stare. In ogni caso, sono stati anni bellissimi. New York è la mia città preferita. Ho trovato vivacità intellettuale e amore per il made in Italy. Mi dicono che la situazione sia mutata in peggio dopo la pandemia, purtroppo.

Mimun pose fine alla doppia conduzione.

Da un lato la conduzione singola ti dà maggiore agio. Ti puoi gestire gli spazi come vuoi. Credo che nella tv ci siano corsi e ricorsi, dunque non mi stupirei se si tornasse in futuro alla presenza doppia, magari con degli avatar guidati dall’intelligenza artificiale (ride, ndr).

Cesara Buonamici ed Emilio Carelli, lei e Fabrizio Summonte. Negli anni novanta e duemila la formula a due contribuì a rendervi delle coppie iconiche.

Era una bella trovata, consentiva di variare un po’. Tra noi c’era sintonia, in particolare con Fabrizio, ma anche con Giuseppe Brindisi. Mi sono sempre trovata a mio agio, non sono una prevaricatrice e non sono aggressiva. Bisogna avere rispetto dei propri spazi e di quelli altrui. Ho sempre avuto grande tranquillità e gli spettatori queste qualità le notano.

Nel 2011 la decisione di lasciare. Perché disse “basta”?

Al rientro a Roma si verificò un episodio che mi fece riflettere. In un locale un ragazzo mi riconobbe ed esclamò: ‘Ma lei è Didi Leoni! Come dice le tragedie lei…’. Voleva essere un complimento, però mi resi conto che per la gente ero quella che comunicava le disgrazie. Sul momento sorrisi, ma mi posi delle domande. Davvero volevo passare la mia vita a leggere le tragedie? La mia risposta fu secca: ‘no, grazie’. Di tutte le cose che avrebbe potuto dirmi, quel ragazzo aveva evidenziato il cuore del mio lavoro. Le notizie sono per definizione brutte: guerre, crimini, disastri, lutti.

In tal senso, ricorda una notizia che la turbò particolarmente?

Rimasi segnata dalla morte di Daniel Pearl, il giornalista statunitense del Wall Street Journal che fu rapito e decapitato. Ci arrivò il video dell’esecuzione, io non volevo che andasse in onda. Ci fu una riunione di redazione terribile. Alla fine si decise di trasmetterlo e di stopparlo un istante prima. In questa fase storica si sta rivivendo quell’orrore e, da un punto di vista egoistico, sono contenta di non essere più in redazione. Pensavo sempre di aver visto tutto, poi arrivava qualcosa di peggiore. Non ce la facevo più. Ho voluto preservare l’umanità che c’è in me.

Immagini di poter scegliere il titolo di questo articolo. “Ho lasciato perché ero stanca di dare cattive notizie” potrebbe centrare il punto?

Sì. Preferisco dare le notizie belle, quelle negative ti rimangono appiccicate addosso. Ai tempi dello tsunami nel sud-est asiatico del 2004 ero quotidianamente in onda con Fabrizio Summonte e ci arrivavano in continuazione i bollettini delle vittime. Fu pesante, ma è solo uno dei tantissimi episodi che potrei citare. Di quell’aspetto lì non ho alcuna nostalgia. Non a caso, successivamente al tg decisi di occuparmi progetti positivi.

Tipo?

Sul canale Leonardo presentai Piano Nobile, un viaggio nella storia delle grandi famiglie nobili italiane, raccontate attraverso le loro dimore. Tirai fuori il lato più umano ed empatico, che non puoi mettere in mostra in un tg, dove devi mantenere assoluto distacco, senza fornire opinioni. Mi piacerebbe rituffarmi nell’intrattenimento.

Non è mai troppo tardi.

Ritengo che non lo sia mai. E’ vero che viviamo in un mondo molto giovanilistico, ma se ci fai caso le vecchie glorie sono ancora tutte lì che lavorano. Mi farebbe molto piacere rientrare, penso che potrei essere adatta, ho una verve insospettata.

Parteciperebbe ad un reality?

Non ho niente in contrario, ma non mi piace il genere, non mi appartiene. Ci sono trasmissioni che avevano senso vent’anni fa e che oggi si basano solamente sulle peggiori forme di trash e voyeurismo. Differente è il discorso dei talent. Anni fa me ne proposero uno che poi non vide la luce. Per il resto, ad un ‘Ballando con le Stelle’ potrei dire sì.

Dalla presenza quotidiana in tv alla sparizione totale dai radar. Cosa si prova nel passare da un estremo all’altro?

Ritengo che esistano i cicli della vita, sia in campo privato che professionale. Per me si era concluso un ciclo e avevo voglia di mettermi in gioco su tanti altri fronti. Ho sviluppato idee, ho collaborato a sceneggiature. La visibilità non mi manca perché ho potenziato la mia parte creativa. Il telegiornale non ti consente di esserlo, tutto viaggia su binari prestabiliti. Al contrario, ho fatto emergere una vena che per anni ho lasciato in disparte. Per me è fondamentale occuparmi di ciò che amo, come il cinema e l’arte. Mi permettono di rimanere giovane di testa.

Eppure c’è chi senza riflettori non sa stare.

Dipende dalle personalità. La mia struttura è solida, la mia vita non si è mai limitata a quel quadratino luminoso. Mi stupisco sempre delle persone che dopo tanto tempo mi riconoscono. Vuol dire che sono stata una presenza di un certo peso. Ma a volte è meglio lasciare quando sei al massimo. Adesso sto vivendo una seconda stagione di grande entusiasmo creativo. Non escludo il ritorno, ma di sicuro non al telegiornale.