Caso Kimmel, lo scontro si allarga: pressioni politiche e tv locali in fuga
La sospensione del Jimmy Kimmel Live! diventa un caso nazionale: con le parole di Trump che alza una vera vertenza contro il talk show americani non allineati, la politica alza i toni, le tv affiliate si smarcano e i comici uniscono le forze.
Dopo la sospensione del Jimmy Kimmel Live, lo storico talk della ABC, la vicenda è esplosa a livello istituzionale con pesantissime ripercussioni di carattere internazionale.
A cominciare dalla sottolineatura del presidente americano Donald Trump che ha elogiato il numero uno della FCC, la commissione federale per la comuinicazione, ventilando persino l’ipotesi di revocare licenze a reti “troppo negative” nei suoi stessi confronti.
Caso Kimmel, la questione si allarga
Brendan Carr, alla guida della FCC, ha ribadito che… “riterrà le reti e i broadcaster responsabili di quanto va in onda nell’interesse pubblico”. Dall’altra parte però, i vertici democratici alla Camera hanno parlato di “abuso di potere” e hanno chiesto le dimissioni di Carr, mentre il leader al Senato dei Dem ha definito lo stop a Kimmel “un attacco alla libertà di espressione”. Nella stessa FCC emergono crepe: la commissaria Anna Gomez ha bollato la mossa come “una capitolazione aziendale” a pressioni politiche.
Donald Trump ieri ha rilasciato dichiarazioni pesantissime su Colbert: “I suoi show sono superati e di scarso successo e che la sospensione o cancellazione era solo questione di tempo. La sua faziosità ha semplicemente accelerato i tempi”.
Il fronte pro-Kimmel: sindacati, star e piazza
Il mondo dei talk show televisivi americani si è compattato. Stephen Colbert, il cui show è stato sospeso ufficialmente per ragioni economiche e di scarso ascolto, Seth Meyers e David Letterman – storico conduttore del Late Show – hanno criticato la decisione di ABC e le minacce della FCC, definendole “un assalto plateale alla libertà di parola”.
Jon Stewart ha addirittura cambiato palinsesto per intervenire sul tema. A Los Angeles, fuori dalla sede Disney, piccoli presìdi di fan hanno accusato la rete – proprietaria della ABC – di “violare il Primo Emendamento”. Con loro anche WGA e SAG-AFTRA le associazioni di autori e attori, che hanno diffuso un comunicato congiunto nel quale si legge che… “punire un monologo significa mettere a rischio la libertà di tutti i cittadini”.

Le manovre industriali dei colossi TV
Prima della sospensione ufficiale, due colossi delle emittenti locali, Nexstar e Sinclair, avevano annunciato che non avrebbero più trasmesso Kimmel sulle affiliate ABC. Il contesto è cruciale: Nexstar è impegnata in una fusione multi-miliardaria che necessita di via libera proprio dalla FCC.
In un clima dove la commissione e la Casa Bianca pesano sugli assetti del settore, molte aziende scelgono la linea del minimo attrito. Accondiscendendo alla posizione di Trump.
Un precedente che fa discutere
La legge americana ufficialmente vieta alla FCC di praticare la “censura” diretta; il confine, però, si gioca nella pressione informale. Minacce di sanzioni, controlli e registrazioni o pre-editing obbligatorio. E nel mezzo, un dibattito tossico: i conservatori fedelissimi di Trump accusano Kimmel di aver “mentito” sul caso Kirk.
I democratici annunciano indagini parlamentari. Kimmel, finora, tace. Ma l’effetto domino è già partito: se una battuta può costare un talk, ogni redazione — dall’intrattenimento al news — dovrà chiedersi quanto è disposto a rischiare per difendere un’idea. Ed è proprio questo, per la tv americana, è il vero colpo di scena.