Angelo Mellone a TvBlog: Io, un entusiasta al servizio della Rai

L’intervista al capostruttura di Rai1 responsabile di Linea verde, Linea blu, Linea bianca, Buongiorno Benessere, L’anno che verrà

di Hit

Il capo struttura  Angelo Mellone, dirigente di Rai1 e responsabile delle Linee (verde, bianca, blu)  di Buongiorno benessere e dell’Anno che verrà è ospite oggi di TvBlog per parlarci della sua esperienza professionale quale dirigente della prima rete del servizio pubblico radiotelevisivo. Non solo televisione per Mellone 47 anni, tarantino, laurea in scienze politiche, dottorato di ricerca in sociologia della comunicazione, insegna Scrittura alla Luiss ‘Guido Carli’ di Roma e autore di molti libri.

Da qualche stagione la sua Struttura si occupa del mondo delle “linee” di Rai1. Ci racconta in cosa consiste il suo lavoro, ovvero quello del capo struttura e ci fa un bilancio di questa stagione estiva?

Il mio lavoro? Immaginare i programmi, dal punto di vista dei contenuti e del racconto – intendo idee, scalette, ipotesi di regia, piani di produzione, organizzazione del budget – e confezionarli con l’aiuto di una squadra autorale, registica e produttiva. Negli Stati Uniti si chiama producer. Bisogna essere consapevoli, senza troppa retorica, che se non c’è una buona squadra anche la migliore delle idee non si realizza: chi si percepisce come un faccio-tutto-da-solo, al di là del ruolo che occupa, davanti o dietro lo schermo, eccede nella considerazione di sé… Ad ogni modo, ha ragione il mio direttore, Stefano Coletta: un dirigente editoriale è prima di ogni altra cosa il capo autore di un programma. Sennò, aggiungo io, diventa un burocrate, un bravo organizzatore, tutte cose molto utili e carine, ma che hanno poco a che fare con il succo del lavoro editoriale, ovvero scrittura, regia, montaggio, post produzione. Poi, la maggior parte dei prodotti di cui mi occupo lasciano enorme spazio alla creatività, per questo mi ritengo fortunato.

Quale programma dei suoi le ha dato maggiori soddisfazioni negli ultimi mesi e quale ha bisogno di una maggiore attenzione per la stagione invernale?

Il bello e il brutto della televisione è questo: cosa fatta, capo ha. E dunque, la soddisfazione, quando c’è, è sempre momentanea, una scossa elettrica che dura il momento in cui controlli gli ascolti. Poi si ricomincia da zero. È vero, qualche volta arrivano soddisfazioni. Per fare un esempio, vedere che nei mesi del Covid – quando ci siamo inventati da zero un modello produttivo “corsaro” per continuare ad andare in onda – Linea Verde per due o tre settimane di seguito è stata fra i dieci programmi più visti di tutta la televisione, grazie alla capacità di squadre di filmmaker e registi di andare ovunque a raccontare direttamente “in camera” i protagonisti dell’Italia agroalimentare che non poteva fermarsi, be’, ammetto che è stato appagante. Si tratta di programmi che, rispetto a una prima serata, costano un’inezia: sono prodotti “operai”, tanta fantasia e tanta fatica per girare. Quest’estate, poi, è stata piena di belle novità. Anzitutto, è tornato Federico Quaranta, chiamato da Angelo Teodoli alla conduzione di Linea Verde, con due programmi: Linea Verde Tour (assieme a Giulia Capocchi e Peppone) e Linea Verde Radici. Programmi “in convenzione” che hanno fatto benissimo persino in replica, ottenendo recensioni lusinghiere (anche qui su Tv Blog). Federico ha dimostrato ancora una volta il suo valore, è un vero volto di Rai1, ed è anche un caro amico: quando non è stato confermato a Linea Verde, gli ho scritto la postfazione del libro Terra, è stato un modo per manifestargli pubblicamente stima e amicizia. Poi, la versione estiva di Linea Verde con Angela Rafanelli e Marco Bianchi ha raggiunto share altissimi, è stata un’avventura appagante anche dal punto di vista umano. Loro si sono voluti così bene che alla fine, dopo due mesi pappa e ciccia, hanno deciso anche di far vacanza assieme… Linea Blu è, come sempre, Donatella Bianchi, una istituzione del mare. Insomma, un sacco di cose interessanti! Per questa stagione sono stati confermati dei gruppi affiatati, Daniela Ferolla e Marcello Masi con Federica De Denaro al sabato a Linea Verde Life, Ingrid Muccitelli e Peppe Convertini con Peppone a Linea Verde, Massimiliano Ossini con Giulia Capocchi e Lino Zani a Linea Bianca. Ogni nuovo inizio, anche per programmi pluriennali, ha sempre necessità di un rodaggio, una messa a punto, una dose variabile di rinnovamento. Bisogna provare a inventarsi qualcosa. Linea Verde Life si sta dedicando di più ai temi inerenti la qualità della vita. La versione domenicale ha modificato il suo modello narrativo lasciando spazio a servizi “in presa diretta” di taglio quasi documentaristico. Direi che lo scorso weekend la partenza è stata più che buona, segno che i programmi sono forti e in grado di rigenerarsi. Dopo un’estate così non era facile, per niente. Linea Bianca, invece, allargherà i suoi orizzonti, scenderà anche a Sud, raccontando le montagne spopolate e non solo le mete turistiche, con un impianto narrativo più solido. Poi è arrivato anche Buongiorno Benessere, sempre con Vira Carbone: abbiamo cambiato lo studio, ampliato gli argomenti, irrobustito la scaletta, e così via… Non bisogna mai stancarsi di rinnovare, analizzare, sperimentare. In questa visione, provo sempre ad andare a caccia di buone professionalità, soprattutto dentro la Rai, fra le “risorse interne”: gente culturalmente curiosa, consapevole che la televisione cambia a ritmo velocissimo e che la Rai, come in passato, deve tornare a essere il luogo dove “si crea la creatività”, le idee, i programmi, il software mediatico. Poi ci sono questioni tecniche: fino a ieri giravi con catafalchi, oggi servono le reflex. Gli esperimenti che abbiamo fatto soprattutto quest’estate dimostrano che anche le reti tradizionali, magari attraverso canali differenti dalla “diretta”, pensando i prodotti già per essere depositati su Rai Play e sui social, possono raggiungere pubblici nuovi, ed essere i veri presidi del pluralismo culturale, contando che cambiano le epoche ma il rischio del conformismo e dell’appiattimento sul mainstream si presenta sempre. L’altro giorno, al Prix Italia, in una lunga chiacchierata con Mario Morcellini, mi ha fatto riflettere su una cosa: i contenuti e la scrittura, più che la piattaforma, sono le uniche possibilità che abbiamo per agganciare i giovani, soprattutto in età universitaria – visto che il mezzo non è quasi mai il messaggio, aggiungo. Ha ragione, Morcellini. Però bisogna studiare, sempre. Io, personalmente, studio tantissimo.

