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TV TALK E LA POST TELEVISIONE…

Sto meditando il mio intervento sul tema sollevato da Malaparte: “Di cosa parliamo quando parliamo di televisione?” e accelero un poco, poco poco, i tempi della mia riflessione per dare una risposta a Lord Lucas, che leggo sempre con interesse, e a tutti coloro (0 a una parte di essi) che guardano[…]

Sto meditando il mio intervento sul tema sollevato da Malaparte: “Di cosa parliamo quando parliamo di televisione?” e accelero un poco, poco poco, i tempi della mia riflessione per dare una risposta a Lord Lucas, che leggo sempre con interesse, e a tutti coloro (0 a una parte di essi) che guardano la tv, anzi led tv con una certa vibrante passione. Fa piacere trovarsi di fronte a tante reazioni: evidentemente il cervello le tv non ce lo hanno proprio lessato.
Veniamo al dunque, al “Tv Talk” con la presenza di Carlo Freccero. Si possono fare tutti i commenti che si vogliono sul personaggio (estroso e non facile), sul programma (a caccia di personaggi interessanti e non solo di pseudodive), sul conduttore-autore Massimo Bernardini (da quest’anno coadiuvato da Guido Clericetti, autore non solo televisivo di grande esperienza). Io dico la mia. Come si sa, dall’anno scorso intervengo in ogni puntata come esperto opinionista insieme a Giorgio Simonelli (una persona garbata e competente, al quale mi lega- ricambiato- una sincera e spontanea simpatia). Noi due veniamo chiamati in causa, nel rispetto del ruolo di ospiti-opini0nisti, in vari punti del programma, un programma di cui ci viene sottoposta una scaletta già confezionata dagli autori, lo scambio con costoro è limitato, anche perchè c’è una diversa assunzione di responsabilità.

Io qui voglio solo ricordare il senso dei miei interventi, sicuro che siano stati rispettati e non tagliati (non ho avuto la possiilità di vedere il programma in onda), a proposito di Carlo Freccero. Non starò a elencare i suoi meriti, nè a ricordare le qualità, nè quanto gli deve la Rai, nella fattispecie la Rai2, dopo le sue varie esperienze in Italia e all’estero con Fininvest e con Mediaset. Sono cose che si sanno.
Quel che m’importava sottolineare nel programma, e che m’importa, riguarda la post- televisione, ossia esattamente quello che sta affiorando nelle discussioni intorno al tema “Di cosa parliamo quando parliamo di televisione ?”.
Con Freccero, a parte i bilanci della sua attività in Rai, conviene parlare del futuro, partendo però dal passato. Durante la registrazione, ho ricordato brevemente la storia, anzi le storie degli ultimi venticinque anni delle tv. Mi premeva fare un bilancio. Ovvero, dire che la Rai (azienda a cui sono affezionato per ovvie ragioni, benchè non mi stanchi di criticarla) ha retto bene , sia pure non senza fatica, questo periodo di impetuosa concorrenza delle tv commerciali, principalmente quelle di Mediaset, grazie più a idee e a realizzazioni di alcuni suoi direttori di rete. Senza Giovanni Minoli, Angelo Guglielmi e Freccero la Rai avrebbe per molti versi perduto la partita negli ascolti, nella vitalità dei programmi, nella intraprendenza delle iniziative. La storia è storia. Le tv di Mediaset hanno dato un colpo duro all’ex monopolio, hanno saputo inventare e interessare strati diversi di pubblico, specie quelli giovanili e più curiosi. Il colpo avrebbe potuto essere micidiale e definitivo, senza i tre che hanno retto all’Apocalisse, diciamo così, col un sorriso.
La concorrenza ha avuto, e ha ancora, momenti caldissimi sul piano degli ascolti e della raccolta pubblicitaria, molto meno sul piano della qualità. Se in un primo momento Fininvest – Mediaset, molto agguerrita, ha fatto ingaggi tra autori, programmisti, conduttori, presentatori, giornalisti, gente del varietà, in un secondo momento la situazione si è addirittura rovesciata. Cioè, la Rai ha cercato spazio, credibilità e pubblico nelle proposte di Mediaset (ragione sociale diventata complessiva) e in taluni casi, specie nel varietà, nei quiz, nel reality ha copiato a mani basse, scadendo di livello non solo rispetto alla Rai della tv pedagogica, ci mancherebbe, ma anche rispetto a quella della creata dalle riforma del 1975 e quella successiva, in cui i tre nomi di direttori sopra indicati hanno comunque inserito trasfusioni di innovazione spesso molto robuste.
Il prezzo pagato alla dispendiosa e logorante gara concorrenziale è stato ed è in alcuni casi pesante. Basta considerare questi ultimissimi anni in cui lo stile di Mediaset è penetrato fortemente nelle giornate tv della Ra, e ha prodotto conseguenze, spesso guasti, più volte deprecati dai critici e dagli spettatori.
“Tv Talk” era la sede adatta per attendersi qualche riflessione su questa situazione che non teme smentite? Non lo era, questo sabato 11 novembre. Lo stesso Freccero lo ha detto chiaramente: in nome del suo curriculum e delle sue esperienze rivendica la direzione di RaiUno. E’ certo che non poteva gradire, e lo ha ribadito, un riassunto delle puntate precedenti che gli è stato proposto, un riassunto limitato agli show e alle rubriche di varietà, rivendicando lo spazio dato a Paolini e ai suoi monologhi, ai talk di approfondimento, ai tanti altri programmi di vario genere, diciamo così più seri e degni.
Ho appena avuto il tempo di ricordare che la vicenda di Freccero di Rai2 è sì ricca di risultati e di indicazioni, per limitarci a questa sua ultima esperienza di direttore, ma che il vero terreno dello scontro imposto dalla concorenza anche nel suo periodo di direzione sono stati lo spettacolo, il varietà, la satira e i suoi eroi, e come tali possono essere benissimo difesi.
Concludo. La mia impressione è che il dibattito sulla cosiddetta post-televisione a breve scadenza non si nutra, non voglia nutrirsi di confronti nel merito delle questioni sul campo: come deve essere una nuova Rai dopo gli anni di piombo o degli specchietti per allodole; come si debba attrezzare una nuova Mediaset. Il punto è un altro. Ci sono le aspirazioni e le ambizioni personali, e va bene. Ma non si dovrebbe o potrebbe ragionare di progetti? non si dovrebbe o potrebbe far tesoro del recente passato per andare oltre e, scavaldando le risse sulle nomine, i divieti contrapposti, le strategie politiche – tutte cose che riguardano soprattutto la Rai e a volte la penalizzano -, si vada finalmente a un “tv talk” fuori anche dal video che superi i tempi, gli steccati, le riserve mentali, delle abitudini più comode.
Finalissimo per tutti. Lasciare come simbolo di un’epoca le mutandine rosse della Falchi estratte faticosamente da sotto le sue gonne, su tacchi a spilli, è un po’ poco, credo. Non siete d’accordo? Appuntamento al prossimo “Tv Talk”…
ITALO MOSCATI

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