Pietro Valsecchi e i Giuda del Distretto

Pietro Valsecchi, dopo aver raccolto ampi consensi con la fiction di successo Il Capo dei Capi, ha iniziato a veder vacillare le sue creature di sempre, a lungo definite la risposta italiana alla serialità Usa. Da quando gli aficionados del genere “action” made in Italy danno segni di stanchezza e reagiscono all’inflazione del genere, le

Pietro Valsecchi Claudia PandolfiPietro Valsecchi, dopo aver raccolto ampi consensi con la fiction di successo Il Capo dei Capi, ha iniziato a veder vacillare le sue creature di sempre, a lungo definite la risposta italiana alla serialità Usa. Da quando gli aficionados del genere “action” made in Italy danno segni di stanchezza e reagiscono all’inflazione del genere, le ultime edizioni di Distretto e Ris restano a galla senza più i picchi di un tempo. Al contrario, il telespettatore medio si rinnamora della fiction all’italiana, passando per l’evasione dei Cesaroni e i buoni sentimenti di Don Matteo.

Quel che più sconvolge, in una fase di assestamento dei gusti del pubblico, è che alcuni attori consacrati dai grandi marchi di Valsecchi si comportino da Giuda. Prendete Claudia Pandolfi, miss snobismo recitativo della serie ‘non vorrei ma lo faccio’, che dopo aver rinnegato fino alla nausea Un medico in famiglia ha fatto lo stesso con Distretto:

“In sette anni a Un medico in famiglia non è più successo nulla, la trama è sempre uguale, continuano ad allungare il brodo senza senso. Non me ne vogliano autori e produttori, ma secondo me è meglio voltar pagina. Finalmente non devo fare più quella faccia seria a Distretto, sempre con il muso lungo e la pistola in mano. Mi è piaciuto moltissimo girare I liceali proprio per cambiare ruolo, faccia, tanto che ho chiesto io di partecipare a questo set” (fonte Il Giornale).

Peccato che la Pandolfi sia finita tra I Liceali proprio grazie alla fiducia nuovamente accordatale da Valsecchi, che ha deciso di reinvestire su di lei e Tirabassi in qualità di produttore della fiction, in arrivo su Canale 5. Quando si dice un altro ingrato, come emerso da un’intervista di qualche mese fa:

“Ho rinunciato a Distretto per scappare dalla routine e dalla noia. Ormai per me era diventato una specie di fumetto western dagli intrecci e dai dialoghi improbabili. Volevo lasciare già alla quarta serie, ma il produttore Valsecchi mi diede il tempo di girare Borsellino per poi farmi un’offerta che non si poteva rifiutare. C’è chi ha avuto l’ipocrisia di premiare la quinta serie di Distretto, che non lo meritava, al posto di Borsellino”.(fonte Vanity Fair)

Poi c’è Isabella Ferrari, la prima ad emergere della generazione ‘Distretto’. Dalle sue parole si evince una punta di gratitudine in più, ma anche lei non nasconde il pregiudizio legato al mezzo televisivo e l’utilitarismo di chi se ne serve per mirare al cinema:

“La tv mi ha aiutata. Quando mio marito mi propose Distretto (De Maria era il regista, ndr), tutti dicevano che ero pazza ad accettare, che mi avrebbe rovinato l’immagine. Invece sono passata dai film indipendenti che non vedeva nessuno ad avere dieci milioni di telespettatori. La Tv mi ha portato l’amore della gente, e un potere enorme. Lì ho anche conosciuto Antonello Grimaldi, che poi mi ha voluto in Caos calmo. Sa che cosa mi è successo, una sera? Ho incontrato, nel quartiere Prati, Gianni Amelio che correva. Gli ho chiesto dove andasse, e lui “C’è l’ultima puntata di Distretto”. Ho lasciato all’apice del successo. Ho rinunciato a un mucchio di soldi. Ma devi saper smettere se vuoi fare altro. Un personaggio così amato rischia di diventare una gabbia. Dopo, per tre anni, non ho lavorato perché il cinema non mi voleva”. (fonte Vanity Fair)

Di tutt’altra opinione, finalmente e assolutamente positiva, Lorenzo Flaherty, passato dall’ispettore Marrico di Distretto di Polizia al capitano Riccardo Venturi. Lui si che non sputa su un piatto da cui si è ampiamente sfamato:

“Nonostante a me piacesse molto Distretto, avevo bisogno di altri stimoli. Dopo quell’esperienza sono andato in RAI a fare un anno in Incantesimo, poi mi ha chiamato il produttore con cui lavoravo da anni, Pietro Valsecchi, e mi ha detto che aveva un bel progetto per le mani, in cui credeva molto, impegnativo ma di spessore, e mi ha chiesto di prendervi parte assumendo il ruolo del protagonista. Mi spiegò che non sarebbe stato facile, perché si trattava di mettere in scena il lavoro di un gruppo di specialisti che esiste davvero, e l’idea mi piacque subito. Valsecchi non è nuovo a questi exploit televisivi che arrivano al successo. Per certi versi Pietro è un uomo geniale, e nonostante la difficoltà di mettere in piedi una serie come questa, con tutti i problemi che comportava, siamo arrivati subito a ottenere un vasto consenso di pubblico e di critica, a un livello tale a cui neppure noi credevamo. Io penso che la nostra serie sia una sorta di risposta, tutta italiana, alla produzione americana. Una risposta di qualità, che si fa apprezzare soprattutto per il rapporto più sincero che ha con la realtà di tutti i giorni. Non per niente, almeno in Italia, CSI fa la metà degli ascolti di RIS, quando andiamo in onda…”. (fonte Fiction Tv)

Quantomeno, quest’ultima dichiarazione è indice di rispetto, di uno che rispetta l’autorevolezza del produttore senza fare il bello e il cattivo tempo.

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