Daniele Pecci: “In Cuori, sarò Cesare Corvaia. Ci siamo calati tutti in un’epoca completamente distante dalla nostra” (Video)

A TvBlog, Daniele Pecci ha così motivato il suo distacco dalla tv: “Spesso, alcune figure “esterne” hanno reso il lavoro insopportabile”.

A partire da questa sera, avrà inizio Cuori, la nuova serie di Rai 1, diretta da Riccardo Donna, con Daniele Pecci, Pilar Fogliati e Matteo Martari.

A margine della conferenza stampa di presentazione, TvBlog ha intervistato Daniele Pecci, che ritorna sul piccolo schermo con il ruolo di Cesare Corvara, fondatore del primo reparto italiano interamente dedicato alla cardiochirurgia, con l’obiettivo di diventare il primo al mondo ad eseguire un trapianto di cuore.

Daniele Pecci: le dichiarazioni

In Cuori, lei interpreta Cesare Corvara. Cosa ci può dire di questo personaggio?

È un personaggio ispirato alla figura di Mario Achille Dogliotti, grandissimo scienziato e cardiochirurgo nel 1967, negli anni del dopoguerra, fino ai primi degli anni ’70. È stato un grandissimo luminare, l’uomo che, con la sua équipe, stava per raggiungere il traguardo del primo trapianto di cuore al mondo.

Com’è stata la preparazione a questo ruolo?

È stata una preparazione che ci ha riguardato tutti molto da vicino, per calarci in un’epoca molto distante dalla nostra, dalla ricostruzione storica dell’ospedale all’utilizzazione degli strumenti operatori e delle macchine. Abbiamo avuto la consulenza del chirurgo Actis Dato che è stato con noi tantissimo tempo e che ci ha fatto delle vere e proprie lezioni di chirurgia, spiegandoci esattamente che cos’è il trapianto, come funziona, che cosa bisogna fare e poi, in modo più specifico, come bisogna muoversi all’interno di una sala operatoria, da come si sta in piedi a come si tiene il bisturi in mano, come si mettono i punti e tutto il resto.

Cuori è una serie che mescola tanti generi, il medical drama, è una serie ambientata in un’altra epoca, c’è una storia sentimentale… Il pubblico come potrebbe accogliere questa serie?

Credo che il pubblico potrà accoglierla come si accoglie, senza paragoni troppo impegnativi, un romanzo storico su uno sfondo di una realtà di cronaca reale e di storia recente, un intreccio di rapporti umani, non soltanto affettivi, ma anche di amicizia, relazioni, genitori e figli, e rapporti professionali, un intreccio molto interessante, su uno sfondo realistico e storico che può anche informare il pubblico. Ma credo che il pubblico si appassionerà soprattutto a quello che noi generalmente chiamiamo melò.

Avete lavorato a questa serie in pieno periodo COVID-19. Com’è stato lavorare in condizioni particolari?

Mi sono sentito molto fortunato, prima di tutto, perché il 99% dei miei colleghi era a casa, senza lavoro e con la preoccupazione di sapere cosa ne sarebbe stato di tutti quanti noi. Era proprio il periodo del lockdown, siamo stati molto attenti, la produzione è stata molto seria e anche tutti quelli che hanno lavorato sul set, dal punto di vista degli attori, delle maestranze e della produzione, sono stati molto responsabili.

Per quanto riguarda la tv, lei ha fatto pochi lavori negli ultimi anni. È stata una scelta?

Avevo deciso di non farla più, circa 5 anni fa, o comunque di fermarmi per un po’, sì.

I motivi?

Perché le serie della tv generalista possono deprimere la ragione. E non solo di chi le guarda, ma anche di le fa. E questo, purtroppo, dipende non solo dalle regole, per esempio, del dover “piacere a tutti”, eccetera, ma molto spesso dall’intromissione di tante figure “esterne al lavoro artistico”, che possono rendere il lavorare in una fiction insopportabile. E poi, forse, la ragione principale: sono e rimango un attore teatrale, amante per giunta di un teatro “classico” dove la scrittura è altissima, ricca, potente, originale. Ogni tanto ho bisogno di far passare dentro di me qualcosa di grande e meraviglioso. Anzi, spesso.