CLAUDIO RINALDI, CHE NON C’E’ PIU’, NON AMAVA LA TV
Lo spettacolo è intenso. Claudio Rinaldi, il direttore di “Europeo“, “Panorama“, “L’Espresso“, non c’è più e lo spettacolo del giorno dopo non somiglia a quelli di tanti seriali funerali. La notizia è stata data dai giornali e dalle tv. La stampa, specie quella della ditta editrice dove Claudio lavorava- Repubblica & Espresso-, gli ha dedicato
Lo spettacolo è intenso. Claudio Rinaldi, il direttore di “Europeo“, “Panorama“, “L’Espresso“, non c’è più e lo spettacolo del giorno dopo non somiglia a quelli di tanti seriali funerali.
La notizia è stata data dai giornali e dalle tv. La stampa, specie quella della ditta editrice dove Claudio lavorava- Repubblica & Espresso-, gli ha dedicato ricordi e commenti a ciglia asciutte. Firme famose si sono mobilitate con misura. I morti condizionano i vivi anche così. I necrologi sono stati numerosi e, a scorrerli, si sono notati più estimatori e amici che formali istituzioni o personalità. Anche in questo caso un morto di classe ha condizionato i vivi che spesso di classe non sono e non saranno mai. Al funerale è andata una piccola folla di affezionati e di commossi. Giampiero Mughini ha pianto, dicono i bene informati. C’erano tanti bei nomi. Dagospia ha pubblicato un collage di facce più o meno importanti e in mezzo ad esse c’era il volto emaciato e sorridente di Claudio. Io vado poco ai funerali, mi turbano. In questo caso ero fuori Roma. Forse ci sarei andato. Non ho voluto neanche dettare un necrologio. Non volevo mettere in vetrina il mio lutto.
Dagospia ha pubblicato anche una bella, bellissima lettera di Barbara Palombelli. Aveva lavorato all'”Europeo” diretto da Rinaldi e dichiara il suo affetto e la sua incancellabile amicizia. E’ stata questa lettera a farmi venire la voglia di scrivere.
Sono entrato all'”Europeo” come opinionista nel campo dello spettacolo e della cultura, chiamato da Gigi Melega, dopo che ero uscito dal “Tempo Illustrato” diretto da Gregoiretti e Jannuzzi, dove peraltro mi ero trovato molto bene. Ma il prestigioso settimanale fatto dai transfughi dell’ “Espresso” era in difficoltà e volli risparmiare ai direttori e ai colleghi un problema in più.
Dopo Melega, che andò via, continuai sotto le direzioni di Giovanni Valentini, Lamberto Sechi, Mario Pirani, Rinaldi, e poi Salvatore Giannella, di nuovo Lamberto Sechi, Lanfranco Vaccari, l’ultimo della serie per quanto mi riguarda. Quindici anni di scritture varie, nei miei campi d’interesse,ivi inclusa la tv.
Ho un ricordo bello di quel lungo periodo, e vissi male la crisi che portò alla chiusura del grande settimanale. In particolare, mi è piaciuto lavorare con Rinaldi che faceva il suo mestiere con serietà e giocava accanite partite a carte con Pasquale Nonno. Nelle riunioni, Mughini era tra i più vivaci e polemici (in senso costruttivo). Mi ero divertito anche con Sechi che considero uno dei miei maestri, insieme a Giovanni Spadolini, Raniero La Valle e Alfredo Reichle, un laico, un cattolico, un comunista.
Evidentemente il mio contributo piaceva a Claudio che, parlando poco, i suoi silenzi erano preziosi assensi. Quando scrivevo di tv era ancora più silenzioso rispetto a quando scrivevo di teatro o di cinema, o intervistavo scrittori o intellettuali. Mi fece capire che la tv la vedeva senza continuità, per necessaria informazione, ma non la seguiva, non gli piaceva. Lui non era come quei direttori che annaspano di ingordigia verso la tv, nella convinzione di parlare al grande pubblico e di conquistare lettori. Aveva capito che chi comprava l'”Europeo” o i grandi settimanali non amava il piccolo schermo e i suoi eroi, e non lo amava neppure lui.
La sua passione era la politica. Era stato in Lotta Continua e non gli piaceva il Psi di Craxi. Diceva quando in redazione qualcuno gliene parlava: ” Per favore, mi vuoi dare una coltellata?”.
Poi, Claudio si ammalò, andò a dirigere “Panorama”. Del suo male, sclerosi multipla, non ne parlava, e nessuno per amicizia e rispetto osava chiedere. Si sapeva che stava curandosi, ma che era dura. Paolo Pietroni, che stava lanciando “Max” (che era ben diverso da quello dei calendari e aveva ambizioni da “New Yorker”), mi chiese di intervistarlo. Non fu facile contattarlo, sfuggiva. Gli mandai un telegramma. L’idea evidentemente lo sorprese e ricevetti una sua telefonata. Ci incontrammo. Parlammo di tante cose. Anche della sua non amata- Claudio era incapace di odiare- televisione. La trovava fasulla, noiosa, presuntuosa. Ma io uso parole pesanti, lui era più leggero ma ugualmente preciso e severo.
Finita l’intervista, ci salutammo sulla porta del suo ufficio. Notai che si era infilato le dita nel colletto della camicia nel corso dell’incontro e lo stava facendo anche nel momento del congedo. Accennammo un abbraccio. Poi,vedendo che l’osservavo con occhi sgranati, mi disse che si sentiva stringere dovunque dalla sua malattia e che le dita gli tremavano, finendo fra i tasti della macchina da scrivere. Mi commossi, non seppi dirgli altro e me ne andai.
Ecco, questo è il ricordo di Claudio che poi rividi saltuariamente, con poche telefonate seminate negli anni.
Leggevo i suoi articoli. E mi sembrò di notare che, col tempo, e forse- non so- con l’avanzare della malattia i suoi ragionamenti sempre lucidi si arricchivano di sferzante ironia. Non era più direttore. Era una penna tagliente e riflessiva. Le emozioni se le teneva per sè e le restituiva con il garbo spietato dell’onesto.
E forse era proprio questo garbo dell’onesto che lo portava a non amare la tv e a starne lontano.
Non ricordo di averlo mai visto in onda sul piccolo schermo e magari invece c’è andato. Non so. Ma sono sicuro che è andato poche, pochissime volte.
Il garbo dell’onesto è più inesorabile e significativo di un telecomando. Ma la tv non si spegne, Claudio si è spento e lo saluto. Peccato. Imparerò a essere io stesso un telecomando intelligente che usare l’attrezzo?
Ci proverò, ciao Claudio. Hai il nome di uno dei miei figli. E’ un caso, ma…
ITALO MOSCATI