Linea Verde Tour e Linea Verde Radici sono tornati in replica per l’intera settimana, dopo la chiusura anticipata di C’è tempo per…

Era già successo durante il lockdown con Linea Verde, vuol dire che il Direttore Stefano Coletta considera la replicabilità di questi programmi un valore aggiunto. Il risultato di ascolti è stato eccellente, basta leggere i dati. I numeri di Rai1 prima del Tg – e dunque dello stesso Tg1 – sono risaliti in modo considerevole, e questo è un buon aiuto anche per l’inizio del nuovo programma di Antonella Clerici.

Linea verde nello specifico è diventato qualcosa di più che un semplice programma televisivo, è divenuto praticamente un brand.

Sì, un brand che si espande dentro la Rete ed è capace di generare valori economici importanti per l’Azienda, lavorando gomito a gomito con i colleghi di Rai Com e Rai Pubblicità. In tre anni tutti insieme abbiamo costruito un marchio a cui è sufficiente aggiungere un sostantivo per aggiungere un ingrediente narrativo specifico: tour, radici, life, poi chissà… anche L’Italia non finisce mai è uno spin-off di Linea Verde.

Raccontiamo da cosa nasce l’evoluzione di quello che una volta si chiamava A come agricoltura?

Evolve la televisione, evolvono i programmi di territorio, cioè il modo di raccontare l’infinita bellezza italiana. Quando sono nati, questi programmi erano monopolisti, parlavano ad alcuni settori specifici di pubblico – gli agricoltori, ad esempio – e avevano conduttori “distanti” da ciò che raccontavano, il cosiddetto “gelato” in mano, anche semioticamente, è uno strumento per dichiarare una differenza di taglio vetero-giornalistico tra l’inviato e la scena. Poi erano programmi semplici: trovi cinque o sei set, li descrivi uno dietro l’altro, e il programma è finito. Oggi nessuno guarda Linea Verde o Linea Blu per avere notizie del meteo agricolo o informazioni sulle correnti marine, per avere quello basta Youtube… abbiamo cambiato le chiavi narrative: sempre per fare l’esempio dell’agricoltura, la raccontiamo assieme al paesaggio, alla cucina, all’artigianato, alla sapienza di un territorio, perché tutte queste cose assieme compongono l’unicità del made in Italy, e i conduttori devono avere un approccio esperienziale al racconto, renderlo una storia empatica, immersiva, dove ogni puntata diventa una storia a sé. In questo ci aiutano anche le nuove tecnologie di ripresa, va detto. E i programmi devono adattarsi alla natura dei conduttori: c’è chi è più forte nel racconto in solitaria, chi nell’intervista, chi è più statico, e così via. Io, personalmente, non sono un grande fan del “narratore onnisciente”. Si tratta sempre di lavori artigianali, in fondo, il contrario dei format che traggono forza dall’eterna ripetizione, se non proprio dell’identico, del “molto simile”. In più, in questi tre anni nella struttura Daytime e Speciali sono arrivati scrittori, sceneggiatori, critici letterari, esperti di storytelling italiano, registi di nuova generazione. Lo dicevo prima: i risultati eccellenti che abbiamo ottenuto sono merito loro. Anche il conduttore più sicuro di sé sa che senza una squadra ben attrezzata si fa ben poca strada. In questo ho fatto tesoro di tante riflessioni con Andrea Di Consoli: bisogna riaprire la Rai gli intellettuali, non per produrre programmi noiosi o di nicchia ma per “sfidarli” sul terreno del nazionalpopolare, inteso sia in senso gramsciano sia in senso baudiano: farli “scrivere per il popolo”, parafrasando una grande opera di Alberto Asor Rosa.

