Alice in Borderland su Netflix: dal manga alla serie tv, un sadico gioco made in Japan

Un sadico gioco in una Tokyo deserta: Alice in Borderland intrattiene con scene di violenza che non cadono mai nel gratuito ed un mistero appassionante

E’ disponibile su Netflix dal 10 dicembre scorso; due settimane dopo è stato rinnovato per una seconda stagione. Eppure, di Alice in Borderland da noi non se n’è parlato troppo. Evidentemente, nelle stesse settimane in cui i fenomeni Bridgerton e Lupin sono esplosi, il pubblico ha preferito addentrarsi dentro vicende più rassicuranti e vicine a generi adatti a chi cerca storie che garantiscono certi sentimenti.

Alice in Borderland, in effetti, ci prova a puntare di tanto in tanto sulle emozioni, ma il meglio di sé lo dà nelle scene più violente, in cui i protagonisti si ritrovano davanti a situazioni di vita o di morte. Scene in cui la violenza grafica viene sapientemente dosata, senza sfociare mai nel gratuito ma riuscendo a conquistare quel pubblico in cerca di sorprese capaci di tenerti incollato allo schermo.

Ma di cosa parla Alice in Borderland?

Immaginate che la vostra città, all’improvviso, si svuoti: vi ritrovate da soli per le vie e le piazze ed una voce, dall’alto, vi costringe a partecipare ad un sadico gioco. E’ quello che succede ad Arisu (Kento Yamazaki), giovane disoccupato esperto di videogiochi e di matematica, che con gli amici Chōta (Yûki Morinaga) e Karube (Keita Machida), dopo essersi nascosti nel bagno di una stazione della metropolitana di Tokyo per sfuggire a dei poliziotti dopo una bravata, ritrovano la città deserta.

Il mistero si infittisce quando una voce, dall’alto, li invita (o meglio, costringe) a partecipare ad un sadico game, dove incontrano un’altra ragazza. Ben presto, il gruppo capisce che se vuole sopravvivere deve arrivare alla fine del gioco, cosa che consente loro di ricevere un “visto” per poter soggiornare alcuni giorni nella città deserta. Scaduto il visto, però, un laser proveniente dal cielo li ucciderà.

Al gruppo non resta quindi che partecipare ai game che vengono loro proposti per poter così allungare il loro visto, e nel frattempo capire cosa sia successo alla città ed ai suoi abitanti. Nel farlo, le prove li metteranno sempre più in difficoltà: ogni gioco ha un livello rappresentato da una carta da gioco e dal loro seme. I picche sono i giochi di forza, i fiori i giochi di squadra, i quadri i giochi di ingegno ed i cuori, i più difficili, ai giochi in cui bisogna mettere alla prova la lealtà.

Il Made in Japan che sorprende e diverte

Alice in Borderland, produzione originale Netflix, deriva dall’omonimo manga di Haro Aso, uscito dal 2010 al 2016. Alla regia Shinsuke Sato, che ne ha anche curato la sceneggiatura con Yoshiki Watabe e Yasuko Kuramitsu. Dieci gli episodi della prima stagione, che dopo un momento di confusione iniziale catapultano il pubblico in un gioco inaspettato e che non fa per tutti.

E’ un po’ come se “Jumanji” avesse incontrato “Saw-L’enigmista” e “Cube-Il Cubo”. Ecco, Alice in Bordeland unisce la dimensione giocosa del primo al sadismo di provenienza oscura del secondo all’angoscia del terzo. Il risultato è una serie che non si fa problemi a mettere in scena momenti di violenza che, come detto sopra, non cadono mai nel gratuito, ma servono sempre a ricordare a personaggi e pubblico che in questa Tokyo deserta non c’è via di scampo.

Alice in Borderland
© Haro Aso, Shogakukan / ROBOT

La prima stagione si può suddividere in due parti: la prima, più “giocosa”, in cui i game ed il loro svolgimento prendono il sopravvento sullo sviluppo dei personaggi (e laddove si cerca di approfondire questi ultimi, il lavoro fatto stona decisamente rispetto alla trama), rivelando tutta la natura crudele del nuovo mondo in cui si trovano i protagonisti. La seconda, invece, lascia maggiore spazio alla naturale ricerca di risposte circa chi abbia ideato quei giochi, in quante persone siano finite in quella sorta di dimensione parallela e, soprattutto, se c’è un modo per uscirne.

Ne viene fuori una serie che diverte ed intrattiene: proprio per alcune sue scene la cui visione non è consigliata a tutti, ma c’è da dire che Alice in Borderland non cerca un pubblico vasto, quanto un pubblico di affezionati che si appassionino alle prove ed al mistero dietro di essi. L’unico rischio è che a lungo andare, senza dare troppe risposte, la dinamica possa iniziare ad annoiare, ma il finale della prima stagione lascia intendere che -come in un videogioco- un livello successivo porterà a maggiori consapevolezze.

Netflix, come detto, ha già rinnovato Alice in Borderland per una seconda stagione. La serie ha richiesto in fase di produzione un notevole sforzo per ricreare la Tokyo deserta che si vede spesso nel corso della prima stagione, così come per rendere accattivanti i giochi che i protagonisti devono affrontare: allagamenti, pantere e sparatorie per catturare il pubblico dovevano avere la giusta dimensione realistica. Il gioco, insomma, funziona: al netto di qualche dialogo poco riuscito ed un cast non sempre all’altezza, questo mondo “border” spaventa ma appassiona.

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