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Che ci faccio qui, intervista a Domenico Iannacone: “La tv deve essere un reagente morale, non dobbiamo esserne succubi. Il futuro? Vorrei parlare di gioventù”

Domenico Iannacone si racconta a Tvblog prima della messa in onda di Che ci faccio qui, programma di punta di Rai3.

pubblicato 20 Maggio 2025 aggiornato 13 Giugno 2025 09:26

Domenico Iannacone torna tv con Che ci faccio qui, in onda dal 20 maggio in prima serata su Rai 3. Un viaggio che esplora i temi più profondi e complessi dell’esistenza: la fragilità della mente, il mistero della vita e della morte, la cura come atto necessario e il bisogno di appartenenza. Il giornalista ha ideato un nuovo modo di raccontare storie e, nel corso degli anni, ha ottenuto un grande riscontro da parte del pubblico. In questa intervista a TvBlog, analizza il suo punto di vista sulla televisione attuale, ripercorrendo le tappe più significative del suo percorso creativo. E sull’assenza temporanea dai palinsesti Rai, avvenuta nel 2023, dice: “Se la televisione non mi dà la possibilità, allora sono io che vado incontro alla gente. Il teatro mi ha permesso di mantenere vivo il progetto“.

Negli anni, lei ha scelto di guidare programmi che si sono volutamente discostati dalla logica mainstream della televisione italiana. Una scelta editoriale coraggiosa: quanto è stato complesso percorrere questa strada alternativa e con quali difficoltà ha dovuto confrontarsi?

La mia scelta antitetica di non rincorrere la cronaca e l’attualità cruda mi ha determinato uno sforzo editoriale. Ho dovuto immaginare quello che – a distanza di mesi – avrebbe avuto peso nella comunicazione. È stato un rischio, perché di fatto prediligo argomenti che sono assolutamente nuovi e inesplorati. La televisione tratta spesso tematiche sempre uguali, ma a me piace soprattutto attraversare storie nuove e descrivere il mondo come se fosse una scoperta che ogni volta si rinnova. Questo sforzo che faccio mi è sicuramente costato in termini di presenza televisiva. Le mie sono puntate molto sedimentate, pensate, immaginate, che hanno a monte un grande pensiero, nonostante siano girate con estrema naturalezza.

⁠Il suo programma, Che ci faccio qui, torna ogni martedì in prima serata. In un panorama dominato da velocità, intrattenimento e leggerezza, lei propone un format di riflessione, profondità e ascolto. 

Io voglio innanzitutto che le persone abbiano un tempo per far sedimentare quello che vedono; amo la televisione che porta – nel momento in cui termina la messa in onda di un programma – la voglia di pensare a quello che il telespettatore ha guardato. Per me la tv deve essere un reagente morale: non ci possono essere storie che non ci portino a pensare. Perciò ho voluto rallentare e dare alla narrazione un ritmo lento e dettato dal tempo della vita.

domenico iannacone intervista
Intervista a Domenico Iannacone (foto gentilmente concesse da Ni.Co Ufficio Stampa) tvblog.it

Prediligo i tempi televisivi classici, quando la televisione raccontava con pienezza ogni cosa, persino le pause. Per me restare ancorato a questo progetto è come far fede a una televisione che è nata anche per far in modo che la gente abbia un pensiero proprio. Il mio compito è creare nello spettatore una crescita culturale; non possiamo diventare sudditi di una tv che ci riempie di nozioni poco profonde.

La puntata inaugurale affronterà il tema dell’Alzheimer, una malattia che coinvolge migliaia di famiglie italiane. A suo avviso, quale può essere il ruolo del servizio pubblico e, più in generale, dei media nel sensibilizzare l’opinione pubblica su tematiche sociali così delicate?

Nel corso della prima puntata – dedicata alla mente e alle malattie neuro degenerative – ci rendiamo conto che c’è una platea di persone che vive questo dramma. C’è un obbligo morale di parlarne, e credo che la tv debba attraversare queste difficoltà e che debba essere in grado di intercettare i bisogni delle famiglie, senza creare pietismi o la cultura del sensazionalismo. Il mio approccio verso categorie in difficoltà è sempre rispettoso, non c’è mai la volontà di metterli in mostra. Per affrontare il tema dell’Alzheimer e della demenza, mi sono recato in un posto di Catanzaro in cui c’è una donna di nome Elena Sodano, che ha un approccio particolare con i pazienti. Per ognuno di loro utilizza un registro comportamentale, ed entra in contatto con ogni soggetto con una chiave diversa. Questo è un racconto che deve essere fatto ed è un modo per avvicinarsi a tematiche che a volte creano anche fastidi, perché ci immaginiamo sempre come esseri perfetti. La debolezza della mente è purtroppo scritta nel nostro DNA e non possiamo sentirci estranei rispetto a una situazione che potrebbe sopraggiungere da un giorno all’altro nella nostra vita. Abbiamo quindi l’obbligo di raccontarla con rispetto e soprattutto con cura.

