Quelli che il calcio senza pubblico: Milano chiama, Napoli risponde

Quelli che il calcio trova il suo pubblico in un teatro di Napoli: un asse Nord-Sud dai mille significati disegnato dalla scrittura tv.

Senza calcio e senza pubblico: gli effetti del Coronavirus sulla tv stanno rendendo la stagione di Quelli che il calcio 2019-2020 sempre più difficile, visto che per la seconda domenica consecutiva il programma si trova a coprire tre ore live con una sola partita in diretta (e già normalmente con sole tre partite nel pomeriggio c'è poco di cui divertirsi) e questa volta per di più senza pubblico in studio.

La scorsa settimana QCC era riuscito ad avere almeno il conforto di uno studio pieno, visto che la circolare che ha bloccato l'accesso del pubblico negli studi del CPTv di Milano è arrivata a diretta iniziata. Questa volta, invece, fatica extra per autori e per tutta la squadra del programma, con i tre conduttori in modalità 'trincea' per superare la prova. Del resto la prima puntata di Fratelli di Crozza ha dimostrato come proprio la scrittura brillante e il racconto leggero soffrano il silenzio di uno studio vuoto.

Ma Quelli che il Calcio di domenica 1 marzo (che potete rivedere integralmente su RaiPlay) ha trasformato la crisi in un'opportunità: dopo aver aperto con l'ausilio di una sorta di meme su una rumorosa standing ovation, ha rapidamente abbandonato la modalità 'applauso registrato' - che qualcun altro ha invece adottato per affrontare la crisi - e ha attivato un espediente narrativo di tutto rispetto e di grande valore simbolico.

"Milano chiama, Napoli risponde": uso l'incipit classico dello storico telecronista Rai dal San Paolo, Luigi Necco (che evocava i poliziotteschi anni '70), per raccontare quel che QCC ha in primis pensato - sì, le idee non sono scontate in tv - e poi realizzato. Se Del Debbio ha fatto una cosa analoga per il suo Dritto e Rovescio, QCC è andato oltre, riempiendo l'escamotage di significati che vanno oltre le esigenze televisive.

In pratica QCC ha cercato il suo pubblico a Napoli, che ha sì chiuso le sue scuole ma non i suoi teatri, non il CPTv Rai né il suo stadio, tra i pochi ad aver accolto il campionato in questi ultimi 10 giorni. E così è nato un collegamento in diretta con il Teatro Troisi di Napoli, con una platea sorridente - magari non sold-out ma bastevole a scaldare lo studio - e con un messaggio dai molti valori simbolici.

Da una parte il teatro scelto, intitolato a Massimo Troisi e in zona Fuorigrotta - quella dello stadio e del CPTv Rai -, dall'altra l'alto valore di 'normalizzazione' che arriva nelle case italiane con l'immagine di un teatro aperto e pieno in un periodo in cui il settore dello spettacolo sta perdendo milioni di euro.

E poi quel senso di compartecipazione, di unità di fronte a una difficoltà - per non parlare di emergenza - nazionale: una risposta a chi, a Sud, chiede (ottusamente) ai turisti del Nord di non scendere per non infettare e chi, da Nord, alimenta stereotipi e fratture. Tanti sottotesti - magari non tutti consapevoli e con altri che probabilmente non ho colto - in quello che potrebbe essere considerato un 'banale' tentativo di aggirare un ostacolo. Di banale non ha nulla.

Al netto di tutto, bisognerà capire anche quanto si vuole chiedere a un programma nato per raccontare il pomeriggio calcistico ma rimasto con sole tre partite da commentare in una domenica normale e ora penalizzato dalla schizofrenia delle istituzioni, calcistiche e non, che rinviano metà giornata e dalla paura di un contagio che svuota gli studi. Portare a casa tre ore di programma e mantenere gli ascolti è roba da supereroi.

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