Lo ha citato prima. Quest’estate avete mandato in onda anche un nuovo programma dal titolo L’Italia non finisce mai

Un’altra derivazione di Linea Verde, appunto. È stata una produzione messa in piedi in collaborazione con il Mibact, un programma di viaggio dedicato ai luoghi d’Italia che non rientrano negli itinerari turistici tradizionali. Abbiamo sperimentato la conduzione di Michele Dalai, che si è rivelata – con Federica De Denaro, nonché l’aiuto di una zoologa, Mia Canestrini, e di una biologa marina, Maria Sole Bianco – una piacevolissima scoperta intellettuale e narrativa. Mi auguro, anzi credo che l’esperienza si ripeterà in futuro, anche in questo caso abbiamo dimostrato che persino il pubblico estivo è sensibile al racconto di viaggi “non convenzionali”, improntati ai temi della sostenibilità, del green, della destagionalizzazione, del “turismo lento”. Chi crede che il pubblico della televisione generalista sia pigro e si cibi di programmi “conservativi”, secondo me dimentica gli ultimi cinque anni, almeno. Oggi credo che ogni italiano abbia un device tecnologico in tasca, bisogna tenerne conto, altrimenti si prendono abbagli e si confonde il pubblico di oggi con quello di vent’anni o trent’anni fa.

Quale sarà l’evoluzione futura di questo tipo di trasmissioni  e ha in mente nuovi titoli per il prossimo futuro ?

Investire narrativamente sempre di più sul racconto “esperienziale”. I conduttori devono davvero condurre lo spettatore a fare cose che la maggior parte di noi vorrebbe provare in prima persona. Migliorare ancora di più la qualità tecnologica, stante il fatto che oggi per ottenere una resa cinematografica delle riprese non servono più eserciti di persone. Scoprire volti nuovi, perché no. Nuovi titoli? A me piacerebbe tantissimo fare qualcosa dedicato al turismo archeologico, o delle prime serate “di scrittura”, costruite tessendo e cucendo…

Lei si è occupato anche di varietà con L’anno che verrà con Amadeus e Cavalli di battaglia con Gigi Proietti, come cambia l’approccio di un dirigente da un programma come Linea verde e uno come Cavalli di battaglia ?

Sono altre tipologie di programmi. Gigi Proietti sono andato a corteggiarlo in modo discreto ma insistente quando mi si diceva che non avrebbe mai accettato di fare uno show televisivo. Si è rivelato una persona straordinaria, straordinariamente umile, sereno e rispettoso del lavoro altrui, come tutti i grandissimi professionisti, e parliamo di un mostro sacro. Abbiamo costruito assieme le serate, in mesi di clausura a Montecatini Terme, Gigi si è affidato alla Rai – e a una squadra molto giovane per i nostri standard: il regista Gian Marco Mori appena 40enne, per dire, il capoprogetto Cristiano D’Agostini 45enne, e così via – per la versione televisiva della sua incredibile carriera che tuttora lo rende un “divo” anche fra i giovanissimi, ed è uscito un prodotto capace di essere sfidante e vincente contro le corazzate della televisione commerciale. Lo spettacolo del capodanno, invece, è un veglione formato televisivo, Amadeus è un fuoriclasse, lo sa tenere perfettamente in pugno, con lui si lavora molto bene, ha tutto quello che serve a un conduttore: professionale, preciso, educato. Anche quest’anno costruiremo un cast all’altezza, in un evento che certamente sarà un poco diverso dagli anni precedenti.

La produzione di cui è più fiero?