Cosa può aspettarsi il pubblico da questa nuova stagione di Che ci faccio qui? Può anticiparci qualcosa in termini di storie, approccio narrativo o novità editoriali?

La seconda puntata è legata a una specie di “ribaltamento di campo“, al racconto della mente secondo varie prospettive. La prima è legata a Carlo, affetto da autismo ma che conosce a memoria ogni dettaglio. Questo ci fa comprendere come la mente possa darci dei grandi colpi di scena. Parlerò inoltre della “caverna multisensoriale” messa in atto dal Policlinico Gemelli di Roma: l’équipe del prof Luca Padua ha messo sù un luogo in cui la mente viene risvegliata all’interno di questa caverna con immagini, suoni, odori in modo che il cervello di chi ha subito un trauma riesca improvvisamente a far riaffiorare ricordi.

Nella terza puntata affronto il tema della casa, non come elemento fisico ma come valore simbolico. Un elemento in cui sono racchiuse le emozioni e le identità delle persone. La prima è la storia di un uomo di nome Guglielmo che vive in una casa popolare di Milano e che, dopo un’incidente, si è trovato ad essere povero. Resta prigioniero di questa casa, e oggi attende ancora un risarcimento danni, non ha una pensione e ha una grave invalidità. Sono andato a trovarlo e quella casa mi ha fatto comprendere come la vita possa restare chiusa dentro quattro mura, mentre fuori tutto scorre e noi non ci accorgiamo di quello che è invece rimasto prigioniero. In seguito ho raccontato le vicende di un artista di nome Edoardo Tresoldi, che crea architetture trasparenti fatte con la rete metallica. Sul finale dell’episodio, c’è invece l’idea dell’identità a cui sono sempre molto legato: è la storia di una badante con l’incapacità di sentirsi collocata in un luogo. Si chiama Liliana, è rumena ed è anche scrittrice. L’ho incontrata per caso, e lei stessa ha raccontato – ne suo libro – l’esperienza delle badanti e lo ha fatto in maniera molto profonda.

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Intervista a Domenico Iannacone (foto gentilmente concesse da Ni.Co Ufficio Stampa) tvblog.it

L’ultima puntata è infine legata alla vita e si intitola Parlami di te. Ho immaginato la vita sotto forma di animali e sono tornato in un posto in cui un uomo ha creato il “santuario degli animali“, dove accoglie animali che erano stati destinati alla macellazione. Da ex allevatore, lui ha scelto di raccogliere anche quelli con disabilità, e questo ci fa comprendere come ci debba essere anche cura verso di loro. Pian piano si arriva al racconto di un altro uomo, un prete che si occupa dell’accompagnamento degli uomini alla morte e che ha creato un borgo sulle colline di Prato, in cui è possibile accogliere le persone che stanno compiendo l’ultimo atto della loro esistenza. Un’idea – questa – che ci porta alla consapevolezza della cura della vita in ogni forma, fino al nostro ultimo respiro.

La sua assenza, seppur temporanea, dai palinsesti Rai qualche anno fa ha generato curiosità e interrogativi. Può raccontarci cosa ha motivato quel momento di pausa e che impatto ha avuto su di lei, sia a livello personale che professionale?

Quel periodo di “purgatorio“, in cui sono stato messo in un angolo, mi ha creato all’inizio dispiacere perché il mio era un programma ben radicato di Rai 3. Questa sensazione l’ho però ribaltata perché ho pensato che avrei potuto continuare a raccontare storie in teatro. Se la televisione non mi dà la possibilità, allora sono io che vado incontro alla gente. Il teatro mi ha permesso di mantenere vivo il progetto, ed è stata per me una forma estrema di libertà. Sul palco non c’è nessuno che può impormi un blocco. Il pubblico sceglie consapevolmente di venire a vedermi. Il raccontare è per me un fatto essenziale e imprescindibile, e mi sono ad un certo punto ribellato. Il teatro mi ha anche rafforzato il rapporto con il pubblico ma ha creato in me una curiosità interiore verso le storie. È stato la mia ancora di salvezza.

Sta lavorando a nuovi progetti televisivi oltre Che ci faccio qui? Può condividere con noi qualche dettaglio sui prossimi sviluppi della sua carriera?

Mi piacerebbe lavorare su dei concetti legati ai giovani. La gioventù è un universo inesplorato, e credo che non sia stata raccontata per bene in tv. Noi abbiamo il dovere di andare a cercarli e di raccontarli per quello che sono, senza manipolarli con il nostro occhio e la nostra coscienza. Credo che in loro ci sia un potenziale che non è stato ben espresso in tv e dai mezzi di comunicazione.