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Il bambino cattivo, anticipazioni del film-tv di Pupi Avati in onda su Raiuno

Il bambino cattivo è il film-tv di Pupi Avati che andrà in onda su Raiuno e che tratterà il tema dei divorzi che coinvolgono i bambini, alle prese con genitori poco presenti

pubblicato 13 Novembre 2013 aggiornato 3 Settembre 2020 11:58

Il 20 novembre Raiuno trasmetterà un film-tv in occasione della Giornata internazionale dei diritti del bambino e dell’adolescente: “Il bambino cattivo” è una fiction prodotta da Rai Fiction e Duea Film, diretta da Pupi Avati (che per Raiuno ha anche lavorato ad “Un matrimonio”), che ha anche scritto la sceneggiatura con Tommaso Avati e Claudio Piersanti, con protagonista Brando (Leonardo Della Bianca), bambino che si trova in mezzo ad una difficile situazione familiare, con due genitori (interpretati da Donatella Finocchiaro e da Luigi Lo Cascio) troppi presi da loro stessi per occuparsi di lui.

Una storia molto toccante, che il regista, in un’intervista al “Corriere della Sera”, ha spiegato di aver voluto raccontare in seguito ad un fatto di cronaca molto discusso:

“La goccia che ha fatto traboccare il calice, il momento in cui ho avvertito la necessità di fare questo film è stato quando ho letto del bambino conteso di Cittadella, in provincia di Padova, portato via da scuola dai poliziotti. Ovviamente non è la trasposizione esatta di quella vicenda; è comunque una storia in cui l’unica vittima autentica è il figlio”.

Avati ha sentito la necessità di raccontare una storia del genere, tanto da averci lavorato molto velocemente:

“Ho scritto il film in pochi giorni, tutto dal punto di vista di un dodicenne. Mi sono commosso, ma è una commozione buona, che fa bene. (…) La bellezza di avere 75 anni è che diventi come un bambino. Da vecchio tornano disponibili tutte le età, ritrovi elementi che ti consegnano all’infanzia, in primo luogo la vulnerabilità. Bambini e vecchi comunicano in modo straordinario, perchè sono entrambi vulnerabili”.

Nel film-tv, Brando ha una madre alcolizzata ed un padre che insegue giovani ragazze. Il bambino sembra abbandonato ad un mondo dove non è importante, con i nonni materni contro il genero e come unica persona che vuole realmente aiutarlo la nonna paterna, interpretata da Erica Blanc. Il bambino, infine, finisce in una casa famiglia dove, tra difficoltà e paura, proverà a trovare una nuova vita.

Il film vuole anche sottolineare le difficoltà di un matrimonio, ma anche come, oggi, le coppie queste difficoltà non le vogliono affrontare, come dice il regista:

“Io non condanno i genitori. Non mi escludo. Certe cose le ho vissute anch’io. Ho conosciuto la difficoltà di essere un padre: un ruolo complesso, la cui utilità ti viene riconosciuta a grande distanza di tempo. Anche nel mio matrimonio, che dura da 49 anni, c’è stato uno strappo doloroso. Poi però ho ricomposto la lacerazione, sono tornato, ed è come se il matrimonio vero fosse cominciato allora. Oggi i giovani si separano dopo tre o sei anni, quando ancora del matrimonio non sanno nulla. Li rispetto, non voglio essere polemico; ma è come giudicare un ristorante stellato dal preantipasto. Il matrimonio è fatto anche di sofferenza, di sopportazione, di perdono. Mia moglie è la vera depositaria della mia esistenza, mi conosce da quand’ero ragazzo, sa tutti i miei segreti. E’ una donna complicata, litighiamo tutti i giorni, ma non vedo l’ora tra un anno di riportarla in chiesa, di sposarla un’altra volta”.

Soddisfatta Eleonora Andreatta, direttore di Rai Fiction, che ha voluto una produzione che sensibilizzasse i telespettatori su un tema importante come questo senza risultare scontati:

“La linea che ci siamo dati è ‘nessun escluso’. Avevamo l’ambizione di raccontare una storia vista con gli occhi di un bambino, per dare voce all’infanzia ed all’adolescenza, che di rado diventano il soggetto di un film. Sono felice che Avati l’abbia raccontata in modo asciutto, senza enfasi, ma molto forte. La trasmetteremo nella giornata dell’infanzia”.

Avati ha voluto così narrare una storia senza dare troppo peso alla finzione, ma trattandola come se fosse reale (e, purtroppo, storie come queste lo sono):

“Tra tutti i miei film, ‘Il bambino cattivo’ è quello per cui ho inventato meno. Non mi sono lasciato andare a fantasticherie; mi sono posto il problema della verità. Non amo la parola ‘fiction’. Ho cercato, man mano che lavoravo, un margine di verosimiglianza sempre maggiore”.

E per farlo è stato utile anche il piccolo protagonista, che Avati ha voluto spontaneo e non impostato dal copione:

“E’ il figlio di due bravi doppiatori, che l’avevano preparato per il provino. Gli ho chiesto di ‘resettarsi’ e di tornare impreparato. Ho potuto così lavorare con un ragazzino dalla sensibilità enorme, portatore di verità. E’ stato come giocare a tennis con un grande campione”.

“Il bambino cattivo” si preannuncia come una storia importante e necessaria, con la garanzia di un regista come Avati per la buona riuscita del prodotto.



Il bambino cattivo

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