Anche per ragioni di storia familiare, il documentario 3×8 Cambioturno del 2016, l’unico girato dentro l’acciaieria di Taranto da non so quanti decenni. Con Pietro Raschillà e la squadra di riprese siamo stati settimane sugli impianti, giorno e notte. Ci sono voluti quattro anni di insistenze per avere l’autorizzazione, è venuto fuori un docufilm, credo, unico nel suo genere. Anche perché il racconto del lavoro, e figuriamoci della grande manifattura e della fabbrica in generale, di questi tempi non è molto di moda, in televisione, temi come le migrazioni o l’ambiente sono considerati più à la page dall’industria culturale.

Lei è anche un prolifico scrittore e autore di libri, come concilia la sua attività di dirigente Rai con quella di scrittore e a quale dei suoi libri è più legato ?

Credo di aver imparato un metodo, così riesco a conciliare il lavoro, la famiglia, lo sport, gli eccetera insomma. Ho scritto diciassette libri, molto differenti fra loro, il diciottesimo esce a marzo con Mondadori. I libri a cui sono più legato, per mille ragioni, sono una orazione civile, Addio al Sud, e due romanzi, Nessuna croce manca (Baldini&Castoldi, 2014) e Fino alla fine. Romanzo di una catastrofe (Mondadori, 2019). Dei romanzi ho da poco ceduto i diritti, stiamo lavorando a una serie tv, vediamo, incrociamo le dita. Comunque, se dovessi cambiare lavoro, certamente farei lo sceneggiatore.

Lei è stato capostruttura anche di due colonne del daytime di Rai1, ovvero Vita in diretta e La prova del cuoco, come è stato guidare quei due programmi?

Sono arrivato a Vita in diretta in un complicatissimo anno di transizione, ho solo memoria di una grande fatica. Della Prova del Cuoco ho gestito l’ultimo anno di Antonella Clerici, su una precisa indicazione di Andrea Fabiano. Così, attorno a una super-conduttrice abbiamo cambiato molte cose: lo studio, la meccanica della gara, l’arrivo delle “esterne” e degli inviati, una parte degli autori, la stessa colonna sonora e così via. Il cambiamento rispetto agli anni precedenti è stato notevole, qualcuno ha provato a remare contro, ma alla fine gli ascolti hanno parlato con chiarezza… La media rispetto all’anno precedente si è alzata di un paio di punti, accarezzando il 20% di share nella settimana di Sanremo. Ho un ricordo piacevolissimo di quella stagione, credo anche Antonella.

Intrattenimento, cultura, scoperta del territorio sembrano essere dei capisaldi della missione del servizio pubblico radiotelevisivo, territori che lei conosce molto bene, come si riesce a conciliare la necessità di declinarli con la necessaria autorevolezza che deve avere la Rai, con il bisogno di renderli fruibili alla maggior parte del pubblico possibile, anche proveniente da strati sociali molto differenti fra di loro ?

Sarebbe banale rispondere con la solita storia della contaminazione fra “alto” e “basso”, che pure ci sta. Preferisco dirtela così così: l’intrattenimento culturale, la divulgazione, hanno ancora potenzialità enormi di sviluppo. Le grandi opere d’arte, i frutti del genio creativo degli uomini, sono state pensate per essere fruibili e trasmettere a chiunque un senso di meraviglia. Per comprendere che la Cappella Sistina è un capolavoro non hai bisogno di uno storico dell’arte, e per giudicare meravigliosi il Chianti, il Montefeltro, la valle d’Itria o la crêuza de mä, la mulattiera ligure, li devi solo guardare, in silenzio. Il potere dell’immagine: non a caso i movimenti estremismi anti-occidentali, anche quelli che nascono nel mondo anglosassone e vogliono radere al suolo la cultura occidentale, sono iconoclasti… Alla fine degli anni Novanta, Ernesto Galli della Loggia scrisse un libro in cui spiegava che il tratto costitutivo dell’identità italiana è la bellezza: e noi questo facciamo, raccontiamo un territorio intessuto di profondissima bellezza, lo raccontiamo in forma di storie, testimonianze, senso delle radici e dell’appartenenza, innovazione, artigianato, capolavori artistici, agroalimentare di eccellenza. L’eccezionalità italiana: tutto quello che il resto del mondo non potrà mai copiarci, insomma.

Cosa guarda in tv Angelo Mellone e cosa c’è nel suo domani ?

Sinceramente, se posso mi abbuffo di serie tv, documentari e il cosiddetto “intrattenimento colto”. Poi, guardo i programmi di politica. Nel domani, c’è il romanzo nuovo che esce a marzo e tutto quello che l’Azienda deciderà per me. Non bisogna mai dimenticarsi che lavorare nel servizio pubblico radiotelevisivo è un onore, una responsabilità, una fortuna, mettila come ti pare. Resto ancora un entusiasta, fino a che dura.